Il contesto originario

Interdependence è un percorso che ha iniziato a prender forma nell’area di Torino nel 2001, costituendosi in forma associativa nel 2007.

Il contesto storico è quello successivo alla fine della Guerra Fredda, quando il mondo pareva unificato da quell’estensione planetaria del sistema capitalistico noto come globalizzazione. Le aree non occidentali, dopo esser state sottoposte al colonialismo occidentale e aver profuso tante energie nello sforzo di emanciparsene, si può dire che ne siano state nuovamente investite, e, mentre venivano irresistibilmente sospinte verso la modernizzazione, al tempo stesso cercavano di ridefinire la loro identità per non ricadere in una nuova subalternità. Il venir meno del comunismo riportava peraltro inaspettatamente in primo piano le religioni, alle quali sembrava affidato il compito di porre un argine al predominio altrimenti ormai incontrastato della tecnica e dell’economia.

Nasceva così la convinzione che il dialogo interreligioso potesse gettare le basi di una comune convivenza sulla Terra scongiurando i pericoli che la minacciano. La grande paura di una guerra nucleare si saldava infatti a una preoccupazione nuova, relativa al degrado dell’ambiente prodotto dall’impatto tecnologico. In questa luce la preghiera interreligiosa per la pace convocata ad Assisi nel 1987 da Giovanni Paolo II, prima ancora della caduta del muro di Berlino e della fine dell’Unione Sovietica, era apparsa come l’atto profetico che dischiude il nuovo orizzonte.

L’incontro e lo scontro delle tradizioni

Ebbene, coloro che avrebbero dato vita a Interdependence condividevano quel tipo di visione e ne vivevano in prima persona l’esperienza, con particolare riferimento all’incontro del cristianesimo con le correnti spirituali dell’Oriente, soprattutto di impronta buddhista.

Erano altresì consapevoli che il rinnovato protagonismo delle religioni sulla scena pubblica mondiale non le rendeva immuni dalle tensioni da cui il mondo globalizzato si mostrava nonostante tutto travagliato, inducendole addirittura a farsene interpreti.

Era il periodo immediatamente successivo all’11 settembre, e non a caso il nuovo gruppo, prima ancora di assumere la sua denominazione, esordì con un impegno pubblico sul conflitto israeliano-palestinese, a cui prese parte la Comunità Ebraica di Torino insieme ad autorevoli esponenti del mondo islamico. Per alcuni anni questo impegno si tradusse in un programma educativo per le scuole superiori con il sostegno della Regione Piemonte, prima di dover essere sospeso per la radicalizzazione della situazione prodottasi intorno a Gaza.

Sotto più di un aspetto c’erano dunque fin dall’inizio le premesse di quel che si sarebbe successivamente sviluppato e che si mostra particolarmente oggi.

Un nuovo tipo di impegno

Per molti anni il gruppo di Interdependence si è sforzato dunque di sviluppare i fondamenti filosofici e spirituali del dialogo interreligioso, evidenziando soprattutto come il principio più profondo della visione buddhista, quello dell’interdipendenza, sia perfettamente in sintonia con l’esperienza cristiana dell’amore, come ciò sia a sua volta in accordo con la visione ecologica e con l’emergente paradigma olistico e sistemico della scienza contemporanea, e come ne derivi un criterio di orientamento rispetto alle tensioni e i conflitti da cui la scena internazionale sempre più appariva travagliata.

Ci si trovava già infatti, ben prima che ve ne fosse consapevolezza, nel quadro di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui avrebbe parlato Papa Francesco.

Ebbene, attraverso un notevole numero di convegni, pubblicazioni cartacee (dal 2005 al 2008 la rivista Interdipendenza) e online (il sito www.interdependence.eu,  con una newsletter costantemente inviata a migliaia di indirizzi su scala nazionale) e progetti educativi rivolti ai giovani (nuovamente per le scuole superiori del Piemonte), si è cercato in ogni modo di mantenere viva la fiducia che, su un piano più profondo di quello dei conflitti, vi siano legami di interdipendenza che uniscono i membri della famiglia umana e ogni forma di vita sulla terra.

Si voleva mostrare come ciò sia contenuto nel senso profondo di ogni tradizione, e vada quindi riportato alla luce e assunto come guida nella situazione mondiale di questa epoca.

Crisi e ripensamento

È accaduto poi che quei conflitti non abbiano risparmiato neppure questo gruppo, mettendone duramente alla prova la vocazione.

