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profughiCi sono questioni che appaiono insolubili, oltre che, qualora accostate, senza apparente legame. Eppure chi ne cogliesse il nesso potrebbe, se non risolverle, quanto meno prospettare una via da percorrere.

Facciamo un esempio, tipicamente italiano.

 

Al di là di episodi espliciti di rivolta che l’arrivo dei profughi ha talora suscitato, occorre prendere coscienza di una realtà che è ben oltre a quel che non appaia.

Dietro quelle rivolte, e dietro il fatto che li si accolga malvolentieri, solo perché costretti e come pacchi non graditi, c’è un vissuto di ampi strati della popolazione che andrebbe capito.

Non è propriamente paura, perché non sono certo nell’immediato una minaccia; neppure che possano togliere lavoro, per la semplice ragione che di lavoro non sembra più essercene per nessuno: tant’è vero che i nostri giovani stanno emigrando in massa. È piuttosto angoscia, che in quanto tale non ha un oggetto chiaramente definito.

Quando qualcuno esprime rabbia, parlando delle persone di colore che sempre più numerose vede ciondolare oziose sui marciapiedi, sta dando forma a un vissuto che non saprebbe altrimenti esprimere, la cui origine è del tutto indipendente da coloro a cui pensa. I quali, se la cosa si potesse ridurre al piano banalmente razionale, stanno semplicemente  attendendo che lo Stato decida sulla loro sorte, nei tempi che la burocrazia impone, che arrivano a tre anni; entro i quali, neppure volendolo, potrebbero lavorare. Tant’è che, per aggiustare un po’ l’immagine, si stanno proponendo attività di volontariato, ma senza troppa convinzione, perché infatti il problema non è di immagine.

Il punto è innanzitutto il sospetto, se non la certezza, che l’accoglienza comporti un enorme giro di denaro per qualcuno, mentre sulla maggioranza viene scaricato un problema irrisolto e irrisolvibile. I profughi diventano quindi vittime di un risentimento che soprattutto i più esposti alla crisi stanno nutrendo. In tempi in cui le risorse per le politiche sociali sembrano di giorno in giorno subire riduzioni, può essere plausibile sentirsi defraudati.

Potrebbe però non esserci solo questo. Bensì il senso d’impotenza per non saper offrire nulla di umanamente degno al di là dell’assistenza. Per non poter chiedere neppure sacrifici, in vista di un futuro in qualche modo identificabile. 

Il punto è che quei profughi sono lo specchio della nostra società, che vive il cupo dramma dell’assenza di futuro. Vi si riflettono i nostri figli, che da tempo ciondolano a loro volta, erodendo le risorse che le generazioni precedenti hanno accumulato. Quei figli che, perché fossero migliori consumatori, ci si è vietati di educare. Fingendo di rispettarne i diritti, li si è privati di energia e  dignità.

Quei profughi sono i nostri figli, formalmente accolti e intimamente abbandonati allo stesso modo.

 

C’è, alla luce di questa consapevolezza, della grandezza nella scelta di Matteo Renzi di considerare la riforma della scuola di interesse strategico. A costo, come ben si è visto, di entrare in contrasto con tutti.

C’è la percezione che in gioco sia la vita stessa di questa parte di Occidente che è l’Italia, che non primeggia certo per capacità organizzative né per etica pubblica, ma non sarebbe secondo a nessuno dal punto di vista culturale. Tant’è vero che i nostri giovani non se la cavano poi male all’estero, avendo alle spalle un sistema scolastico le cui radici risalgono nonostante tutto all’unica riforma davvero degna di questo nome: quella di Giovanni Gentile. Filosofo del Fascismo ma, piaccia o meno, grande filosofo.

Come è noto la riforma Renzi introduce un elemento che nessuno aveva mai davvero osato introdurre: la valutazione dei docenti. Può essere che nella rivolta di questi ultimi ci sia la difesa di un privilegio di per sé indifendibile: è del tutto ovvio che la professione docente, come qualsiasi altra, debba essere soggetta a giudizio. Il problema è però un altro: a quali criteri il giudizio dovrà ispirarsi? In altri termini: c’è una cultura condivisa, entro cui dirigenti, insegnanti, studenti e famiglie possano riconoscersi, e quindi esprimere valutazioni?

