
Come vedo la situazione
Quasi tre anni sono passati da quel 7 ottobre 2023 in cui Hamas ha ucciso circa 1200 persone tra israeliani e stranieri, soprattutto civili,e ha rapito circa 250 persone. Sono animali umani, aveva detto il ministro della difesa Gallant, niente cibo, né acqua, né elettricità; non ci sono innocenti aveva detto il presidente di Israele Herzog.
Sono terribili le cifre delle persone e dei bambini uccisi, degli sfollati, della distruzione del sistema sanitario, scolastico e universitario.
Amos Goldberg ha definito genocidio la situazione di Gaza nel 2024[1]. All’inizio del marzo 2025 Israele ha bloccato completamente l’ingresso di aiuti in Gaza[2],blocco che così è rimasto per diversi mesi; nel 2025 anche Anna Foa, Omer Bartov e David Grossman dicono che è genocidio.[3][4]La Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionalestanno indagando su questa accusa. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di cattura per Netanyahu e Gallant. Ora la Corte Penale Internazionale ed i suoi giudici vengono boicottati dagli Stati Uniti.
Ci sono speranze che Israele cambi direzione? Il sostegno alla guerra su Gaza è stato in larga parte bipartisan, l’opposizione al governo Netanyahu è scesa in piazza per il ritorno degli ostaggi, ma di loro una piccola minoranza, mostrando foto di bambini di Gaza, ha più blandamente chiesto di risparmiare i civili.
Israele ha voluto differenziarsi rispetto all’ebraismo europeo, mostrare che era nato un ebreo nuovo, che da una parte non avrebbe sfruttato il lavoro arabo-palestinese (con conseguenze decisive che non approfondisco), ma dall’altra ha costruito l’immagine di un ebreo forte contrapposto agli ebrei che si sarebbero lasciati portare, salvo gli eroi del Ghetto di Varsavia, nei campi “come pecore al macello”. Idith Zertal cita Ben-Gurion[5]: “La creazione dello stato ebraico è stata un salto di secoli [..] la guerra di indipendenza ci avvicina ai giorni di Giosué [..] Il passato recente purtroppo non esiste più perché gli ebrei [di questo passato] sono stati distrutti”.
Nel dibattito politico in Israele sembra non essere un tabù raffigurare i nemici come i nazisti e le cessioni territoriali come un ritorno nei campi di concentramento. Idith Zertal scrive che Begin ha deciso l’invasione del Libano nel 1982 per rintuzzare le critiche per il ritiro dal Sinai nel quadro della pace con l’Egitto in seguito alla guerra del Kippur, e, da parole dello stesso Begin, “soprattutto per scacciare Arafat/Hitler dal suo bunker di Beirut ed evitare una nuova Treblinka a Israele”[6].
Rabin era stato raffigurato dalla destra kahanista vestito da ufficiale nazista in seguito agli accordi di Oslo. Una destra kahanista che acquisirà grande potere dopo il suo assassinio, fino ad arrivare al governo attuale con Ben-Gvir e Smotrich.
Micol Meghnagi ricorda che Netanyahu ha attribuito la responsabilità della Shoah al muftì di Gerusalemme, dicendo che sarebbe stato lui a consigliare a Hitler di “bruciare gli ebrei”. Con questo paragone si sposta la responsabilità tedesco-nazista sui palestinesi. Scrive la studiosa: “Una narrativa smentita dai massimi esperti della Shoah che, pur riconoscendo l’alleanza storica tra il mufti e Hitler, ne hanno denunciato la strumentalizzazione per piegare la realtà agli interessi della geopolitica contemporanea. Il punto politico di questa operazione non è soltanto la falsificazione storica, ma anche lo spostamento simbolico della genealogia dell’antisemitismo sterminazionista dall’Europa verso un’alterità arabo-musulmana. Se i palestinesi diventano “i nuovi nazisti” – e “i nuovi antisemiti” – l’Occidente può presentarsi come definitivamente assolto, sottraendosi al confronto con le proprie responsabilità storiche e con le forme contemporanee di violenza e dominio che continua a legittimare”[7].
