Il testo di Vito Mancuso pubblicato su La Stampa il 13 luglio 2025, intitolato “I due volti del fanatismo religioso”, merita attenzione per il tema che affronta — la degenerazione violenta della religione — ma al tempo stesso suscita perplessità profonde, soprattutto per il modo in cui coinvolge l’Islam.
Come musulmano, e come cittadino che crede nel dialogo tra le fedi, non posso restare in silenzio di fronte a certe espressioni — come “nazi-islamisti” — che evocano paragoni gravemente impropri e pericolosi. Accostare l’Islam, anche nelle sue forme estremiste, all’ideologia nazista non è solo storicamente infondato: è anche una scorciatoia retorica che finisce per oscurare le responsabilità reali, banalizzare il male e alimentare nuovi stereotipi.
Comprendo l’intento morale di Mancuso: denunciare il fanatismo religioso e l’uso ideologico dei testi sacri. È una preoccupazione che condivido. Ma l’analisi, per quanto animata da buone intenzioni, manca di equilibrio, confonde i livelli e rischia di produrre l’effetto opposto a quello auspicato. Se vogliamo davvero contrastare il fanatismo, dobbiamo prima imparare a nominarlo correttamente.
Il termine “nazi-islamisti” è un’assurdità storica e concettuale
Parlare di “nazi-islamismo” significa ridurre l’Islam politico — che è già di per sé una categoria sfaccettata, ambigua e storicamente stratificata — a una caricatura demoniaca. Si tratta di una semplificazione brutale, che appiattisce realtà profondamente diverse sotto un’unica etichetta negativa. L’espressione “Islam politico” include infatti esperienze molto differenti tra loro: dalle correnti riformiste e legaliste dei Fratelli Musulmani, all’islamismo sciita iraniano, fino alle forme militanti e terroristiche di gruppi come al-Qāʿida o l’ISIS. Ma comprende anche movimenti che hanno partecipato a processi democratici, amministrato città, organizzato servizi sociali, dato voce a istanze popolari.
Ignorare questa complessità significa equiparare ogni forma di attivismo musulmano alla violenza cieca e indiscriminata, cancellando distinzioni fondamentali tra chi cerca di tradurre l’Islam in un progetto politico — anche discutibile — e chi lo trasforma in macchina di morte. È come se si chiamasse “nazi-cristiani” tutti i movimenti ispirati al cristianesimo che hanno preso parte alla politica, dai teocon americani fino agli evangelici brasiliani o ai partiti conservatori europei. Sarebbe assurdo, eppure è esattamente ciò che Mancuso fa con l’Islam. In questo modo non si combatte il fanatismo: lo si alimenta.
Nessuna giustificazione religiosa per la violenza può essere accettata, né nel mondo musulmano né altrove. Ma ciò non autorizza a usare etichette infamanti che non descrivono, ma giudicano in blocco, e che servono più a creare paura che a favorire la comprensione.
2. Non confondiamo l’ebraismo con il sionismo
Nel suo articolo, Mancuso propone una distinzione tra “ebraismo” e “israelismo”, attribuendo alla prima etichetta i valori morali e alla seconda la logica del potere. È una distinzione interessante, ma ambigua e mal formulata. Sarebbe stato più corretto parlare di ebraismo e sionismo, due realtà storiche, teologiche e politiche distinte, seppure in parte intrecciate.
L’ebraismo, in quanto religione, è una tradizione millenaria di fede, legge, preghiera e riflessione, che ha dato al mondo figure come Hillel il Saggio, Avicebron, Maimonide, Leone Ebreo e, in epoca moderna, pensatori come Abraham Joshua Heschel ed Emmanuel Levinas. È una tradizione che l’Islam stesso riconosce e rispetta, considerando gli ebrei “popolo della Scrittura” (ahl al-kitāb), depositari di una rivelazione divina. Il Corano attribuisce ai figli di Israele una dignità spirituale e profetica, e invita i musulmani al dialogo con loro sul fondamento comune della fede in Dio, nella giustizia e nel monoteismo.