Questo è il nodo. Sicuramente ai tempi di Gentile una cultura condivisa c’era, seppure con le differenze che le diverse opzioni ideologiche comportavano. Tant’è vero che la scuola dell’Italia fascista non era poi così diversa da quella dell’Unione Sovietica, ed entrambe rispecchiavano ciò che all’epoca a un sistema scolastico era richiesto: di essere il fondamentale mezzo per riplasmare, attraverso le generazioni, la stratificazione sociale. Un rigido procedimento selettivo doveva collocare ciascun individuo al livello che più corrispondeva alle sue capacità; sulla cui base avrebbe contribuito allo scopo comune.

Ecco, il punto è questo. Nell’epoca in cui la civiltà occidentale stava raggiungendo il culmine della sua ascesa, c’era l’idea di uno scopo comune, genericamente traducibile nell’edificazione di una società radicalmente migliore di quelle del passato. Non a caso possiamo pensare che sistemi politici diversi e in contrasto tra loro fossero unificato dalla comune appartenenza alla civiltà del lavoro.

Attraverso il lavoro l’uomo, dominando la natura, si innalza su di essa e realizza se stesso: questo si pensava. Il lavoro è cultura, e la cultura è lavoro. Lo studio è sforzo, tensione attraverso cui si acquisisce il talento. Lavoro manuale e lavoro intellettuale non sono che estremi di un continuum che è l’interezza dell’operare umano.

Tutto cambia quando, dalla civiltà del lavoro, si passa a quella del consumo.

L’automazione solleva l’uomo di gran parte del peso del lavoro, e il rimanente il decentramento produttivo lo assegna ad altri: agli abitanti dei paesi poveri, indotti a imboccare a caro prezzo la via dell’industrializzazione, cercando di colmare il ritardo accumulato. Ai nostri giovani viene assegnata una nuova meta: consumare quello che altrove si produce. Ciò implica, più che lo sviluppo di nuovi talenti, la perdita di quelli sviluppati lungo tutta la filogenesi.

Il consumismo è, in quanto tale, una regressione antropologica. La sua essenza è la rinuncia a tutto ciò che fornisce alla vita umana il senso di un percorso, riducendola a ricerca dell’immediato appagamento. Il quale è, tendenzialmente, individualistico: cioè non può dar luogo ad alcuna cultura né vita condivisa.

In questo passaggio epocale, dalla civiltà del lavoro a quella del consumo, è la radice della crisi della scuola. Ne è consapevole chi la vuole riformare?

 

Si potrebbe dire che il nodo che oggi viene al pettine è che la nostra società è condannata a implodere se non ricostruisce, seppure in modo diverso dal passato, un’etica e una cultura del lavoro. Lo dovremo fare per i profughi, e anche per i nostri figli.

Le ragioni potrebbero apparire ovvie. Per capire che non basta consumare mentre altri lavorano, non dovrebbe essere necessaria una laurea alla Bocconi: potrebbe bastare il vecchio apologo dalla cicala e della formica. C’è però anche di più.

La vecchia etica del lavoro non era che la versione secolarizzata dell’etica cristiana, non senza aspetti in contrasto con essa. Nell’impulso infatti a dominare la natura, oggi non certo riproponibile, si rifletteva la volontà profonda di oltraggiare quel rispetto verso il sacro tipico di ogni religione. Eppure le radici non erano divelte: un nutrimento terreno e spirituale insieme continuava a circolare.

San Giovanni Bosco poteva, attraverso l’educazione e il lavoro, riscattare i ragazzi di strada del suo tempo, ritenendo a buon diritto di compiere un servizio non solo religioso ma anche civile. Avrebbe contribuito a porre le basi, senza sua intenzione, della Torino industriale e addirittura della classe operaia di Gramsci. Ma tanto più efficacemente poté farlo quanto più profondo era il legame con la tradizione cristiana. E qui veniamo al punto cruciale.

