011.19234193 Redazione 

 

Sulla vicenda di Silvia Romano. Lettera fraterna agli amici musulmani

di Bhante Dharmapala

 

silvia romano

Carissimi amici,

uso questa parola con cuore sincero rivolgendomi innanzitutto a coloro a cui lo sono nei fatti, e poi anche agli altri con cui mi sento amico idealmente, chiedendo ai primi di testimoniare di quanto il mio rapporto con l’Islam sia stato sempre pieno di rispetto. Nulla ho mai compiuto se non azioni che andavano nel senso di una sua corretta conoscenza e del suo inserimento nel tessuto vivo della nostra società. Sono vent’anni che mi occupo di dialogo interreligioso, nel quale più recentemente mi sento impegnato anche nella veste di monaco buddhista. Penso in generale che l’Islam, come ogni altra religione, sia di fronte a un difficile compito nel quadro di una società, come la nostra, così radicalmente diversa da ogni altra del passato.

Premetto tutto ciò perché ne scaturisce, più che il diritto, il dovere di parlare con franchezza. Non riterrei amico chi non lo facesse con me e mi sentirei in qualche modo vile se, avendo coscienza di un nodo decisivo, con franchezza non ne parlassi ai diretti interessati.

Scrivo dopo alcuni scambi personali a proposito di qualcosa su cui non possiamo fare a meno di confrontarci: la vicenda di Silvia Romano - o Aisha, secondo il nome che ha assunto. Preciso subito che non posso se non rallegrarmi per il suo rilascio e non mi permetto di dire nulla su di lei. Non conosco i dettagli di questi diciotto mesi trascorsi nelle mani dei suoi rapitori e non voglio giudicare in nessun modo la sua decisione di convertirsi all’Islam. Il problema però è un altro, e riguarda i rapporti tra voi musulmani e questa nostra civiltà cristiano-occidentale: una civiltà a cui sia io sia alcuni di voi apparteniamo a pieno titolo e nella quale altri vengono a inserirsi.

Bene, sarà importante prima di tutto osservare che questa società, con tutte le colpe che solitamente le attribuiamo, non ha risparmiato mezzi per salvare questa giovane donna. E, una volta che se la vede tornare convertita, la accetta comunque. Gli uomini di governo la accolgono così com’è, gli organi di informazione hanno un’insolita delicatezza protettiva, i vescovi dichiarano che non sarà per questo meno figlia.

Molte critiche anche radicali sono più che giustificate verso questa società, e per lo più le condivido; ma in queste espressioni non si può non riconoscerle un’autentica grandezza. Possiamo dire che, mutati i termini, altrettanto sarebbe accaduto in altre parti del mondo? Sappiamo che non è così. Questa società ha molto da rimproverarsi e molto da imparare da altri, ma anche molto da insegnare.

Questa dunque è la ragione per cui vi scrivo. Non avrei nulla da chiedere a Silvia – o Aisha -, ma mi sembra giusto rivolgere una richiesta a voi. Perché, anche qualora, come è presumibile, non ve la sentiste di accoglierla, non si possa dire che non è stata fatta.

Proviamo a metterla così. Voglio immaginare che almeno alcuni di voi scrivano una lettera a questa giovane donna. E me la rappresento in questo modo.

 

Cara Silvia,

perdona se ti chiamiamo ancora con questo nome. Siamo felici del tuo ritorno e grati per chi l’ha reso possibile. Riteniamo invece indegno che, essendoti tu recata in Africa per recare aiuto a quelle popolazioni, si sia approfittato della situazione di pericolo a cui ti eri generosamente esposta per toglierti la libertà e usarti al meglio come mezzo per estorcere denaro. Se coloro che si sono macchiati di ciò si considerano musulmani, noi ci rifiutiamo di considerarli tali. E, se la tua conversione all’Islam è avvenuta in rapporto a loro, consentici di esprimere una riserva: non su di te, ma su loro.

