Dopo la partecipazione alla Flotilla e il libro che ne è scaturito sono stato al centro di molti incontri, alcuni di una certa risonanza, altri apparentemente più modesti ma non certo meno importanti. Tra questi sono soprattutto gli incontri nelle scuole a essere stati per me preziosi.
Come mi è capitato di dire in alcune occasioni, la sera in cui ho chiaramente inteso che mi sentivo chiamato a partire, un pensiero particolarmente intenso era rivolto ai ragazzi di questa giovane generazione.
Sono stato insegnante di scuola superiore, sono padre e nonno, appartengo alla giovane generazione più famosa della storia: più di una ragione avevo dunque per soffrire di quelli che non solo a me apparivano ragazzi silenti, lontani da qualsiasi partecipazione che non fosse a riti consumistici. È ben vero che proprio per Gaza erano state occupate le università, ma non era ancora sufficiente per esser certi che qualcosa stesse davvero avvenendo nella coscienza di questa generazione.
Naturalmente non pensavo che si dovesse riversare su di essa una colpa, e andavo riflettendo su ciò in cui avessero mancato le generazioni precedenti, la mia soprattutto, per quanto così spesso mitizzata. E non riuscivo a evitare di chiedermi cosa avessimo davvero lasciato in eredità – quale insegnamento, quale esempio. E tutto mi appariva assai confuso. Grandi ideali, soprattutto disponibilità a rischiare – quello che oggi mi appariva per lo più assente. Ma poi, cosa è rimasto di tutto questo? Quale è stato davvero il lascito? Cosa si può ritrovare di essenziale in un groviglio di percorsi troppo complessi e contraddittori per poter essere un insegnamento?
Ecco, di questo rimuginavo quella sera, ripensando come già tanti anni fa si fosse fatta strada in me questa preoccupazione angosciosa, non a caso quando i miei figli nascevano. Io avevo la percezione di essermi affacciato alla vita in una luce addirittura abbagliante – e si può anche dire che ne fossimo stati accecati; ma loro? Cosa sarebbe stato di loro, adesso che una spessa coltre caliginosa era scesa ad avvolgere la scena della storia e le loro vite? Quale ragione avrebbero trovato per vivere? Come sarebbero potuti uscire dalla prigione soffocante del banale?
Mi rendo conto di quanto quel pensiero sia stato centrale in tutta la mia vita. Insieme alla madre dei miei figli ho riflettuto a fondo sulle radici sociali e culturali di una crisi catastrofica dell’educazione della quale troppo poco si è consapevoli[1]; ho personalmente messo mano a esperimenti educativi; soprattutto ho intrapreso un cammino spirituale. E mi rendo conto di aver voluto in questo modo giungere alla radice più profonda, perché la crisi educativa è in ultimo una crisi spirituale, e solo su quel piano troverà davvero soluzione.
Ebbene, si potrà comprendere quanto in quel momento il pensiero dei ragazzi, di questa generazione secondo ogni apparenza così diversa dalla mia, sia stato decisivo. Davanti a me era l’opportunità di una comunicazione molto più efficace di qualsiasi parola avessi potuto pronunciare o scrivere …
Ecco, quando parlo coi ragazzi non dico queste cose, ma è quello che profondamente si comunica. Ho avuto la grazia di poter fare loro un dono – il dono di mettere pubblicamente in gioco la mia vita per una ragione indiscutibilmente buona: ed è il dono che chi è giovane ha il diritto di attendersi.
Dico semplicemente che, quando ho saputo delle immense manifestazioni che avvenivano, con loro finalmente saliti sulla scena nel ruolo che gli spetta, ne ero felice. Ne era valsa la pena. Non aggiungo che, se la mia vita personale avesse in quel momento avuto termine, non ci sarebbe stato compimento migliore.
Questa è anche la ragione per cui riesco a sopportare oggi nel giusto modo un’esposizione della mia persona che mi sarebbe altrimenti insostenibile. Posso farlo perché della mia persona ho già fatto dono, a questi ragazzi particolarmente. Non mi appartiene più. Sia per loro un segno, ben al di là di ogni merito, perché di segni abbiamo tutti così bisogno; sia per loro un seme. E ho la più grande tra le fortune: quella di aver potuto già scorgere il germoglio.
Mai mi sarei aspettato così grande attenzione, addirittura tra ragazzi di terza media. C’è un futuro ancora umano che ci attende.
Tra i vari video che in questo periodo sono stati realizzati, uno mi è particolarmente caro. A realizzarlo sono stati, con la guida sapiente di un insegnante, i ragazzi della scuola in cui, a Lanzo Torinese, tanto a lungo ho insegnato. Non ho fatto in tempo a essere loro docente, non mi riconoscono neppure come tale. Sono evidentemente ai loro occhi una figura singolare, ma mi si rivolgono con la curiosità di chi vede in me nient’altro che in fondo un uomo, e sta cercando, attraverso me, di capire cosa un uomo sia.
[1] Cristiana Cattaneo e Claudio Torrero, Tornare a educare, Effatà, Cantalupa (TO) 2009