Creativity

Innovation

Originality

Imagination

 

Salient

Salient is an excellent design with a fresh approach for the ever-changing Web. Integrated with Gantry 5, it is infinitely customizable, incredibly powerful, and remarkably simple.

Download

INTERCULTURAL SANGHA manifesto

Nell’atto di dare inizio al percorso che chiamiamo Sangha Interculturale, proviamo a tracciarne alcune linee guida. Si può pensare a tre diversi livelli tra loro interdipendenti.

  • Innanzitutto il Sangha è la comunità dei monaci e dei laici che custodisce il Dharma, cioè l’insegnamento che risale, più di due millenni e mezzo or sono, a colui che venne chiamato il Buddha. Un insegnamento di valore universale che riguarda la realtà e il senso della vita, finalizzato alla liberazione dalla sofferenza e alla piena realizzazione spirituale, le cui parti indivisibili sono la comprensione della natura delle cose (paññā o prajñā), l’etica (sīla) e la concentrazione meditativa (samādhi). Compito del Sangha è quindi consentire che ciascun suo membro si alimenti di tale insegnamento nella sua interezza e trasmetterlo ad altri e alle future generazioni, recependo quel che è stato tramandato e sapendo al tempo stesso rinnovarlo. In questo senso il Sangha deve essere un contesto di relazioni umane ricco sotto l’aspetto esistenziale e formativo, in cui ciascuno possa trovare un valido supporto per il suo cammino.
  • Il problema è che, mentre lungo i secoli il Dharma è stato tramandato da una pluralità di scuole e tradizioni sviluppatesi in relativa autonomia, la condizione del mondo globalizzato rende ineludibile il confronto e l’elaborazione di una storia condivisa. La soluzione è da un lato assumere come base comune il nucleo più originario dell’insegnamento, che per unanime consenso è contenuto nel Canone Pali; dall’altro riconoscere ogni altra forma, non solo come adattamento alle diverse condizioni storiche e culturali, ma come sforzo creativo di ritrovare in modo nuovo e vivo quello stesso nucleo originario. Pur mantenendo la distinzione delle dottrine e delle pratiche, si può ragionevolmente pensare che esse possano integrarsi, in prospettiva anche in un percorso formativo unificato, come diversi aspetti dell’unico Dharma. E che il Sangha possa cominciare a essere la comunità universale dei praticanti nella via del Buddha, accettando che essa comprenda una pluralità di indirizzi a seconda non solo della cultura di appartenenza ma delle inclinazioni e dei bisogni di ciascuno.
  • Questo tanto più che la condizione odierna richiede uno sforzo creativo maggiore ancora forse che in passato. Da un lato il Dharma si diffonde nel contesto della moderna società occidentale, ben diversa dalle società tradizionali asiatiche, e del resto l’Asia stessa conosce rapidi e imponenti processi di modernizzazione. Di fronte a forme di coscienza e modi di vita radicalmente diversi dal passato, è lecito pensare che l’insegnamento mantenga più che mai la sua forza, ma che vada per lo ritrovato al di là delle forme culturali codificate. D’altro lato uno degli elementi tipici del contesto odierno è il confronto sempre più ravvicinato con altre tradizioni spirituali, oltre che con la cultura laica moderna. Il che può conferire al Dharma fisionomia e responsabilità nuove: essendo più di ogni altra tradizione capace di relativizzare se stesso, come nella metafora della zattera, può svolgere un ruolo pacificante nei rapporti tra culture e religioni. Una volta stabilito che lo scopo comune è raggiungere l’altra riva, perché negare che altri si trovino più a proprio agio su altre zattere, e che anch’esse a loro modo li possano condurre alla meta? Non si dovrebbe paradossalmente aiutarli attivamente in tal senso? Per la stessa ragione il Dharma può essere accolto anche da persone che non intendono considerarsi “buddhiste”. E sotto questo aspetto il Sangha, pur avendo un fondamento rigoroso, può essere una comunità aperta, che non richiede pregiudizialmente l’accettazione di un’identità. Anche perché il senso ultimo dell’insegnamento implica che ogni identità sia abbandonata.

In the act of starting the path we call Intercultural Sangha, let's try to draw some guidelines. We can think of three different interdependent levels.

  • First of all, the Sangha is the community of monks and lay people who guards the Dharma, that is, the teaching that goes back, more than two and a half millennia ago, to the one who was called the Buddha. A teaching of universal value that concerns the reality and the meaning of life, aimed at liberation from suffering and full spiritual realization, whose indivisible parts are the understanding of the nature of things (paññā or prajñā), ethics (sīla) and meditative concentration (samādhi). The purpose of the Sangha is therefore to allow each of his members to feed on this teaching in its entirety and pass it on to others and to future generations, accepting what has been handed down and knowing at the same time how to renew it. In this sense the Sangha must be a context of human relations rich in the existential and formative aspect, in which everyone can find a valid support for his path.
  • The problem is that, while over the centuries the Dharma has been handed down by a plurality of schools and traditions developed in relative autonomy, the condition of the globalized world makes the comparison and the elaboration of a shared history unavoidable. The solution is on the one hand to assume as a common base the most original nucleus of the teaching, which by unanimous consent is contained in the Pali Canon; on the other, to recognize every other form, not only as an adaptation to the different historical and cultural conditions, but as a creative effort to rediscover that same original nucleus in a new and living way. While maintaining the distinction between different doctrines and practices, we can reasonably think that they can be integrated, in perspective even in a unified formative path, as different aspects of one Dharma. And that the Sangha can begin to be the universal community of practitioners in the Buddha's way, accepting that it includes a plurality of addresses, depending not only on the culture of belonging but on the inclinations and needs of each one.
  • This, especially since today's condition requires perhaps an even more creative effort than in the past On the one hand, Dharma spreads in the context of modern Western society, very different from traditional Asian societies, and Asia itself lives rapid and impressive modernization processes. Faced with forms of conscience and ways of life radically different from the past, it is reasonable to think that the teaching maintains its strength more than ever, but that it goes beyond the codified cultural forms. On the other hand, one of the typical elements of today's context is the ever closer confrontation with other spiritual traditions, as well as with modern secular culture. This can give the Dharma new physiognomy and responsibility: being more than any other tradition capable of relativizing itself, as in the metaphor of the raft, it can play a pacifying role in the relations between cultures and religions. Once it has been established that the common purpose is to reach the other side, why deny that others are more at ease on other rafts, and that these too can lead them to their destination? Should we not paradoxically help them actively in this? For the same reason the Dharma can also be accepted by people who do not intend to consider themselves “Buddhist”. And in this respect the Sangha, although having a rigorous foundation, can be an open community, which does not require the acceptance of an identity. Also because the ultimate meaning of teaching implies that every identity is abandoned.