Vorrei essere ebreo per dire, con l’autorevolezza che solo chi è ebreo può avere, quello che nella coscienza mondiale preme: che la vita di nessuno può avere per principio un valore superiore a quella d’altri – che lo sterminio di un popolo non è ammissibile in nessun caso. Vorrei poter dire, come certo solo un ebreo può dire: sento, nelle voci dei bambini che si stanno uccidendo a Gaza, quelle dei bambini ebrei della Shoah. E, se queste voci ora ci condannano, non ci sarà nulla a proteggerci da esse.
Vorrei essere ebreo per dire che è disonesto accusare di antisemitismo chi semplicemente accusa il governo israeliano attuale di commettere dei crimini, e di portare spietatamente a termine l’espropriazione di una terra che, dovremo pure ammetterlo, per molti secoli è stata d’altri. Sento nel più profondo quello che ogni ebreo sente, cioè la paura del proprio annientamento; ma potrà difendermi la disponibilità all’annientamento altrui, fino a mettere in pericolo il mondo intero? E non potrebbe questa essere la fonte principale, oggi, di un possibile, effettivo nuovo antisemitismo? Vogliamo lasciare che si pensi: ecco, quelli che abbiamo sempre visto come vittime, sono il maggior pericolo?
Vorrei essere ebreo per dire, con la consapevolezza che chi è ebreo oggi dovrebbe avere, che nessuna vittoria militare può valere il prezzo di una disfatta morale senza appello. E che una particolare elezione da Dio non è un privilegio, ma una grave responsabilità – quella di essere veramente e fino in fondo umani. Farla diventare privilegio – nella convinzione che ci sia concesso quello che non è concesso a nessun altro – è blasfemo, e suscita davvero l’odio e la maledizione su di noi. Se c’è una terra che ci è effettivamente data è nel nostro cuore innanzitutto, e va protetta dal nostro peggior nemico: cioè noi stessi. Ci è stato comandato di non farci idoli, e il peggio è fare di noi stessi un idolo.
Vorrei infine essere ebreo per dire che questo attacco all’Iran non risponde agli scopi dichiarati e non fa neanche parte della logica, pur controversa, che è alla base della storia israeliana. C’è un governo talmente screditato da essere ormai disposto a qualsiasi avventura, facendosi strumento di strategie inconfessabili. In questo modo, col pretesto di proteggerci, ci spinge nell’abisso. Vorrei essere ebreo per gridare: sia fermato, a qualsiasi prezzo! E vorrei farlo oggi a Tel Aviv, sperimentando, in misura modesta ancora, quello che ad altri è dato vivere in forma ben più estrema – che, risvegliando un’angoscia atavica, come è stato il 7 ottobre, mi consente di non dimenticare. Vorrei essere ebreo quindi per essere capace di chiedere perdono e offrirlo. Parlare di pace oggi forse è troppo, ma forse troppo poco: c’è da aprirsi finalmente alla sofferenza altrui e sentire che è attraverso quella che Dio ci parla.
Non sono ebreo, ma parlo per sincero amore verso chi lo è, e vorrei che chi lo è gridasse. E in un certo senso ebreo lo sono anch’io, perché sono occidentale. È delle mie radici che sto parlando. Sono le mie radici che sento in pericolo. E, di quelle radici, il mondo ha bisogno oggi più che mai.