La parola “male” mi ha sempre turbata, come anche la parola “malattia”: non so se è qualcosa che mi infastidisce perché cela un grande giudizio negativo a priori, come se lo sentissi lecito nella sua soggettività ma lo respingessi nella sua accezione universale; ma credo sia piuttosto qualcosa che mi turba fisicamente, energeticamente, perché mi accorgo che di fronte ad alcune parole mi dispongo con resistenza, rigidità, in postura difensiva e autoprotettiva, il che rende difficile anche alla parte razionale rimanere lucida sulle valutazioni dei contesti o dei particolari soggetti o oggetti. Pensando al ventre della balena come male assoluto e al trovarsi in esso come punto in cui l’essere umano può trovarsi a più stretto contatto con esso, con la sua forza travolgente, accecante e annichilente, ho immaginato di chiudere gli occhi e provare a sentire cosa capita nella mente e nel corpo quando ci si può trovare là.


In questa che potrei chiamare “meditazione nella balena” ho sentito nel corpo la solitudine, la disperazione, il non aver nulla da perdere: non ci sono desideri, forse c’è ancora qualche paura, ma si è talmente lontani da tutto e senza possibilità di vedere nulla, e quindi capire nulla (perché la radice etimologica di vedere e capire è la stessa), che anche la paura perde di significato. Sento qualche forza che regna sovrana? No, sento poco. Il silenzio è un gran protagonista, ma non è assoluto: non si sentono suoni e rumori di altri simili, non si sente nulla del mondo esterno, ma ci sono dei rumori di fondo e talvolta dei suoni più forti perché si è dentro qualcosa di vivo, di incommensurabilmente più grande di noi, ma pur sempre vivo. Quello che invece sento regnare sovrano è il buio. Ci si trova nel ventre buio di un grande animale che si muove piano sul fondo del mare, nelle zone in cui il mare o l’oceano hanno le loro fosse più profonde e abissali.
E’ un buio totale, che toglie discernimento, orientamento, forma, sostanza e distanza.


E’ questo il male? Credo di sì. In senso umano probabilmente possiamo oggi assimilarlo alla totale perdita di umanità, tanto di razionalità, quanto di empatia, di desiderio, di unione con il tutto. Sappiamo ormai che il male può essere banale e cieco: questo non giutifica chi lo commette, ma possiamo con distacco vedere che il suo presupposto è un certo isolamento cognitivo, sensoriale ed emotivo, come se chi lo commette sentisse di non avere nulla da perdere, non nel senso che non ha davvero nulla da perdere, ma nel senso che non lo sente più. E chi subisce il male assoluto, in un certo senso, può arrivare per logoramento alla stessa disumanizzazione, ma, con un processo uguale e contrario, sentendo ogni giorno di più il peso che sta portando, la portata immensa e transpersonale di ciò che sta subendo.


Per tornare al termine “male”, dopo questa immersione meditativa e visualizzata, riemerge in me una nuova lettura del pensiero neoplatonico: mi rendo conto che “male” è qualcosa che si può definire solo a posteriori per chi lo vive da vicino, vicinissimo, raramente da chi lo commette, più probabilmente da chi lo subisce, ma in entrambi i casi quando è molto prossimo la sua forza invade il campo e costringe all’utilizzo di tutte le energie fisiche e spirituali nello stare al suo cospetto; nell’emergenza non si pensa, si reagisce, si impara a stare, si sopravvive, ognuno col ruolo che si trova ad avere: il cognitivo ha bisogno di un po’ più di distacco dal male per poter elaborare, razionalizzare, ripercorrere, esaminare, capire, e per fare ciò ha anche bisogno di tempo. Nell’emergenza questo tempo non si riesce a ricavare.


Al contrario, “buio” è qualcosa di percepibile già nel presente in cui lo si contatta, che non ha bisogno di distacco per essere “visto” e non può essere un giudizio morale. Ci si può abituare al buio, anche molto facilmente, perché vedere sforza gli occhi e il legame tra vista e pensiero sforza anche la mente: il buio è comodo, una volta che ci si è abituati.
Ora, non può non tornare alla mente la filosofia di Plotino, neoplatonico, che fu tra i primi a indagare l’entità ontologica del male, vedendolo infatti non come esistente di per sé, ma piuttosto come assenza di Bene, di Luce – come poi sosterrà anche S.Agostino, dopo aver abbandonato la visione manichea – come distanza estrema dall’Uno, che è fonte luminosa, eterna e unica, anche nel senso di non-duale, di tutto ciò che esiste. L’Uno crea per emanazione, per sovrabbondanza e pienezza, non per volontà o azione. Il mondo materiale in cui viviamo è il regno del molteplice, dell’imperfezione, dell’errore.
In quanto neoplatonico, nella sua visione il mito della caverna è ben presente: non hanno colpa coloro che sono incatenati sul fondo della caverna e osservano le ombre convinti che sia la realtà.
Basta un piccolo movimento – faticoso e coraggioso, ma piccolo – per intravedere uno spiraglio di luce e desiderare andarle incontro, abituando gradualmente la vista a sorreggere la sua potenza e la realtà che ci sta mostrando: sì perché la luce implica coraggio in entrambi i sensi, non è facile reggere la luce e non è semplice la realtà che ci si mostra, o magari non è come vorremmo che fosse o come ce la immaginavamo. Ma è l’unica risalita possibile: verso l’Uno – che è luce – o verso la superficie terrestre da cui inizia l’ingresso nella caverna, punto di passaggio dal mondo delle illusioni e delle credenze a quello delle idee, illuminato dall’idea del Bene che unisce tutto e dà senso a tutto. Ma forse è anche la risalita dagli abissi, dal fondo del mare, fino alla superficie, da cui la vita riparte con piena gratitudine per l’esperienza vissuta, per il senso profondo che le si sta dando e per la maggiore nitidezza di visione sulle cose del mondo, uno svelamento che poi è nient’altro che – insieme, inseparabili – la bellezza luminosa e la pesante gravità della verità.


Può dunque il “male” essere inteso come “buio”, come assenza totale di luce, come punto più distante dalla fonte di luce? Può questo slittamento semantico smussare quel fastidioso senso di presunzione di giudizio morale che il termine genera in noi? Può dare più respiro agli eventi – e quindi a noi umani che li attraversiamo – aprendo la stringente maglia metallica dell’etichetta morale, della categoria di pensiero? Potrebbe togliere parte di quel peso che porta con sé e che si scarica sugli esseri come un’onta difficile da “smacchiare” tanto per chi lo subisce, quanto per chi lo commette, pur mantenendo la piena responsabilità individuale in ciascun ruolo? Potrebbe essere un modo per ridimensionare il “male” a qualcosa che appartiene profondamente al mondo – che è radicale – senza per questo dargli poca rilevanza, cadere nell’indifferenza o nella resa autogiustificata all’ineluttabile?

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