Dopo gli anni degli attentati terroristici a matrice religiosa, sono subentrati quelli del covid e infine della guerra in Ucraina e del nuovo esplodere delle ostilità in Medio Oriente dopo il 7 ottobre: fenomeni apparentemente scollegati, attraverso cui le tensioni mondiali venivano portate a un punto di rottura, creando divisioni profonde nella nostra società.

Cercando non senza difficoltà un bandolo in una matassa quanto mai aggrovigliata, appariva sempre più plausibile che a venire messa in discussione fosse quell’egemonia planetaria che l’Occidente ha acquisito negli ultimi secoli; e che ciò avvenisse da parte di soggetti, ormai rappresentativi della grande maggioranza della popolazione mondiale e con un crescente potere economico e politico, che spesso trovano la loro identità nel recupero delle proprie radici culturali e religiose, concepite come alternative alla cultura occidentale.

L’idea dell’interdipendenza pareva così indebolirsi, anche perché sospetta di essere ancora espressione di quell’egemonia dell’Occidente; eppure più che mai ce n’era e ce n’è bisogno. Il venir meno dei precedenti equilibri ha portato infatti allo scoperto un groviglio apparentemente inestricabile di conflitti tra soggetti in competizione per il predominio o la sopravvivenza, senza più un orizzonte di valori universali in cui trovare un fondamento per regole condivise.

È nel contesto di questa situazione, che per il gruppo di Interdependence ha comportato una grave crisi, con la cessazione per alcuni anni di ogni attività pubblica, che nel suo seno è venuto prendendo forma ciò che vi era da sempre implicito: cioè un vero e proprio cammino spirituale di tipo nuovo, che sorge dal terreno del pluralismo culturale e religioso odierno.

L’emergere di una vocazione profonda

Nei fatti si è trattato dello sviluppo di un’esperienza personale che già era all’origine di Interdependence: un particolare approccio alla visione buddhista che non esclude il cristianesimo ma anzi lo rivisita in una prospettiva inedita.

Guardando le cose in una più ampia prospettiva storica si può semplicemente dire che, come avvenuto più volte, quando il Dharma è penetrato dall’originario contesto indiano in quello di altre civiltà asiatiche, senza mai pretendere di sostituire il precedente substrato culturale e spirituale ma amalgamandosi con esso, così è legittimo aspettarsi che accada in Occidente – tenendo conto che le radici dell’Occidente sono nella filosofia greca antica (e poi quella moderna) e nella tradizione religiosa ebraico-cristiana. Questo già era originariamente il seme esperienziale da cui Interdependence è scaturita, e vent’anni dopo da quel seme è venuto dunque germogliando un cammino spirituale che si sta definendo giorno dopo giorno.

Si può dire che vi sia attualmente un metodo formativo, che riformula in modo sintetico alcuni tratti della tradizione; e che vi sia una comunità nascente, a cui è di ispirazione la figura del “nuovo monaco” di cui aveva parlato più di quarantacinque anni fa Raimon Panikkar: una figura che riprende in forma radicalmente rinnovata il senso profondo della tradizione, concepita nel suo irriducibile pluralismo.

Dal punto di vista buddhista potrebbe trattarsi di un nuovo indirizzo del Dharma, che si aggiunge a quelli che storicamente si sono configurati nel seno delle civiltà asiatiche; ma da quello cristiano è un’esperienza di rinnovamento che rivisita il nucleo evangelico alla luce dell’orizzonte culturale odierno e del senso spirituale che vi sta maturando.

Si potrebbe affermare che è decisivo sapere se la civiltà moderna, frutto del particolare percorso della cultura occidentale, sia soltanto l’abbandono di ogni orizzonte spirituale e la deriva verso un completo nichilismo, come nella critica che non da oggi le viene mossa, oppure nel suo nucleo più profondo abbia un valore spirituale proprio e di portata universale, che scaturisce in fondo dalle radici ebraico-cristiane. Ebbene, se il Dharma può contribuire a mostrare le cose in questo secondo modo, ci sono forse le premesse per quel rinnovamento spirituale di cui il nostro tempo ha più che mai bisogno.

La visione dell’interdipendenza può condurre infatti a una comprensione creativa e autentica del principio dell’amore, in termini non confessionali e prescindendo da una struttura filosofico-teologica di cui il Vangelo si è rivestito, ma che è ormai ben poco significativa per l’umanità del nostro tempo.