Ridurre questa ricchezza religiosa e intellettuale alla matrice di figure come Itamar Ben Gvir è una semplificazione offensiva, che finisce per riprodurre l’antico pregiudizio secondo cui l’ebraismo sarebbe intrinsecamente vendicativo o violento. È lo stesso errore che molti commettono nei confronti dell’Islam: giudicare una religione intera attraverso l’operato dei suoi estremisti. Un’operazione intellettualmente disonesta e spiritualmente corrosiva, tanto più grave se compiuta da chi si presenta come difensore della fede.
Il sionismo è un movimento politico nato nel contesto coloniale europeo del XIX secolo, che ha trasformato un’aspirazione identitaria e religiosa in un progetto nazionale fondato sull’esclusione di un altro popolo dalla propria terra. Dal 1948 a oggi, ha assunto i tratti di un’ideologia coloniale e suprematista, concretizzatasi nella pulizia etnica della Palestina, nell’occupazione militare, nell’apartheid e nella sistematica negazione dei diritti del popolo palestinese. Parlare di sionismo oggi significa parlare di un regime di dominio fondato su una narrazione biblica utilizzata per giustificare espulsione, segregazione e repressione. È un’ideologia profondamente razzista, che considera la terra come “promessa” a un solo popolo e gli altri come intrusi da eliminare o ridurre al silenzio — con la complicità attiva o passiva di gran parte dell’Occidente.
Tuttavia, paragonare il sionismo al nazismo è un errore concettuale e politico. Non perché sia meno violento o più giustificabile — non lo è — ma perché si tratta di fenomeni storici e ideologici diversi. Il nazismo fu un progetto totalitario europeo fondato sull’annientamento sistematico dell’altro; il sionismo è un progetto coloniale che ha costruito uno Stato per un solo popolo a spese di un altro, attraverso espropriazione, assedio, punizione collettiva e, oggi, la guerra a Gaza.
Confondere questi due piani non rafforza la denuncia, ma la svuota di forza e credibilità: la trasforma in slogan e offre al potere sionista l’alibi per dichiararsi vittima. Non è necessario ricorrere a categorie estreme quando la realtà parla da sola: Gaza sotto assedio, bambini senza acqua né cure, villaggi rasi al suolo, prigionieri detenuti senza processo, case demolite per rappresaglia. Questo è il volto reale del sionismo oggi. E basta guardarlo senza filtri ideologici per sapere da che parte stare.
Il sionismo contemporaneo è intriso di colonialismo e suprematismo. Non si tratta di una deriva occasionale, ma del cuore stesso della politica israeliana da decenni: l’espansione degli insediamenti illegali, l’espropriazione delle terre palestinesi, le leggi sull’apartheid, l’assedio permanente, le esecuzioni extragiudiziali, la detenzione arbitraria. Questi non sono abusi isolati, ma l’espressione coerente di un’ideologia che pone i diritti di un popolo al di sopra dell’esistenza stessa di un altro.
Ciò non significa che la fede ebraica debba essere trascinata nel fango insieme al sionismo politico. È fondamentale distinguere tra religione e ideologia, così come si deve distinguere tra Islam e terrorismo. Ma Mancuso, pur dichiarando di voler operare questa distinzione, nei fatti non riesce a mantenerla. La sua invettiva contro i “nazi-sionisti con la kippah” finisce per gettare un’ombra sinistra sull’intero ebraismo religioso, come se quest’ultimo fosse per natura incline al fanatismo.
Questo approccio è pericoloso perché rispecchia lo stesso schema accusatorio che viene rivolto all’Islam: l’idea che il fanatismo sia inscritto nella religione stessa. È un errore che ha prodotto danni incalcolabili, e che continua ad alimentare retoriche selettive e strumentali. Se davvero Mancuso intende difendere la spiritualità ebraica, dovrebbe evitare di descriverla come costantemente minacciata dalla sua “anima politica”, quasi fosse una condanna ineluttabile. Così facendo, finisce per legittimare un sospetto permanente verso un’intera tradizione religiosa — e certo non contribuisce né alla comprensione né al dialogo.
3. L’ambiguità dei testi sacri è universale
L’ambiguità dei testi sacri non è una caratteristica esclusiva dell’Islam o dell’ebraismo. Anche il cristianesimo, spesso percepito come religione della pace, contiene al suo interno passaggi problematici, che nel corso della storia sono stati letti, usati e impiegati per giustificare violenza, esclusione o dominio.
