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   011.19234193 Redazione       

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Accadde in America, non poi tanto tempo fa.

immigrati-italianiSotto molti punti di vista le sfide che la società americana ha affrontato alla fine del XIX secolo hanno anticipato quelle che la nostra epoca si trova a fronteggiare.

Tra il 1870 e il 1900 l’America si è rapidamente trasformata da società rurale, circoscritta, tradizionale in una nazione moderna, industrializzata, urbana. Alla fine della Guerra civile era ancora prevalentemente il paese di piccole fattorie, piccole città e scarsi affari dei tempi di Tocqueville. Sul finire del secolo stava velocemente diventando una nazione di metropoli, pullulante di immigrati nati in Europa o in America che faticavano in fabbriche gestite da grandi gruppi industriali.

Il cambiamento tecnologico è stato uno degli aspetti fondamentali di quest’evoluzione. Negli ottant’anni successivi al 1870 l’Ufficio brevetti degli Stati Uniti ha riconosciuto 118 mila invenzioni. Alcune di esse (come la mietitrebbia) hanno rivoluzionato la produzione agricola. Altre (come la macchina da cucire il cibo in scatola) hanno trasformato la casa. Più importanti di tutte, però, sono state le scoperte alla base della rivoluzione americana nell'industria, nei trasporti, nelle città - la macchina a vapore, l’acciaio, l’elettricità, il telegrafo, il telefono, l’ascensore, il freno ad aria compressa e molte altre.

Con la rivoluzione tecnologica si è modificata profondamente anche la dimensione dell’impresa. L’organizzazione aziendale ha reso obsoleti molti mestieri, come i piccoli commercianti e gli artigiani autonomi, mentre ne ha creati di nuovi, come manager delle imprese e operai non qualificati dell’industria. La prima grande ondata di fusioni nella storia americana spazzò Wall Street tra il 1897 e il 1904, lasciando sulla sua scia nuove enormi aziende. In effetti, in relazione alle dimensioni dell’economia, la grande quantità di fusioni della fine del XlX secolo non ha avuto paragoni fino agli anni ‘90.

La qualità della vita negli Stati Uniti è sostanzialmente migliorata nel mezzo secolo successivo alla fine della Guerra civile. La ricchezza pro capite crebbe di circa il 60%  e prodotto nazionale lordo reale salì del 133%, proprio mentre la popolazione aumentava in seguito all'afflusso degli immigrati poveri. Tra il 1871 e il 1913 l’espansione dell’economia è stata in media del 4,3% ogni anno.

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I decenni tra la Guerra civile e la Prima guerra mondiale sono stati anche un'epoca di rapido incremento demografico e di urbanizzazione. La maggior parte dei nuovi residenti nelle città abitavano anche una nuova nazione. Nei trent’anni compresi tra il 1870 e il 1900 sono immigrati negli Stati Uniti circa 12 milioni di persone, più di quanti siano giunti alle nostre coste nei due secoli e mezzo precedenti. Nei successivi quattordici anni ne sarebbero arrivati all’incirca altri 13 milioni. Nel 1870 un terzo dei lavoratori dell’industria era nato all’estero. Nel 1900 sarebbero stati la metà.  

Gli immigrati provenivano da molti paesi europei , così come dal Canada e dall’Asia orientale. Tedeschi, irlandesi, canadesi, britannici e scandinavi furono i più numerosi fino al 1890 ma, come evidenzia lo storico Steven Diner, nei successivi vent'anni

Gli immigrati, in maggioranza cattolici ed ebrei, provenienti da paesi sconosciuti del Su e dell’Est europeo, si riversarono in enorme quantità in America per lavorare nella sua economia industriale in espansione. Vivevano spesso in fitti quartieri cittadini nei quali prevalevano le lingue straniere e lì hanno costruito chiese, sinagoghe e istituzioni comunitarie. [1]

Che il suo viaggio fosse iniziato nel rurale Iowa o nella rurale Slovacchia, il nuovo abitante di Chicago conduceva una vita e affrontava rischi abbastanza diversi da quelli cui era stato abituato. Era arrivato alla ricerca di opportunità economiche e spesso le aveva trovate, ma aveva anche incontrato una profonda insicurezza. I vecchi sistemi di «assistenza sociale esterna» - i programmi locali provvisori di assistenza pubblica – venivano travolti dalle nuove esigenze allo stesso modo dei più nuovi sistemi di «assistenza interna» - l’ospizio. Le tradizionali reti di sicurezza sociale della famiglia, degli amici e delle istituzioni della comunità non si adattavano più alle condizioni di vita dei nuovi lavoratori urbani.