Contribuiscono alla difficoltà del quadro sia l’esercito, con la forte presenza di coloni ed estremisti religiosi al suo interno[8],sia la scuola,che, come dice la docente di didattica della lingua Nurit Peled-Elhanan, insegna la supremazia ebraica, e raramente i palestinesi compaiono come tali, ma piuttosto come “arabi, nemici, e “pericolo demografico”. Nei libri di testo, “la Terra di Israele” prende il posto dello “Stato di Israele”, la vita palestinese è rimossa dal quadro, la moderna storia sionista è legata direttamente al passato biblico, con millenni di vita della diaspora quasi interamente rimossi. Al contempo la memoria dell’Olocausto, è messa in moto per produrre un senso di paura esistenziale permanente[9].
Il punto sul dibattito su Palestina-Israele
Se da una parte è evidente che si tenta di bloccare la critica dichiarando antisemite le ragioni palestinesi e l’antisionismo,dall’altra ho delle perplessità anche sull’uso della parola sionista come insulto.
Magari in pochi, ma ci sono stati dei leader sionisti come Buber che desideravano una convivenza paritaria tra ebrei e palestinesi in quella terra. Credo che allo stesso modo molti ebrei non intendessero di realizzare una supremazia ebraica e la cacciata dei palestinesi. Lo Stato di Israele con le sue storture non è solo effetto dei desideri di alcuni “cattivi” sionisti. Lo dice meglio di me Micol Meghnagi: “L’atteggiamento culturale prevalente nell’ebraismo della diaspora del diciannovesimo secolo e degli inizi del ventesimo – in società segnate dal nazionalismo esasperato – era marcatamente connotato da un carattere universalista, umanista e antinazionalista. Le molteplici e plurali visioni dell’ebraismo furono via via travolte e indebolite dai pogrom antiebraici nell’Impero russo, dalle persecuzioni antisemite in Europa, dai processi di ghettizzazione e dalle legislazioni razziste, fino alla frattura definitiva della Shoah; così come dal rifiuto della maggior parte dei paesi occidentali di accogliere prima, durante e dopo lo sterminio, le masse di scampati ebrei. È anche entro questo vuoto morale, e nelle soluzioni politiche che ne sono seguite, che ha preso forma l’inizio della catastrofe del popolo palestinese”[10].
Ritornando ad Amos Goldberg, prendendo spunto dal libro che ha curato insieme a Bashir Bashir Olocausto e Nakba: narrazioni tra storia e trauma[11], mi viene da suggerire che insieme all’Olocausto (che oggi è più difficile da ricordare nella giornata della memoria) si insegni anche la tragedia palestinese o, come ha gridato Amos Goldberg ad una presentazione del libro organizzata dalla comunità monastica di Monte Sole, cui ho assistito, si parli insieme di Olocausto, di Nakba e del genocidio di Gaza. E, in effetti,è quello che si fa negli incontri organizzati da Mai Indifferenti e Laboratorio Ebraico Antirazzista intorno alla giornata della memoria dopo il 7 ottobre ’23. Fermiamo il genocidio.
Giorgio Canarutto è attivista ebreo nel campo della pace.
[1] Micol Meghnagi, All’ombra della Shoah Decolonizzazione e politiche della memoria, Roma, Fandango libri, 2026, p.24
[2]Israel blocks entry of allhumanitarianaidinto Gaza
[3]Anna Foa: “Mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio” – la Repubblica
[4]Opinion | I’m a Genocide Scholar. I Know ItWhen I See It. – The New York Times
[5]IdithZertal, Israele e la Shoah la nazione e il culto della tragedia, Torino, Giulio Einaudi, 2000, pag. 56
[6]IdithZertal, 2000, cit., pag. 205
[7] Micol Meghnagi, 2026, cit. pag.26
[8] Anna Foa, La Repubblica, 2025, cit
[9]PODCAST: How Israeli classroomsindoctrinateJewishsupremacy, traduzione italiana Come nelle aule scolastiche israeliane si indottrina alla supremazia ebraica – Assopace Palestina,
[10] Micol Meghnagi, 2026, cit. pag.170
[11]Olocausto e Nakba : narrazioni tra storia e trauma / a cura di Bashir Bashir, Amos Goldberg ; prefazione di Elias Khoury ; postfazione di Jacqueline Rose ; traduzione dall’inglese di Alessandro Barchi e Pier Paolo Bastia ; revisione scientifica di Sarah Parenzo. – [Bologna] :Zikkaron, 2023