Uno degli esempi più significativi è il libro dell’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo del Nuovo Testamento. Qui Cristo appare in una forma ben diversa da quella evangelica: non come predicatore di mitezza, ma come giudice guerriero, che scende dal cielo con una veste intrisa di sangue, seguito da eserciti celesti, per colpire le nazioni “con una spada affilata che gli esce dalla bocca” (Apocalisse 19,15). Il linguaggio è marcatamente violento, e tutta la narrazione è scandita da flagelli, punizioni, distruzione, in uno scenario cosmico di vendetta e sterminio. È un testo simbolico, certo, ma ha avuto un impatto reale nella storia cristiana: crociate, persecuzioni, guerre di religione hanno spesso attinto proprio da questo immaginario apocalittico per legittimare lo sterminio del “male”.
Anche i Vangeli sinottici e le lettere di Paolo contengono elementi problematici, benché più sottili. La parabola del banchetto (Luca 14,24), ad esempio, si conclude con un comando di eliminazione degli invitati indegni; nella lettera ai Romani (13,1-4), Paolo afferma che l’autorità politica è “stabilita da Dio” e che chi si oppone al potere “attira su di sé la condanna”, perché il governante “non porta la spada invano” — un passaggio che è stato storicamente usato per giustificare l’obbedienza cieca all’autorità, anche in regimi repressivi. Ancora, nella seconda lettera ai Tessalonicesi (1,7-9), si parla del ritorno di Cristo che infliggerà “vendetta a coloro che non conoscono Dio”, con “eterna distruzione”.
Sono testi che, se decontestualizzati o letti in modo letteralista, non offrono l’immagine pacifica e universale spesso attribuita al cristianesimo, ma anzi possono diventare strumenti di condanna, esclusione e dominio. Non a caso, lungo i secoli, molte di queste parole sono state utilizzate per sostenere la crociata contro i musulmani, l’Inquisizione contro gli eretici, la colonizzazione dei popoli non cristiani, fino ad arrivare alla benedizione delle armi nelle guerre moderne.
Questo non significa, ovviamente, che il cristianesimo sia una religione violenta. Ma dimostra, ancora una volta, che nessuna tradizione religiosa è immune dalla presenza di testi duri o ambigui. La differenza sta nell’uso che se ne fa. È l’interpretazione, non il testo in sé, a determinare se una religione sarà fonte di liberazione o di oppressione. È quindi essenziale, anche nel cristianesimo, riconoscere che l’etica non può essere costruita su letture letterali o selettive, ma su un discernimento profondo, capace di distinguere il messaggio universale dalla sua formulazione storica.
Conclusione
Il contributo di Vito Mancuso tocca un tema cruciale: la degenerazione della religione quando diventa ideologia di potere e giustificazione della violenza. Ma proprio per questo, avrebbe richiesto maggiore equilibrio, rigore e consapevolezza delle parole. L’uso disinvolto di espressioni come “nazi-islamisti” o “nazi-sionisti” non favorisce la comprensione, ma alimenta la confusione. Peggio: rischia di replicare esattamente quei meccanismi di demonizzazione che egli stesso vorrebbe denunciare.
Nel tempo presente, segnato da guerre asimmetriche, oppressioni sistemiche e manipolazioni religiose, serve più che mai discernimento. Serve la capacità di distinguere tra la fede e il suo abuso, tra la religione e la sua deformazione politica, tra i testi sacri e l’uso che ne viene fatto. Tutte le religioni — incluso l’ebraismo, incluso l’Islam — contengono in sé potenzialità etiche e derive ideologiche. La responsabilità ricade su chi interpreta, su chi insegna, su chi parla in pubblico.
Da musulmano, rivendico il dovere di difendere la mia fede dalla caricatura che la confonde con il terrorismo. E, per la stessa ragione, mi oppongo a chi trasforma l’ebraismo in una matrice di fanatismo, oscurandone la sua ricchezza spirituale e la sua dignità religiosa. La causa palestinese merita tutta la nostra solidarietà, ma non ha bisogno di scorciatoie retoriche. Ha bisogno di verità, di giustizia e di un linguaggio che sia all’altezza della complessità che pretende di denunciare.