Vedendo le cose alla luce di questo sviluppo, che ha fatto emergere una vocazione profonda, si può dunque dire che Interdependence rappresenti essenzialmente una via spirituale che attinge a più di una tradizione, reinterpretandone creativamente il senso e ponendosi al tempo stesso in stretto rapporto con le esigenze dell’umanità attuale, immensa nel flusso di un vorticoso cambiamento sociale e culturale e minacciata da pericoli assai gravi.

Dalla parte delle vittime

Si può dire che la ricerca della pace e di un rapporto equilibrato tra le diverse componenti della società mondiale e con l’ambiente naturale richieda la coltivazione incessante del rapporto tra l’impegno etico-politico e il radicamento in un’esperienza personale e comunitaria profonda, di trasformazione interiore e delle relazioni ravvicinate.

Il primo aspetto è oggi rappresentato per Interdependence da una rinnovata presenza pubblica, resasi soprattutto visibile in rapporto con gli eventi di Gaza e con tutto ciò che essi implicano. Un impegno che non ha solo comportato una posizione a sostegno dei diritti del popolo palestinese, ma un’attenzione non minore alla grave crisi morale apertasi nel mondo ebraico, nel quale il sostegno a qualsiasi costo allo stato di Israele si pone in contrasto con le sue premesse più profonde, da cui discende quel principio dell’universale dignità umana che è patrimonio imprescindibile della civiltà occidentale moderna e ormai dell’umanità intera.

In rapporto a ciò, di cui una diretta partecipazione alla Flotilla è stato segno, Interdependence si è fatta promotrice a Torino e ora a livello nazionale di un movimento originatosi da un appello denominato “Mai più per nessuno”. Cioè mai più la Shoah, e anche però mai più qualsiasi crimine che deturpi quell’universale dignità umana.

Nel groviglio sempre più convulso dei conflitti attuali ciò che consente di non smarrire l’orientamento è l’essere dalla parte delle vittime, e non da quella dei sistemi di potere da cui discende la sofferenza di tanti. C’è anche il seme in questo di una nuova fase del dialogo interreligioso, che non si limiti a un confronto tra ciò le diverse tradizioni sono nell’assetto istituzionale, ma le interpelli nel loro senso più profondo, senza paura di affrontare le contraddizioni dell’esistente.

Bisogna insomma che la vita spirituale ritrovi ciò che nel linguaggio ebraico-cristiano è la vocazione profetica, senza la quale essa perde di autenticità.

Verso un rinnovamento spirituale

Sotto l’aspetto più strettamente spirituale, di cui peraltro l’impegno sociale è parte inseparabile, bisogna che la pace entri profondamente nel cuore di ciascuno, attraverso un lavoro innanzitutto auto-educativo.

Il cammino spirituale non ha valore se non consente, attraverso lo scioglimento dei nodi interiori, di diventare persone intimamente più salde e più capaci di amore.

Bisogna che nasca un Dharma dell’amore, aperto ad ogni tradizione, fiducioso che il senso profondo di ciascuna sia in fondo analogo, come i mistici di ogni tempo hanno testimoniato, al di là delle barriere e delle contrapposizioni. Attraverso queste ultime si esprime un comprensibile bisogno di identità, ma non corrispondono più al senso spirituale del nostro tempo.

Non si può del resto non constatare che in vario modo tutte le tradizioni vivono una profonda crisi, che però riguarda la forma esteriore attraverso cui sono state tramandate più il nucleo più profondo. E noi, pur non sapendo quali forme la vita spirituale del futuro potrà assumere, sappiamo che non potranno nascere se non da quel nucleo, e nessun compito è più degno che contribuire a farlo emergere. E fin da adesso, considerando che passato e futuro non sono che dimensioni, nell’aspetto del ricordo e in quello dell’attesa, di quel presente in cui interamente fluisce la vita, quel compito è indissolubilmente connesso con la completa apertura a ciò che la vita nel momento che viviamo offre, al di là di ogni progetto e calcolo.

Nel senso profondo di ogni tradizione, che è un senso mistico, non c’è se non questo, nel linguaggio che a ogni epoca e cultura è proprio, e non diversamente è per noi. Nel momento in cui è massima la velocità del cambiamento rispetto a ogni condizione del passato, le radici spirituali ci riconducono a ciò in cui consiste l’umanità di sempre, che altro non è se non quella completa apertura. Ed è da quella che la vita fluisce, manifestandosi in forme sempre inesauribilmente nuove.

Non c’è solo interdipendenza tra ogni aspetto della realtà, per cui quest’ultima è più ricca di ogni rappresentazione; ma c’è anche tra ogni dimensione del nostro essere, al di là di ogni opposizione, come fra immanenza e trascendenza o fra tempo ed eternità.

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