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Il 15 agosto 1947, contestualmente all’Indipendenza dell’India, viene proclamata la Partizione in due stati sovrani: l’Unione Indiana abitata in prevalenza da hindu, ma con il 15 per cento circa di musulmani, e il Pakistan a prevalenza musulmana, ma con la presenza del 25 per cento di hindu.

È un disastro, che provoca un numero altissimo di vittime.

Tra le vittime, Gandhi, che tanto si era battuto per l’Indipendenza, quanto si era adoperato per contrastare la Partizione, convinto che la prospettiva di creare due stati sulla base di affiliazioni religiose “che hanno in comune soltanto l’ostilità reciproca, sarebbe un disastro “ Gandhi già nel 1939, con grande lungimiranza, scriveva “perché dunque l’India non dovrebbe restare un’unica nazione? L’India è composta da due nazioni? Se così fosse, perché solo due? I cristiani non ne formano forse una terza? I parsi una quarta, e così via? [….] Il destino dell’India è subire una vivisezione in due parti, una musulmana, l’altra non musulmana? E che ne sarà dei musulmani che vivono nei villaggi dove la popolazione è a maggioranza Hindu? E, ugualmente, degli hindu, là dove sono solo un pugno[1]

Fare memoria di queste vittime è fare memoria di Gandhi

 

Gandhi, il mistero

Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma, emerge quasi dal nulla a guidare con miracolosa efficacia il movimento di liberazione dell’India.

Un uomo piccolo, insignificante ad un primo sguardo, trascina un immenso Paese, l’India, e influenza il mondo intero con idee di spiazzante meraviglia. Proviene da una famiglia piuttosto ricca, ma non influente, non si distingue per prestanza fisica e nemmeno per una brillante carriera scolastica e professionale: è un avvocato timido e insicuro, ha difficoltà a parlare in pubblico. Tutto questo finché la sua attenzione è centrata su di sé, sulla propria realizzazione personale.

La svolta avviene, in modo imperscrutabile e improvviso, quando di fronte ad alcune umiliazioni inaugura un modo inedito di affrontarle. Rifiuta con fermezza di sottomettersi ma rifiuta anche di compiere qualunque gesto volto a ferire o ad umiliare a sua volta. Solo così inizia il vero riscatto. L’umiliazione, l’ingiustizia danneggiano sempre tutte le parti in causa: occorre fermarle senza innescare il processo infinito delle reazioni che a nulla portano se non ad una violenza sempre maggiore. Anche la sua professione, quella di avvocato, cambia prospettiva. In essa vede il compito fondamentale di riunire parti lacerate.

E’ una svolta personale, che presto fa di lui una guida per tutti gli umiliati, nella convinzione che occorre innanzitutto cambiare se stessi per cambiare il mondo. La sofferenza di ognuno è sofferenza per tutti, unica vera gioia è vivere per il benessere di tutti.

La grandezza di Gandhi si manifesta nella sua stessa vita, più che negli scritti, pur notevoli. La Verità non passa attraverso ragionamenti ma attraverso la Vita, come ha ben mostrato il Cristo, a cui Gandhi si è sovente ispirato. Egli parte da se stesso per trascinare in modo contagioso una quantità sempre crescente di persone nella pratica della ahimsa la nonviolenza. L’ahimsa non è passività, anzi è una virtù che può appartenere solo a uomini forti, coraggiosi. Essa è il corrispondente morale della guerra ed è strettamente intrecciata con il Satyagraha, letteralmente fermezza nella Verità, che sola esiste, perenne ed immutabile.

Che cosa fa di questo piccolo uomo una delle più luminose figure di tutti i tempi? Si possono tentare risposte solo parzialmente convincenti: alla fine il mistero rimane. Ogni spiegazione è insufficiente a giustificare l’enorme peso che le sue azioni hanno avuto concretamente sulla storia immediata del suo paese, ed il peso sempre attuale e sempre in fermento – ne siamo certi – nella storia dell’umanità.

Proviamo a rispondere.