Parliamo spesso con leggerezza della velocita ciel cambiamento ai giorni nostri. Tuttavia, nulla nell’esperienza dell’americano medio alla fine dei XX secolo uguaglia la violenza della trasformazione sperimentata all’inizio dello stesso secolo da un contadino cresciuto in un villaggio polacco, rimasto pressoché immutato dal XVI secolo, che nel giro di pochi anni si trovava a costruire i grattacieli d’avanguardia di Louis Sullivan sul lago Michigan. Anche per i nativi la velocità del cambiamento negli ultimi decenni dell’Ottocento è stata straordinaria.

Molto del cambiamento è andato per il meglio, ma molto per il peggio. Le brulicanti città erano deserti industriali, centri di vizio, povertà e malattie dilaganti, bassifondi affollati e pieni di umidità, con amministrazioni corrotte. La mortalità infantile crebbe di due terzi tra il 1810 e il 1870. Il lavoro infantile era diffuso e la delinquenza si riversava nelle città com’era accaduto in molti altri paesi occidentali

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Come nell'America d’oggi, le fratture etniche rendevano a rafforzare quelle di classe. Gli ultimi anni del XIX secolo videro la nascita di un etnocentrismo difensivo, un’eterogenea alleanza di convenienza tra i sindacati (timorosi della competitività dei bassi salari degli immigrati), i conservatori protestanti (ostili verso la crescita dell'influenza degli ebrei e dei «papisti», provenienti dal Sud e dall'Est europeo) e persino alcuni riformatori sociali (preoccupati che l’immigrazione senza controlli esacerbasse i problemi delle città).

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Alla fine del XIX secolo gli americani erano dunque divisi per classe, etnia e razza più o meno come lo siamo oggi, anche se le attuali linee di divisione sono diverse rispetto a quelle di un secolo fa (asiatici e ispanici hanno, ad esempio, sostituito ebrei e italiani come bersagli di discriminazione). Altrettanto suggestivi, rispetto ai nostri problemi di oggi, sono stati i dibattiti sulle conseguenze della rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni sui tradizionali vincoli della comunità.

Le nuove tecnologie della comunicazione provocarono tra i filosofi sociali di fine secolo un dibattito animato che anticipava l’accesa controversia, nell’America contemporanea, a proposito degli effetti di Internet. Da una parte gli ottimisti, entusiasti perché le nuove tecnologie della comunicazione avrebbero consentito un più vasto raggio «lazione alle relazioni umane. L’altruismo si sarebbe diffuso in una società da poco unificata dalla ferrovia, dalla corrente elettrica e dal telegrafo.

Dall'altra parte, osservatori sociali più cauti, come John Dewey e Mary Parker Follett, si sono occupati di far convivere la nuova tecnologia con i rapporti faccia a faccia. Pur riconoscendo e tessendo le lodi della nuova società più ampia, tenevano in grande considerazione anche le piccole vecchie reti sociali dei quartieri.

 Al di là di questi dibattiti, molti americani alla fine dell’Ottocento avvertivano l'erosione della moralità e la frattura della comunità. L’ideologia collettiva dominante nell'Età dell’oro è stato il darwinismo sociale. I suoi fautori sostenevano che il progresso sociale esige la sopravvivenza dei più adatti - con poca o nessuna interferenza del governo nelle «leggi naturali del mercato». In una società così organizzata, i più capaci avrebbero avuto successo, gli inetti sarebbero falliti e questo libero processo di eliminazioni avrebbe garantito il progresso sociale. Sotto importanti punti di vista tale filosofia anticipava il culto del mercato senza vincoli, tornato popolare nell'America d’oggi. Alla fine del XIX secolo, i critici del darwinismo sociale hanno tuttavia lentamente guadagnato il vertice intellettuale e (sempre più) politico.

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I riformatori sociali dell’Epoca progressista cominciarono a individuare dietro le malattie della società – la povertà e tutto il resto – cause sociali ed economiche, non debolezze morali individuali. L’individualismo ruggente sembrava sempre più irrealistico nelle nuove circostanze, sempre più complesse e interdipendenti, e venne gradualmente soppiantato da una concezione più organica della società. I progressisti non negavano l’importanza dell’interesse individuale, ma aggiungevano che gli uomini e le donne sono mossi anche da valori non materiali – affetto, reputazione e anche altruismo.

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Era, insomma, un’epoca assai simile alla nostra, piena di promesse di progresso tecnologico e di prosperità senza precedenti, ma attaccata al ricordo di una comunità più integrata. Allora come ora nuove modalità di comunicazione sembravano promettere nuove forme di comunità, ma uomini e donne accorti si domandavano se non si trattasse di oro falso. Allora come ora l’ottimismo nutrito dai recenti progressi economici lottava con il pessimismo dovuto alle difficili realtà di malattie sociali apparentemente in solubili.

