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Sempre e per sempre. Un movimento interreligioso di preghiera

di Bhante Dharmapala

 

monaci

È davvero possibile una preghiera interreligiosa? Si tratta di una domanda che ci si pone da molto tempo, almeno dall’incontro di Assisi convocato da Giovanni Paolo II nel 1986.
La preghiera è comunicazione con una dimensione comunque intesa come trascendente, e implica un linguaggio, verbale e non verbale, che è tipico di una tradizione spirituale. Le tradizioni sono tutt’altro che immutabili, possono reciprocamente influenzarsi ma non è pensabile il loro confluire in qualcosa che tutte le comprenda – una sorta di linguaggio sovraordinato agli altri. Per questo l’idea di una preghiera interreligiosa può apparire una contraddizione in termini.
Infatti ad Assisi le varie tradizioni pregarono ciascuna a suo modo e per conto proprio, semplicemente l’una accanto all’altra. Ciò che le unificava era il luogo in cui la preghiera si svolgeva – la città di Francesco, figura chiave di una tradizione ma con capacità di comunicare anche al di fuori di essa –, e inoltre la ragione da cui traeva origine.

Si consumavano gli ultimi anni della Guerra Fredda, la tensione tra le due superpotenze rischiava di raggiungere un punto di non ritorno, l’umanità tornava a vivere l’incubo della distruzione. Era dunque una grande preghiera per la pace, la prima e il fondamentale modello di tante altre che diffusamente sarebbero seguite. Per la prima volta le religioni, nelle persone dei loro massimi rappresentanti, si ponevano come protagoniste della scena mondiale.
Quello scenario storico sarebbe rapidamente venuto meno, ma il ruolo delle religioni avrebbe caratterizzato la fase successiva, nella quale ci troviamo tuttora. Esauritasi la carica propulsiva delle ideologie laiche della modernità, le religioni, inaspettatamente sopravvissute ad esse, le avrebbero sostituite nella guida morale dell’umanità, anche rispecchiandone le contraddizioni. Il resto è storia di questi ultimi decenni.

In tutto ciò è rimasto però insoluto il nodo di una preghiera interreligiosa, ovvero una pratica comune sul piano propriamente spirituale: senza la quale, va detto chiaramente, il dialogo interreligioso manca di un nucleo profondo in cui radicarsi.
Si tratta però di un nodo che per sua natura non può venire sciolto arbitrariamente, perché nulla su quel piano può essere progettato a tavolino. Bisogna che davvero esperienze spirituali sorgano, generalmente dove e quando meno le si attende.

Tutto ciò perché quel che ora presenterò abbia la sua giusta cornice.

Tra quel che in questo tempo della pandemia ha preso forma, c’è l’esperienza di Bruno Cavallo e Paola Monferrato, rispettivamente presidente e segretario di un gruppo mariano operante soprattutto a Torino, l’associazione Maria Madre della Provvidenza, il cui ambito di attività è più che altro caritativo: fornire di cibo le persone bisognose.
Ma un giorno Bruno e Paola vivono contemporaneamente qualcosa che non possono avvertire se non come ispirazione. C’è un aiuto, non meno importante del cibo, che andrà recato a coloro che stanno morendo in solitudine; e sarà una preghiera, una preghiera continua, nella quale ci si alternerà lungo le ventiquattr’ore; una preghiera che inizia in questo periodo della pandemia, di cui la morte in solitudine è uno dei simboli più intensi e angosciosi, ma che non dovrà avere un termine nel tempo: quindi una preghiera sempre e per sempre.

Bruno e Paola vivono una fede di impronta strettamente cattolica, ma sentono fin da subito che il movimento di preghiera che ha da sorgere dovrà coinvolgere anche credenti delle altre religioni. E così fanno, a partire dal contesto del movimento torinese Noi siamo con voi, di cui sono entrati a far parte. E quando Paola me ne parla, chiedendo il sostegno di Interdependence, avverto subito l’importanza enorme della cosa.

Una preghiera di quel tipo rispetterebbe l’autonomia delle varie tradizioni, perché ciascuna si troverebbe a pregare secondo le modalità che le sono proprie; ma al tempo stesso le collegherebbe in un’esperienza dall’insondabile profondità. Aderire senza soluzione di continuità all’alternarsi del giorno e della notte significa radicarsi nei ritmi cosmici. Più ancora che raccogliersi in un luogo, è connettersi nel tempo che consente di realizzare il carattere, fin dai tempi primordiali, tipico dell’azione sacra.
Non aggiungo altro. Non si può parlare di queste cose se non nei termini di ciò che si vive sentendosene attraversati. E, per quanto la preghiera sia generalmente collegata alla parola, la sua dimensione più profonda è il silenzio.

monaco con mascherina

 

 
 

 

 

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