Non più di cinque secoli fa è stata istituita in Asia per iniziativa dei sovrani mongoli la figura del Dalai Lama, con poteri anche temporali sul Tibet ma soprattutto un’influenza spirituale sugli immensi territori dell’impero mongolo e poi manciù, includente la Cina stessa. D’altra parte poco più di mille anni ha il Dharma tibetano, una delle più straordinarie sintesi della coscienza culturale umana. E il fatto che tutto ciò sia stato sommerso dall’occupazione cinese dopo la presa del potere comunista è una delle tragedie della storia del novecento, con profonde implicazioni culturali e spirituali.
Nell’arco della sua vita l’attuale Dalai Lama si è trovato infatti al centro di un dramma di portata planetaria che ha coinvolto almeno tre grandi civiltà: la Cina stessa, unita al Tibet da un legame assai complesso – in certi periodi il Dalai Lama ha rivestito con l’imperatore di Pechino un rapporto analogo a quello del Papa con l’imperatore nell’Europa medievale; l’India, che lo ha accolto nel suo esilio, riaccogliendo in questo modo l’insegnamento del Buddha, sorto dal suo seno due millenni e mezzo fa; e l’Occidente, che lo ha sostenuto politicamente, e al tempo stesso, attraverso la sua figura più che ogni altra, si è reso particolarmente recettivo a quell’insegnamento.
Ebbene, oggi, in questo 6 luglio del 2025, mentre quest’uomo compie novant’anni, la sua vicenda sembra passata in secondo piano rispetto alle drammatiche vicende mondiali attuali; eppure c’è qualcosa su cui merita soffermarsi. E gli auguri rivolti a lui sono inseparabili da quelli per noi tutti. Possa questa nostra epoca, in cui ogni cosa pare così confusa, trovare la sua luce.
Nella saggezza di molte civiltà tradizionali, dall’India all’Occidente, c’è la consapevolezza che il potere politico, per quanto indispensabile, non possa mai risolvere i nodi più profondi della condizione umana, che sono spirituali.
Gli si deve chiedere di limitare il male, ma è ben noto che esso stesso in talune condizioni può produrlo. È nella sua natura infatti agire coercitivamente, con l’uso della forza, e quest’ultima può essere usata per il bene ma anche per il male. Dipende ovviamente da chi quel potere lo esercita, ma non è mai interamente prevedibile, e non c’è nessun sistema che possa in assoluto fornire garanzie. La pretesa che vi sia, che l’instaurarsi che una certa visione della vita sociale sia in quanto tale in grado di eliminare il male è tipica dei moderni totalitarismi – col risultato che il male viene potenziato.
Per questo nella tradizionale saggezza c’è che, superiore in dignità al potere politico, vi sia un potere spirituale, si direbbe disarmato e disarmante – paradossalmente un potere senza potere. Ciò ha preso forma soprattutto nelle religioni, anche se nelle istituzioni che le rappresentano entrambi i poteri finiscono di fatto per coesistere, talora in contrasto tra loro.
In epoca moderna poi la convinzione che nelle religioni si celi un potere più occulto e incontrollabile di qualsiasi altro ha determinato un’ostilità diffusa nei loro confronti, con la conseguenza di aver però lasciato il potere politico senza limiti – se non dati dall’ancor più incontrollabile potere economico.
Non è tuttavia ineludibile l’esigenza che vi sia almeno un contrappeso? Come altrimenti trovare una via d’uscita dai conflitti che ci dilaniano, la cui risoluzione sembra data unicamente dalla brutalità dei rapporti di forza? Da cosa trarre ispirazione per poter ripristinare, senza pretesa di essere infallibili, un piano di valori condivisi? Non ne va della nostra umanità?
In Occidente la Croce di Cristo, unitamente al principio di un fraterno servizio reciproco, per molti secoli ha consentito ciò, pur essendo talvolta strumentalmente utilizzata per tutt’altri scopi. In Oriente in varie epoche e culture i monaci del Buddha hanno svolto una funzione analoga, mitigando la durezza dei poteri con cui via via si confrontavano. In particolare il Dalai Lama è ritenuto incarnazione di Avalokiteśvara, il Buddha (o più precisamente il bodhisattva) della Compassione.
E cosa infatti se non l’amore deve essere a fondamento delle relazioni umane, nella consapevolezza dell’interdipendenza che ci unisce?
Ma non è questo allora che dobbiamo ritrovare oggi, sia pure in forme diverse dal passato?
Può esserci altra via per uscire dal groviglio inestricabile degli interessi e delle opposte strategie ormai in guerra aperta tra di loro?