Allora, come ai nostri giorni, nuove concentrazioni di ricchezza e di potere aziendale sollevavano domande sul reale significato della democrazia. Allora, come adesso, enormi concentrazioni urbane di minoranze etniche impoverite ponevano questioni fondamentali di giustizia e di stabilità sociale. Allora, come ora, la classe media agiata era divisa tra l’allettante prospettiva della fuga e le più profonde esigenze di riscatto attraverso la solidarietà sociale.

Allora, come oggi,  nuove forme di commercio, la trasformazione dei luoghi di lavoro e una nuova organizzazione spaziale degli insediamenti umani minacciavano forme più antiche di solidarietà. Allora come ora ondate di immigrati mutavano l’aspetto dell’America e sembravano dissolvere l’unum nel pluribus. Allora, come ora, il materialismo, il cinismo e la prevalenza dello stare a guardare sull’azione, sembravano ostacolare il riformismo idealistico.

Soprattutto, allora come ora, i fili conduttori più vecchi della connessione sociale subirono un’abrasione - o vennero addirittura distrutti – da cambiamenti tecnologici, economici e sociali.

Attenti studiosi compresero che il sentiero del passato non poteva essere ripercorso, ma pochi vedevano chiaramente la via per un futuro migliore. Mentre i reazionari romantici meditavano sul ritorno a un’età pastorale, più limitata e più semplice, i progressisti erano troppo pratici per subire il fascino di questo richiamo. Ammiravano le virtù del passato ma capivano che indietro non si poteva tornare. L’età industriale, nonostante i suoi limiti, aveva reso possibile una prosperità materiale che rappresentava una precondizione indispensabile per il progresso civico. La questione non era: «Modernità: sì o no?»; piuttosto come riformare le nostre istituzioni e adattare i nostri comportamenti nel mondo nuovo, al fine di garantire i valori imperituri della tradizione.

La loro visione era attiva e ottimista, non rassegnata e scoraggiata. Un aspetto caratteristico dei progressisti era la convinzione che i mali sociali non si sarebbero risolti da soli e che era avventato attendere la cura del tempo.

Un’interessante caratteristica della rivitalizzazione della vita civica americana negli ultimi decenni del XIX secolo è stata la vera e propria esplosione nella nascita di associazioni.

Tra il 1870 e il 1920 la creatività civica ha raggiunto un crescendo mai toccato nella storia americana, non solo in termini numerici ma anche per quanto attiene alla sfera d'azione e alla durata delle organizzazioni appena fondate. Theda Skocpol e i suoi collaboratori hanno evidenziato che in due secoli di storia americana la metà delle maggiori organizzazioni di massa sono state fondate nei decenni compresi tra il 1870 e il 1920.

Non è esagerato affermare che la in maggioranza delle istituzioni civiche oggi più apprezzate nella vita americana siano state fondate in quei pochi decenni di eccezionale creatività sociale.

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Sebbene la cultura dell’America industriale fosse diventata in un certo senso più laica, la religione ha giocato un ruolo notevole  nella rivitalizzazione civica dell’epoca, al di là delle attività parrocchiali locali e delle confessioni religiose. È stato in quel periodo che parecchie chiese hanno assunto l’aspetto di ciò che lo storico della religione E. Brooks Holifield ha chiamato «congregazione sociale».

In quel periodo ispirazione religiosa, autoperfezionamento e impegno civico erano strettamente interconnessi. I cattolici avevano la tendenza a essere ancora più solidali dei protestanti verso le difficili condizioni dei poveri, non da ultimo perché molti di essi appartenevano alle classi lavoratrici.

Una delle invenzioni sociali più considerevoli dell’Epoca progressista è rappresentata dai centri di servizio alla comunità, un’idea importata dall’Inghilterra vittoriana. Essi ospitavano uomini e donne idealisti della classe media che vivevano per alcuni anni nei quartieri poveri della città con l’intento di favorire l’istruzione e l’«edificazione morale» dei poveri immigrati. All’inizio l’obiettivo principale era insegnare l’inglese e le conoscenze civiche necessarie per esercitare la cittadinanza, ma l’ambito di attività si allargò rapidamente.  

Dal nostro punto di vista l’Epoca progressista ha rappresentato una reazione della comunità contro l’individualismo ideologico dell’Età dell’oro. Sebbene culminata in un movimento specificamente politico, ebbe inizio da obiettivi sociali più ampi e più immediati. Uno degli scopi fondamentali degli sforzi profusi nell’istituire parchi giochi, musei civici, asili infantili, giardini pubblici, era rafforzare l’abitudine a cooperare, pur senza soffocare l’individualismo.

Ricordiamo che il termine stesso di capitale sociale è stato coniato dall’educatore dell’Epoca progressista L. J. Hanifan, nell’esporre il valore dei centri della comunità.

Robert D. Putnam, ‘Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community’, Simon & Schuster, New York, 2000; trad. it. ‘Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America’, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 449-461



[1] S. J. Diner, A Very Different Age: Americans of the Progressive Era, New York, Hill & Wang, 1998, p. 5

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