Come facevo notare in un precedente intervento, nel primo articolo di Mancuso su La Stampa c’è un passaggio che colpisce e non può passare inosservato, nella sua paradossalità. Il passaggio in questione suggerisce di “ristrutturare completamente l’esegesi e l’ermeneutica dei testi biblici, in modo tale che non possano più nascere persone come [l’attuale ministro israeliano] Ben Givr che ritengono di essere autenticamente religiose perché impediscono gli aiuti umanitari e fanno morire di fame un intero popolo”.
Il suggerimento di Mancuso è un implicito, credo consapevole riferimento ai dieci punti di Seelisberg, che nel 1947 furono l’inizio di una svolta nel cuore stesso non solo della prassi cristiana, ma della stessa comprensione teologica del cristianesimo.
Vorrei provare a chiarire questo passaggio, perché investe uno degli aspetti più delicati della questione storica dei rapporti tra ebrei e cristiani.
Prima di tutto occorre distinguere tra protestantesimo e cattolicesimo. L’iniziativa di Seelisberg partì dagli Usa e sbarcò prima a Oxford (dove si tenne una precedente conferenza) e successivamente in Svizzera. Base della conferenza svizzera era la pubblicazione dello storico francese Jules Isaac, “Gesù e Israele”, dalla quale vennero estratti dieci punti, che chiedevano una revisione anche dottrinale del messaggio evangelico. A Seelisberg i cattolici erano nove su un centinaio di partecipanti, ebrei ed evangelici.
Ecco la traduzione del testo originale.
1. Ricordare che è lo stesso Dio vivente che parla a tutti noi nell’Antico come nel Nuovo Testamento. 2. Ricordare che Gesù è nato da una madre ebrea, della stirpe di Davide e del popolo d’Israele, e che il suo amore ed il suo perdono abbracciano il suo popolo ed il mondo intero. 3. Ricordare che i primi discepoli, gli apostoli, ed i primi martiri, erano ebrei. Ricordare che il precetto fondamentale del cristianesimo, quello dell’amore di Dio e del prossimo, promulgato già nell’Antico Testamento e confermato da Gesù, obbliga cristiani ed ebrei in ogni relazione umana senza eccezione alcuna. 5. Evitare di sminuire l’ebraismo biblico nell’intento di esaltare il cristianesimo. 6. Evitare di usare il termine «giudei» nel senso esclusivo di «nemici di Gesù» o la locuzione «nemici di Gesù» per designare il popolo ebraico nel suo insieme. 7. Evitare di presentare la passione in modo che l’odiosità per la morte inflitta a Gesù ricada su tutti gli ebrei o solo sugli ebrei. In effetti non sono tutti gli ebrei che chiesero la morte di Gesù. Né sono solo gli ebrei che ne sono responsabili, perché la croce, che ci salva tutti, rivela che Cristo è morto a causa dei peccati di tutti noi. Ricordare a tutti i genitori e educatori cristiani la grave responsabilità in cui essi incorrono nel presentare il vangelo e soprattutto il racconto della passione in un modo semplicista. In effetti, essi rischiano in questo modo di ispirare, lo vogliano o no, avversione nella coscienza o nel subcosciente dei loro bambini o uditori. Psicologicamente parlando, negli animi semplici, mossi da un ardente amore e da una viva compassione per il Salvatore crocifisso, l’orrore che si prova in modo così naturale verso i persecutori di Gesù, si cambierà facilmente in odio generalizzato per gli ebrei di tutti i tempi, compresi quelli di oggi. 8 Evitare di riferire le maledizioni della Scrittura ed il grido della folla eccitata: «che il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli», senza ricordare che quel grido non potrebbe prevalere sulla preghiera infinitamente più potente di Gesù: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.” 9. Evitare di dare credito all’empia opinione che il popolo ebraico è riprovato, maledetto, riservato a un destino di sofferenza. 10. Evitare di parlare degli ebrei come se essi non fossero stati i primi ad appartenere alla chiesa.
Il testo è unilaterale, nel senso che non comprende, fra cristiani ed ebrei, una forma di reciprocità. E, se questo dipende dalle circostanze storiche che lo ebbero originato, i possibili effetti di questa unilateralità oggi invece giustificherebbero ampiamente la richiesta (o almeno il senso della richiesta) di Mancuso.
Il presupposto del documento era chiaro. Esso intendeva allargare il processo al nazismo (di per sé esplicitamente anticristiano) allo stesso cristianesimo, ritenuto la causa ideologica remota di una istanza persecutiva degli ebrei; istanza che diveniva così universale, preludendo a effetti storici allora imprevedibili, a partire dalla dichiarazione di unicità dello sterminio.
Si noti che i punti non contenevano soltanto una prospettiva etico-politica, ma investivano alcuni fondamenti dottrinali dell’interpretazione dei Vangeli. Infatti, l’educazione al cristianesimo e la prassi popolare che ne consegue presuppongono, come sappiamo, il costante insegnamento che, almeno nel mondo cattolico, viene aggiornato dalla gerarchia. L’ermeneutica cristiana, quindi, in base a quei punti avrebbe dovuto cambiare nel considerare sé stessa, prima ancora che nel rapporto con la religione ebraica.
Il punto più delicato dell’intera questione diveniva quindi il processo a Gesù, in quanto il Cristo era giudicato reo della propria predicazione. Come sappiamo, i quattro Vangeli, le lettere di Paolo e gli Atti espongono la vicenda di una irriducibile opposizione tra (l’interpretazione della) Legge antica e quella nuova rivelata da Cristo e nella sua persona. Filologicamente e nei commenti, da allora in poi, la vicenda della Passione sarebbe diventata oggetto di un processo di ricomposizione, anche a costo di forzarne il senso tradizionale (soprattutto a partire dalle traduzioni dal greco).