Tu hai compiuto un atto di cui vuoi ora assumerti tutta la responsabilità: per questo affermi che eri libera nel compierlo. Questo lo capiamo bene e ti fa onore. Ma noi a nostra volta ci dobbiamo assumere la responsabilità che ci compete: rispetto a te, alla società che ti ha salvato e comunque ti accoglie, all’Islam. Del quale si rischia di pensare che sia complice di chi ti ha rapito. Non è così, ma bisogna che ci aiuti a dimostrarlo.

Ci prendiamo dunque noi la responsabilità di dire che tu non eri affatto libera, e che la tua conversione, così come è avvenuta, non è valida. E ti facciamo una richiesta: così come hai trascorso diciotto mesi nella mani dei tuoi rapitori, altrettanti ora trascorrili in seno alla tua famiglia e al tuo ambiente di origine. Non venire in moschea e soprattutto non andare in televisione. Resta nel silenzio, medita in cuor tuo, raccogli i tuoi pensieri e i sentimenti. Prega, se ritieni, come ti viene da fare.

Se, al termine di questo periodo, confermerai la tua scelta di entrare nell’Islam, perché questa è davvero la tua via, allora ne saremo felici e tu sarai a tutti gli effetti Aisha. E, se invece sarà diversamente, non di meno ti considereremo figlia. In entrambi i casi la fede islamica ne uscirà purificata e rinforzata.

Questo vorrei pensare che almeno alcuni scrivessero. E nel farlo sarebbero davvero grandi, e l’Islam coglierebbe una straordinaria occasione per entrare con la nostra società in un confronto autentico.

Penso non vi sfugga che finora il dialogo è per lo più avvenuto in modi molto formali, sulla base di principi generali su cui non può che esservi consenso, ma il nodo vero resta per lo più non affrontato. Un nodo che può essere facilmente sintetizzato con un verso del Corano: “Nessuna costrizione nella fede” (2,256). Un verso che viene spesso citato, senza che però si abbia la certezza che è davvero entrato nel vissuto più intimo dei credenti, né nell’ordinamento di vari sistemi statali. Abbiamo dunque un’occasione da non lasciar sfuggire perché le parole cessino di essere solo parole.

È purtroppo però difficile che questa lettera venga scritta. E lo dico con profondo rammarico.

Mi è stato obiettato che un musulmano è tenuto ad accettare senza riserve chi si dichiara un musulmano. Questo può anche essere apprezzabile, perché testimonia il rispetto della libertà e della responsabilità personale – il senso è che solo Dio può giudicare dell’autenticità di una conversione; ma oggi questo stesso rispetto dovrebbe imporre maggiori cautele. Molto più che in passato sentiamo infatti come prioritario il dovere di impedire che le scelte religiose avvengano sotto qualsiasi specie di pressione. Questo è almeno quel che la società cristiano-occidentale ha maturato lungo i secoli, anche sulla base del riconoscimento di gravi violazioni avvenute in passato. In Oriente la cosa non è mai stata più di tanto un problema, perché la religione non è tradizionalmente un fatto di identità sociale, di diretta rilevanza politica. È eccessivo pensare che per l’Islam sia un delicato nodo, che è lecito chiedere sia inequivocabilmente sciolto, e al tempo stesso una grande prova spirituale?

Un caro saluto a tutti. Dio voglia che siate davvero ispirati.

 

P.S. Scrivendo questa lettera e soprattutto pubblicandola mi è stato chiaro che qualcuno, o forse anche molti, si sarebbero sentiti in difficoltà. L’ho fatto a ragion veduta, per un dovere innanzitutto di testimonianza. Me ne assumo pertanto intera la responsabilità, sollevando chiunque altro dal doverla condividere. Se, come possibile, ne scaturirà un dibattito, questo sito sarà la sede più opportuna per ospitarlo.

 

Stampa