Dopo lo sterminio di Gaza, è fuor di dubbio che lo Stato israeliano stia saccheggiando fino in fondo quella “riserva di eccezione” che gli fu accreditata al momento della sua costituzione. Non mi riferisco solo al piano di spartizione delle Nazioni Unite, l’istituzione che dal tempo della sua fondazione (1945) rappresentò solo un fantasma legalitario imbastito dai “tre grandi” per bloccare lo status quo del mondo. Mi riferisco alla decisione che stava a monte, quella di ammettere che un’eterogenea popolazione europea, in nome di un’ideologia razziale, andasse a occupar il territorio palestinese abitato da un altro popolo. Ma questo accadeva già da almeno due decenni, ovvero dalla prima guerra mondiale, quando quel territorio divenne un mandato britannico. In effetti, il crogiuolo di Israele ancor prima della sua ammissione ufficiale (la “risoluzione 181” del 1947) fu un‘occupazione coloniale armata e finanziata dai fondi dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, formalmente istituita nel 1929 e sostenuta dal Congresso Sionista Mondiale, capeggiato soprattutto da Chaim Weizmann (che assieme a Lord Rothschild nel 1917 assunse la regia dell’accordo con Balfour durante la prima guerra mondiale).
Una “riserva di eccezione”, dicevo, nel senso a un tempo giuridico e morale: un’eccedenza, rispetto alle condizioni di ordine internazionale concordato dai patti di Jalta del 1945, che avevano dato inizio ai due “blocchi” mondiali e, dopo Hiroshima e Nagasaki, al “Trattato di Non Proliferazione Nucleare” firmato da 191 Stati nel 1968 (ma non da Israele).
Il fatto che la storia dello Stato di Israele consista in una ininterrotta catena di violazioni e di condanne ricevute attraverso le cd “risoluzioni” delle Nazioni Unite però non rappresentava, nei rapporti internazionali, una personalità con la fedina penale “sporca”, in tutti i campi di interesse – dalla politica, al commercio, alla cultura e allo sport: perché il resto del mondo era paralizzato da un’intimidazione che rifletteva il carattere assoluto di questa “riserva di eccezione”, che ha il volto irrazionale del mysterium tremendum.
Quello che colpisce, nell’oltranzismo bellico israeliano di queste ultime settimane, è la distanza morale fra i due personaggi che capeggiano la serie disumana di misfatti a cui stiamo assistendo.
Da un lato un Trump che farnetica intrigato nei suoi incubi di potenza, dall’altro un Netanyahu freddamente chiuso nel perseguimento di un suo disegno feroce: Otello e Iago, per capirci. Il secondo è quello più inquietante.
Netanyahu riassume davvero la storia dello Stato di Israele in una cosa a un tempo straordinaria e terribile: vivere nel futuro temporale. L’agitarsi di Trump è solo una immaginazione caricaturale del futuro, uno stato di dissociazione, un’impazienza nevrotica che lo spinge al delirio e gli fa sognare una Gaza trasformata in una Miami, con grattacieli e palmeti.
Invece lo sguardo di Netanyahu è davvero futuro. Forse è l’unico uomo politico della terra a pensare il futuro e perseguirne con accanimento il progetto. Altro che Fukuyama. Abbiamo pensato, con la fine della politica dei blocchi e con gli armamentari atomici in vista, che la storia si fosse arenata in una sospesa contemplazione di sé. Che errore!
Corrotto, israeliano-americano, cresciuto attraverso il padre alla scuola di Jabotinsky, all’opposto di Trump Netanyahu ha visto Gaza come Hiroshima dopo il bombardamento del 6 agosto del 1945, e ha fatto di Gaza un’altra Hiroshima. Sta facendo qualcosa di simile con il Libano. Con i territori abitati dai palestinesi in Cisgiordania. Ha provato a fare altrettanto con l’Iran. Ha appreso dai suoi alleati religiosi a leggere la bibbia come un codice militare benedetto da dio (tutto in minuscole, per non confondervi la vera religione), e ne fa una guida per deportare popolazioni e distruggere città in quella che una volta era la terra cantata dal poeta Mustafa Wahbi al Tal (Arar): «O Giordano, fiume che scorre nel mio cuore come un canto antico.»
A conti fatti, il delirio dell’occupante della casa Bianca non conosce futuro, come mostra ampiamente l’esito della campagna militare in Iran. È servito a fare tabula rasa del vecchio edificio costruito nel 1945 a Jalta, e a far passare il mondo da uno stato di stupita incertezza alla confusione più totale. C’era però uno Stato, che dal tempo della Prima guerra mondiale, possedeva quella “riserva di eccezione”: quello di Israele.
È terribile a dirsi, ma una “riserva” del genere oggi, non solo da quelle parti, rappresenta l’unico senso di futuro storico esistente. Si tratta di un senso non condivisibile da nessun altro, è chiaro, perché non ha altro scopo che una concezione feroce della propria sicurezza, quella che deriva dallo sterminio. E il venire in piena luce di quella riserva produce nei governi dei popoli un’afasia generale, come si fosse appunto al cospetto del “tremendum”. Come restò il mondo subito dopo Hiroshima.
Il male sta dunque non solo nella volontà di sterminio, ma altresì nel mutismo dei governi: poiché è venuta meno la logica con cui usare il linguaggio, perché qui chiaramente il “tremendum” non è Dio, è la bomba.
Ma c’è un’altra parte del mondo che per ora resta a guardare, incontaminata dalla complicata crisi dell’intreccio logico-semantico nell’ex-Occidente. E qui faccio un breve inciso conclusivo.
Un grande visionario, il poeta Ezra Pound, che venne detenuto per tredici anni in un manicomio criminale americano per aver cercato (povero cristo) di trattenere gli Usa dall’intervento in Europa, concepiva le civiltà asiatiche come uno dei luoghi eminenti della saggezza universale. Oggi il silenzio della Cina, dell’India, del Pakistan non è quello attonito dell’Europa. Che venga di là, a fronte della tragedia dei popoli dell’Asia occidentale, l’atteso katéchon?