Il tema di partenza era l’accusa di deicidio.
Di qui partì un’istanza destinata a concretarsi, per il cattolicesimo, nella Dichiarazione Nostra Aetate diffusa proprio alla fine del Concilio Vaticano II, nel 1965.
Non va dimenticata però, a questo proposito, la campagna di accuse rivolta al Papa Pio XII, che proprio in quegli anni (era il 1963) prese l’avvio dall’esecuzione teatrale “Il Vicario” (di un certo Rolf Hochhut, a Berlino con regia di Piscator, poi a Londra).
Si era in pieno Concilio Vaticano II (1962-65), e si era appena svolto a Gerusalemme il processo Eichmann (dicembre del 1961).
Indubbiamente da tutto questo prese forza anche un’altra istanza, che potremmo definire di de-ellenizzazione del cristianesimo (a questo processo reagì la famosa lezione tenuta a Ratisbona dal papa Benedetto XVI, nel 2006). Processo che è tuttora in corso, e che tende a investire l’intera storia del cattolicesimo.
A questo riguardo, è notevole la graduale scomparsa della Professio fidei di Nicea (di cui ricorre quest’anno il millesettecentesimo anniversario): espressione compiuta della teologia trinitaria, cui sembra sostituirsi un’antica versione subapostolica, forse accentuandone il senso monoteista vetero-testamentario.
Molti sono infatti gli aspetti di questo mutamento, a cominciare dall’impostazione di una continuità fra l’antico e il nuovo Testamento al posto della sostituzione di quella antica, sostituzione testimoniata dalla stessa condanna a morte cui venne sottoposto Cristo. L’effetto della continuità è stato indubbiamente quello di una storicizzazione, in linea con il cosiddetto orizzontalismo degli anni postconciliari.
L’idea che l’ebraismo sia la radice del cristianesimo avrebbe anche ridimensionato l’eccezionalità degli eventi narrati dai Vangeli, riportandoli a una matrice originaria identificabile solo nella storia degli ebrei, facendosi strada l’idea che la dottrina della Chiesa (mi riferisco qui al cattolicesimo) sia l’arrivo di un processo, piuttosto che la fine della Legge ebraica.
Una linea, questa, che “umanizza totalmente” la figura di Cristo, quasi subordinando la sua essenza divina.
Inoltre il cosiddetto aggiornamento dei commentari biblici e liturgici abolì, tanto per fare un esempio, l’“Oremus et pro perfidis Judaeis…” con il “Preghiamo per il popolo ebraico, il primo a udire la parola di Dio…” nella liturgia del Venerdì Santo (anche se va ricordato che l’aggettivo perfidus indicava solo il rifiuto della fede in Cristo).
Nei sussidi CEI per la catechesi si ripetono le raccomandazioni di presentare Gesù come ebreo, totalmente inserito nella sua tradizione, evitando di presentarlo come una novità assoluta della storia umana. Per fare un esempio, le note pastorali che accompagnano il famoso passo di Matteo 27,25 “E tutto il popolo rispose: ‘Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Bibbia CEI 2008) sostengono che si tratta solo di una drammatizzazione narrativa, piuttosto che di una vera testimonianza.
Anche le traduzioni ne risentirono. Per esempio, il frequente termine greco Ἰουδαῖοι (Giudei) venne reso preferibilmente con circonlocuzioni come “capi religiosi” oppure “autorità giudaiche”, allo scopo di limitarne il senso collettivo. Il termine “legge”, a sua volta, venne talvolta sostituito con l’ebraico “Torah” e in alcune versioni la parola greca Kύριος (Signore) con le lettere ebraiche YHWH (allo scopo di rilevarne la continuità e non la rottura).
A conclusione del breve appunto, a me pare che la questione, implicitamente sollevata dall’articolo di Mancuso, perciò sia solo apparentemente paradossale, benché di ben difficile attuazione.
L’aspetto più delicato, come ho già detto, deriva dal fatto che i dieci punti di Seelisberg ignorano completamente uno spirito reciproco di revisione entro l’uso e l’interpretazione dell’intera lettura biblica. O come già detto: presuppongono una colpa storica (e forse originaria) della Chiesa nei confronti degli ebrei.
Sarebbe fattibile una revisione storica dell’ebraismo (fatta da ebrei e cristiani, come a Seelisberg), egualmente a partire dalla filologia testuale e dalla loro interpretazione? L’intervento del rabbino Di Segni fa cenno al fatto che una interpretazione simbolica, e quindi distanziante, dei testi biblici citati dalle osservazioni di Mancuso sia già stata fatta da tempo: “Si è dimenticato [Mancuso] che per gli ebrei accanto a una Torà scritta esiste una Torà orale, che mette in discussione ogni parola e lettera di quella scritta, in una continua evoluzione dialettica e che spiega in tanti modi possibili e sofferti anche le pagine più problematiche (per la nostra sensibilità evoluta) della Bibbia”.
Ma il problema torna subito a riaprirsi, allorché si affronta la questione del sionismo, identificandolo nello stesso ebraismo (come mostra decisamente di pensare il rabbino di Roma). Come, cioè, se a Gaza il sionismo oggi non fosse l’imputato di un genocidio, offrendo un esempio palese di interpretazione letterale, e non simbolica, dei testi del vecchio Testamento citati da Mancuso.
