La religione e l’abominio

religione e abominioUn intervento di Vito Mancuso su La Stampa del 13 luglio ha suscitato la reazione del rabbino Riccardo Di Segni, che risponde con uno sprezzante commento sul periodico Shalom.

Il teologo cattolico, in riferimento agli stermini di Gaza, si propone di distinguere, in seno alla tradizione dell’ebraismo, “una duplice essenza: spirituale e politica. La prima è propriamente l’ebraismo, la seconda è ciò che io denomino israelismo”.

E mentre la linea spirituale “contiene imperativi morali e di equità nati in seno a una cultura che esige giustizia per i deboli e i perdenti”, all’opposto nella Bibbia ebraica “vi è un’ideologia del potere e dell’oppressione nazionalista e razzista verso altri popoli” – poiché “l’ebraismo non è solo una religione, ma anche una nazione - una nazione e una religione nello stesso e unico tempo”.

Citazioni dal Deuteronomio espongono eloquentemente la radice donde, sostiene Mancuso, trae origine la ferocia in atto oggi a Gaza.

A questo punto, però, Mancuso si impegna a separare questa teologia politica oscura della nazione ebraica da quella che considera la vera essenza dell’ebraismo, arrivando, in modo colorito, a definire quei testi storici addirittura “fake scriptures”; e suggerisce con disinvoltura di “ristrutturare completamente l’esegesi e l’ermeneutica dei testi biblici, in modo tale che non possano più nascere persone come [l’attuale ministro israeliano] Ben Givr che ritengono di essere autenticamente religiose perché impediscono gli aiuti umanitari e fanno morire di fame un intero popolo”.

Suppongo, a questo proposito, che Mancuso non ignori che, a suo tempo, da parte ebraica era stato chiesto alla Chiesa di fare altrettanto (come nei dieci punti di Seelisberg che segnarono un cambiamento strategico interagendo sull’interpretazione e sulle traduzioni dei testi dei Vangeli).

Il punto è che l’articolo di Mancuso evidentemente è di intonazione apologetica, e la contrapposizione tra ebraismo politico ed ebraismo spirituale, che lui fa, in fondo è quella della narrativa cristiana, dove l’intera missione di Gesù si contrappone al mondo politico-religioso ebraico del suo tempo. Cristo è paradigma e compimento di una tradizione profetica da sempre osteggiata dall’establishment politico-religioso. Di Segni non dovrebbe stupirne o scandalizzarsi, è quello che ripetono ogni domenica anche le omelie di tutte le chiese. Chi legge i quattro Evangeli o gli Atti degli apostoli ha esattamente il quadro sopra descritto.

Alla pretesa di contrapporre due facce dell’ebraismo, quella buona (espressa anche da Gesù) e quella malvagia (i Farisei ecc.), quella universale e quella nazionale, quella essenziale e quella deviata, Di Segni obietta che ebraismo, popolo e nazione al contrario costituiscono un tutt’uno nell’intera storia ebraica, da Mosè ai nostri giorni.

“Mancuso non contesta ai francesi di essere francesi, agli italiani di essere italiani e così via, e non dice che il loro essere nazione equivale a predicare odio e distruzione, ma agli ebrei l’essere nazione è rinfacciato come un peccato originale, indissociabile da una violenza istituzionale. Si è dimenticato, con svista non veniale per un teologo, che gli ebrei diventano popolo alle pendici del monte Sinai, quando ricevono i dieci comandamenti”.

Egli, dunque, si richiama a Mosè per far discendere la nazione ebraica dal Dio che le ha dato la Legge, capovolgendo l’assioma di Mancuso: “Mentre Mancuso pensa che l’israelismo, cioè l’essere nazione, ha contaminato la pura religione ebraica, gli ebrei pensano che la religione ha forgiato la nazione ebraica e le ha dato una missione di civiltà, pace e giustizia per il mondo”.

Questa dichiarazione si connetterebbe, secondo Di Segni, al capitolo 2 del libro di Isaia. La sua tesi è dunque che il Sionismo odierno rappresenti la continuità della Legge mosaica e sia portatore dell’annuncio del profeta Isaia, quando dice (per esempio): “Entra fra le rocce, nasconditi nella polvere, di fronte al terrore che desta il Signore, allo splendore della sua maestà, quando si alzerà a scuotere la terra” (Isaia, 2, 10).

Ne consegue un concetto di popolo-nazione che culmina nel Sionismo, includendolo nella realtà non solo storica, ma in quella ideale dell’ebraismo.

Non ha risposta, però, la domanda che era implicita nell’intervento di Mancuso, ed è quella che ci impone la storia moderna della Palestina, e in particolare il suo epilogo, lo sterminio in atto. Che rapporto c’è tra l’abominio oggi espresso dal Sionismo e quel che dice il capitolo 2 di Isaia?

Benché critichi aspramente la tendenziosità “cristiana” di Mancuso, il rabbino non può nemmeno ignorare che le Tavole della legge somigliano ben poco alle parole dell’Uomo messo sulla croce, e che l’intera parabola di Cristo, dal punto di vista storico, con tutte le sue enormi conseguenze secolari, tali da sconvolgere tutti i paradigmi del mondo antico (non parlo da un punto di vista giudiziario, ma di comprensione della storia fino a oggi), resta per sempre una parte intima della storia dell’ebraismo.

C’è da riflettere, perciò, sulla teologia politica sottesa alla concezione del Dio esclusivo di una comunità etnica. Una cosa di questo genere naturalmente non solo la differenzia da tutti gli altri Stati del mondo, ma sembrerebbe confermare quel doppio binario, che lo preserva dal bisogno di inquadrarsi in un sistema oggettivo di regole internazionali. Si tratta in sostanza di una esclusività. Questo spiega il carattere di eccezione in cui lo Stato ebraico continua a mantenere la sua indipendenza dalla legalità internazionale.

È difficile, quindi, non temere che l’universalismo ebraico affermato da Di Segni, mentre fa riferimento all’inquietante capitolo 2 del profeta Isaia, resti limitato ab origine da una posizione attualmente espressa come pura ideologia di potenza. 

E lo stesso significato politico dell’eccezione, ora richiamato, che altro esprime, se non una virtuale pretesa di sovranità illimitata, cioè il non riconoscimento di ogni vincolo di legalità, a partire dallo stesso confine territoriale?

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