- muove da un’autentica ricerca della verità che genera convincimenti profondissimi, radicatissimi, inestirpabili

- ritiene che una sorta di divinità sia presente nell’uomo, in ciascun uomo: alla fragilità del corpo si accompagna l’infinità dello spirito

- guarda oltre se stesso e sente su di sé la sofferenza, ma anche la gioia, del mondo

- rivaluta l’immensa ricchezza spirituale dell’India in contrapposizione alla presunta superiorità della cultura occidentale, di cui sa cogliere comunque gli aspetti positivi: opera una sintesi autentica delle due culture, evidenziando i valori ma anche vedendo con chiarezza i limiti dell’una e dell’altra

- agisce con sicurezza e determinazione, senza mai tuttavia confidare solo nelle proprie forze: si affida ogni giorno a Dio.

E qui forse è la risposta. Affidarsi a Dio è comandamento comune ad ogni religione e significa accettare vie imperscrutabili alla nostra ragione. Come sia stato possibile compiere imprese tanto grandi attraverso la vita di un piccolo uomo, alla fine, resta un mistero.

 

Idealista concreto

Gandhi è protagonista delle vicende che portano all’indipendenza dell’India, a cui fa purtroppo seguito la dolorosissima partizione tra India e Pakistan. Ma è anche protagonista della storia universale. Attali [2] sostiene che la sua lezione ha cambiato il XX secolo e l’India, e bisognerà recepirla, se vogliamo che l’umanità sopravviva al XXI. Gandhi ha tracciato un solco che altri hanno intrapreso (uno tra tutti, Martin Luther King) e intraprenderanno, ha indicato all’umanità la direzione.

 

L’indipendenza

Nell’India, unificata sotto la corona britannica nel 1856, viene a formarsi gradualmente un orientamento indipendentista che si esprime soprattutto all’interno del Partito del Congresso, fondato nel 1885.

Il movimento per l’indipendenza assume dimensioni di massa quando nel 1920 Gandhi ne assume la guida con inedite modalità, originalissime e spiazzanti: la lotta politica nonviolenta, attraverso digiuni, marce, boicottaggi delle merci inglesi e la disobbedienza civile, ovvero la trasgressione volontaria e fermissima di norme ingiuste, che deve essere sincera e non nascondere l’odio e la volontà di fare del male.

L’indipendenza è per Gandhi un obiettivo fondamentale, non disgiunto però dall’attenzione ad una giustizia interna che elimini le barriere tra le caste, soprattutto l’assurda emarginazione degli intoccabili, e veda riconciliate le diverse appartenenze religiose. Non può immaginare un’India indipendente in cui musulmani e hindu si uccidano tra loro e dove gli intoccabili rimangano emarginati.

Memorabili le battaglie condotte persuadendo gli Indiani a tessere i propri indumenti nel modo tradizionale anziché utilizzare quelli prodotti industrialmente in Inghilterra e la marcia contro il monopolio inglese del sale. Lotte pacifiche che gradualmente pilotano il governo inglese a concedere all’India strumenti di autogoverno fino alla totale indipendenza proclamata nel 1947.

La dolorosa partizione

Purtroppo però si inasprisce il conflitto tra popolazioni di religione hindu e popolazioni di religione musulmana. Secondo Jinnah, il leader della Lega musulmana, in India le religioni hanno funzione e significato diverso che in Inghilterra. Esse non si occupano dei rapporti tra individui e Dio, ma costituiscono codici di comportamento e di morale, che vengono adottati da comunità diverse per cultura e per razza. In quest’ottica, ritiene naturale che l’India, crogiuolo di razze e religioni, ottenuta l’indipendenza, si organizzi in territori distinti a seconda del prevalere in essa di questa o di quella religione.

Gandhi come abbiamo visto, sostiene una linea radicalmente opposta, che prevede uno stato unitario in cui possano convivere pacificamente le diverse componenti religiose.