Ogni civiltà ha la sua fonte in una trasmissione culturale. La quale è tutt’altro che addestramento alle tecniche di volta in volta in uso, e neppure indottrinamento, ma formazione degli uomini al sentire, al pensare e al comportarsi sulla base di un fondamento che comunque trascende la società. In Occidente la fonte per due millenni è stata il Cristianesimo. Solo da alcuni secoli i poteri statali hanno estromesso la Chiesa dal ruolo di regolatore della trasmissione culturale, avocando a sé tale compito. Il che però ha tendenzialmente sottoposto la cultura all’ideologia, che l’universo politico veniva in varie forme producendo, e l’educazione all’addestramento sociale di volta in volta richiesto.  

Questo è in realtà l’orizzonte entro il quale la scuola moderna si è storicamente costituita: la sua funzione era di plasmare i cittadini delle nazioni, rendendoli idonei ai nuovi compiti che la modernizzazione veniva ponendo. Ma oggi che quel tragitto si è compiuto?

 

Dobbiamo pensare che in ogni momento critico, quando le trasformazioni politico-economiche di volta in volta sradicano le popolazioni dal contesto in cui la loro vita trovava senso, la tradizione profonda viene in soccorso, suggerendo nuove soluzioni.

Oggi ci troviamo su una frontiera estrema dello sradicamento. Tutto ciò che è stato costruito negli ultimi secoli in Occidente, in sostituzione della comunità tradizionale, si sta sfaldando. La stessa parola “educazione” è di solito bandita, in quanto compromessa con valori morali di cui si è pensato di fare a meno; oppure reintrodotta per veicolare nuove forme di indottrinamento che ne pervertono il senso: si veda quel che si inizia a intendere con “educazione sessuale”. Ma è possibile, ad esempio, valutare gli insegnanti in assenza di un senso condiviso dell’educazione?

Il problema della scuola è comunque poi legato a quello del lavoro. La scolarizzazione di massa è stata investita di comprensibili attese di promozione sociale, ma anche purtroppo vissuta come via di fuga dal lavoro manuale, contribuendo così a quel che nei fatti è avvenuto: la sparizione del lavoro stesso.

Oggi si ha senz’altro una notevole richiesta di competenze assai sofisticate in ambiti tecnico-organizzativi, che la scuola ha difficoltà a formare anche perché soggette ai sempre più vorticosi cambiamenti in atto; ma un crollo delle professioni a cui la maggioranza della popolazione può ragionevolmente accedere. Colpa dell’automazione, del decentramento produttivo e della finanziarizzazione dell’economia; ma anche colpa di un rifiuto del lavoro a cui la scuola ha involontariamente contribuito, alleata inconsapevole del consumismo.

 

Chi pensi a una convergenza occasionale, tra entità comunque disomogenee e contrastanti, dovrebbe riflettere su un nodo non facilmente afferrabile, ma di importanza decisiva.

Ne ebbe la chiara comprensione un secolo e mezzo fa proprio Don Bosco.

Pensare che il suo metodo educativo venne da lui definito “preventivo”, in opposizione a “repressivo”, potrebbe indurre un equivoco. In realtà il problema era la riproposizione in una nuova condizione socio-culturale, nella quale il tradizionale senso dell’autorità si trovava già profondamente messo in discussione, di quello che potrebbe essere il problema centrale dell’educazione di ogni tempo: la formazione non solo dell’intelligenza ma anche e soprattutto della volontà.

A Don Bosco era chiaro che il moderno intellettualismo avrebbe condotto a crescere persone precocemente consapevoli di molti aspetti della vita, ma intimamente deboli e incapaci di stabilità, tanto nelle decisioni quanto nei sentimenti. In reazione a ciò la tentazione sarebbe stata di agire in termini puramente negativi, come se la volontà fosse solo qualcosa da piegare, col rischio di distruggerla.

Era già del tutto chiara la falsa alternativa tra permissivismo e autoritarismo.

In entrambi i casi viene meno l’asse portante del cammino educativo, che per Don Bosco è intimamente legato all’educazione religiosa. Sapere di essere chiamati ad obbedire alla volontà di Dio rende la propria stabile, cioè capace di resistere agli impulsi e di aprirsi agli altri.

Non è difficile pensare che le questioni della scuola e del lavoro si connettano con la difficoltà odierna, ma anche l’assoluta necessità, di riprendere il bandolo di quel nodo.

 

 

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