
SULL’ARCA E DENTRO LA BALENA
di Dharmapala – Una recensione
Questa di Dharmapala (Claudio Torrero) è la narrazione di un viaggio avventuroso e di una illuminazione, e in questo senso ha la portata dantesca di una discesa agli inferi, e pertanto anche di una iniziazione. Guardiamoci però dall’intendere in senso estetico, e gratificante, una tale espressione. Mi fermo qualche istante sulle due cose che ho appena detto.
Queste pagine hanno la forma del diario, anche perché in parte sono state scritte nel corso del viaggio. È importante notare questo, perché nella scrittura in cui si alternano i trasferimenti, le soste e le attese, e poi la navigazione in mare aperto fino all’irruzione degli armati sulla nave – fino a questo punto – la coscienza di Torrero si abbandona alla propria esperienza con l’animo di un esploratore di sé, è come un viaggio di esplorazione di sé stesso. L’essere messo alla prova, sì, ma da una propria scelta. E la natura stessa del viaggio lo pone nella condizione spirituale ed esistenziale del viaggiatore, che ha lasciato tutto dietro di sé e in questo incontra e misura sé stesso. C’è l’inquietudine della sfida ma (perciò) anche l’ebbrezza di questa, come accade a chi si prepara a una difficile salita in montagna.
Ma il suo viaggio chiaramente non è quello del puro viaggiatore, perché è parte di un progetto collettivo ed è intenzionalmente proiettato all’incontro con una realtà terrificante. La mente non è libera ma anticipa e teme di umano timore ciò che va ad incontrare. Qui viene quello che ho percepito come carattere dantesco, perché come Dante l’esperienza iniziatica di Torrero lo porta a contatto del male e del demoniaco.
Cosa spinga C. ad abbandonare la vita di tutti i giorni per unirsi alla Flotilla traspare chiaramente dalle pagine che precedono l’ora del contatto con le forze armate israeliane. Si tratta per lui di tuffarsi nel processo storico in corso, nel suo cuore – anziché continuare a guardarlo diciamo così solo intellettualmente.
La storia – la storia! – vissuta, éprouvée, non più solo prouvé. E se ci chiediamo che senso ha questo éprouver, si deve certo pensare ai presupposti spirituali che lo hanno indotto a scegliere di fare questa esperienza.
L’esperienza di Torrero investe un problema enorme, che per brevità devo condensare in pochissime parole. È quello della fase storica che stiamo tutti vivendo, della quale la tragedia palestinese è uno dei fulcri. Investe le grandi religioni di origine biblica e la fine dell’ordine storico che venne fondato ottant’anni fa con gli accordi di Jalta del 1945. Si badi che l’ordine storico a cui mi riferisco non è solo quello geopolitico, ma prima ancora era una pretesa morale.
Proprio riguardo a questo, nelle pagine di Torrero l’esperienza assume un senso più profondo.
A mio avviso, l’esperienza qui non è sinonimo di prassi in quanto distinta dall’enunciazione teorica; come dicevo all’inizio, è il rompere le acque nel segreto travaglio di una rinascita.
A questo proposito appare il richiamo dantesco del viaggio di Torrero. La sua discesa agli inferi a mio modo di vedere comporta da parte sua la ricerca di una nuova memoria, quel profondo cambiamento di paradigmi che non può limitarsi all’analisi intellettuale della storia e della politica, né essere messo in gioco in un semplice contrasto di opposti, ma deve abbracciare l’intera esperienza spirituale attraverso una prova decisiva.
Riflettiamo. Il tipo umano uscito ed espresso dal mondo dopo Jalta si è risolto in uno scacco colossale, la democrazia esportata, il way of life americano, la spersonalizzazione tecnologica, l’incombere del terrore nucleare. Solo un’esperienza con il significato e il rischio implicito di una metànoia può dar avvio a un cambiamento di paradigmi epocali: questo a me pare essere il senso vero dell’adesione di Torrero alla spedizione della Flotilla.
Il messaggio di Torrero è che solo venendo in contatto col male possiamo liberarci dagli schemi ideologici in cui continuiamo a farci irretire, dal linguaggio e dalle parole d’ordine che hanno sostenuto l’intero corso della storia del XX secolo. Cambiare paradigmi è un problema di tutti. e non solo di chi avversiamo o di chi ci avversa.
Il racconto della prigionia nel lager israeliano, proprio per quanto detto, ha un alto valore simbolico. Dalla sua gabbia – a me ricorda il Pound di Pisa – l’incontro con il male di Torrero è infine la meta cercata, se pure con timore, onde ricomprenderla non semplicemente da avversario (che combattendo il male farebbe il male), ma da vittima –nelle dimensioni di un’esperienza breve, sì, ma intensissima. Solo così, e cioè da vinto e non da vincitore, egli può cogliere veramente il senso tragico della catastrofe morale di Gaza. L’originalità della testimonianza di Torrero è in questa scelta. Degli stessi equipaggi della Flotilla, egli era probabilmente uno dei pochi a possedere pienamente una tale persuasione.
È un grande, e difficile insegnamento, questo. Solo i vinti possono misurare l’essenza tragica del male (e il modello viene proprio dal Golgotha). Nella insuperabile conflittualità del mondo, Claudio Torrero ha voluto compiere l’esperienza di chi perde, non di chi vince. L’esperienza che gli fa conoscere la portata del male non dalla parte di chi trionfa e si accinge a stabilizzare le ragioni e le condizioni del proprio trionfo, ma da quella di chi soccombe – di chi di tale trionfo rappresenta la muta obiezione.
Marcello Croce
