
Lungo l’arco di ben cinquant’anni ho personalmente avuto con Bose un rapporto intenso. Sono stato quindi testimone, almeno da un certo momento in poi, delle sue trasformazioni, e al tempo stesso Bose era lo specchio in cui riconoscere le mie. Si tratta di un incontro che ha rivestito significati diversi nelle diverse fasi della vita, e ogni volta il tornare offriva un riscontro del cammino compiuto.
Ebbene, se, al di là di aspetti strettamente personali, mi chiedo perché Bose sia stata per me così importante, non posso non pensare che abbia portato nella mia esistenza, fin da molto giovane, l’ideale monastico. E questa indubbiamente è stata la strada antica riaperta da Enzo Bianchi.
Nel periodo del Concilio, mentre veniva in primo piano l’urgenza della questione ecumenica, cioè dell’unità delle chiese cristiane, a vent’anni si mise in sintonia con una convinzione che era del Concilio tipica, cioè che si dovesse ritornare a un’esperienza spirituale precedente le divisioni, ed ebbe l’intuizione che una sua parte importante fosse nel monachesimo. Bose divenne dunque monastero, anzi la testimonianza stessa della vita monastica, vissuta ogni giorno fianco a fianco da cattolici (in grande maggioranza), ortodossi, protestanti, anglicani.
L’aspetto estetico, attentamente curato, si richiamava ai primi secoli, con particolare predilezione per le icone ortodosse. Di fronte alla crisi della cristianità, per come è stata tramandata lungo i secoli, bisognava tornare a un’ispirazione originaria, e la vita monastica se ne faceva custodia e rappresentazione vivente.
Sono ben note le tormentose vicende che hanno afflitto Bose in anni più recenti, culminate nell’allontanamento del suo fondatore. Ebbene, senza entrare nel merito di qualsiasi indebito giudizio, potrebbe esser lecito vedere in questo un senso spirituale.
È tipico della via monastica, per come la tradizione ce l’ha consegnata, l’abbandono di ogni attaccamento, anche quando costi sofferenza, per ottenere quello che è infinitamente più prezioso. Ed è bello pensare che Enzo Bianchi sia andato incontro al compimento della sua esistenza con una fede forse più sofferta e più povera di certezze, ma per questo più profonda e autentica.