La linea della divisione prevale e nell’agosto del 1947 avviene quella che Gandhi definisce una “mostruosa vivisezione”: nascono due stati separati, l’Unione indiana a maggioranza induista, il Pakistan, spezzato a sua volta in due tronconi, a maggioranza islamica. Va da sé che si tratta di una aberrazione: imporre all’improvviso un nuovo confine geografico comporta già di per sé necessariamente problemi e dolorose separazioni; ma qui la cosa è ancora più grave: si stabilisce anche una base religiosa diversa per i due stati, cancellando a priori ogni possibile libertà di fede, ma soprattutto costringendo fiumi di persone a spostarsi da una parte all’altra visto l’intrecciarsi ormai secolare di hindu e musulmani sul territorio. Impone a molti lo sradicamento dalla propria terra verso un destino oscuro. Si verifica una migrazione di massa di musulmani in Pakistan, di hindu e sikh in India. Le conseguenze sono inevitabilmente drammatiche: milioni di persone sono costrette ad abbandonare casa, villaggio, terra in un clima di odio che vede moltiplicarsi atti di inaudita violenza. L’Indipendenza e la Partizione non furono che l’alzarsi del sipario su una guerra fratricida su entrambi i lati del confine. Le vittime furono moltissime, centinaia di migliaia.

Di fronte allo scoppio della violenza Gandhi reagisce con una crisi spirituale profonda, ma non si arrende: nonostante l’età avanzata e la precarietà fisica, egli si immerge in un’attività proibitiva di viaggi e discorsi, cercando di affrontare il terrore e l’odio, di acquietare e confortare coloro che incontra. Predica la protezione di Dio come antidoto alla paura, esorta gli hindu a ritornare a casa e chiede che in ogni villaggio un hindu e un musulmano accompagnino sulla via del ritorno i rifugiati per assicurarne l’incolumità. Con la sua azione di pacificazione, con la fermezza che gli deriva dalla convinzione di agire in nome della Verità, riesce a contenere i massacri in Bengala, nel Bihar e a Delhi. Egli ottiene che le moschee, occupate dai profughi, siano restituite al culto e ai Musulmani.

 

 

Un bilancio

Se si guarda al concreto e immediato esito della partizione, si può essere indotti a pensare ad un fallimento dell’opera di Gandhi. Egli stesso si ferma a riflettere e non esita a mettere in discussione il lavoro compiuto.

Ma non va dimenticato che, comunque, attraverso esortazioni continue che il suo carisma rendeva efficaci e un digiuno interrotto in extremis di fronte a promesse concrete e mantenute di tregua, hanno limitato notevolmente il numero delle vittime.

E soprattutto che ha indicato una direzione, anzi LA direzione, riconosciuta allora e oggi come l’unica veramente risolutiva. Nei momenti più drammatici, alla fine del 1947, Chakravarti Rajagopalachari dichiara “Spesso in passato ho litigato con Gandhi. Adesso ha settantotto anni. Tre mesi fa, a Calcutta, ha digiunato per tre giorni, e questo è bastato a placare gli animi. Oggi, Gandhi è l’unico sano di mente”[3]

L’influenza che la figura di Gandhi continua ad esercitare ha e avrà sempre (non ne dubitiamo) un peso sulla storia dell’umanità tutta.

 

Il 30 gennaio 1948 Gandhi si sta recando al luogo della preghiera serale, un hindu che non accetta la sua apertura verso i musulmani gli spara. Il Mahatma muore pronunciando le parole del suo mantra, rama rama. A significare pace e perdono. A dimostrare che la sua è veramente la nonviolenza dei coraggiosi. Un presagio in queste sue parole: “Ho dentro di me la nonviolenza dei coraggiosi? Solo la mia morte potrà dimostrarlo. Se qualcuno mi uccidesse, e io morissi con una preghiera per lui sulle labbra, con il ricordo di Dio e della Sua presenza vivente nel tempio del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che possedevo la nonviolenza dei coraggiosi”[4]

La sua è una morte che, insieme al dolore, trasmette un messaggio di serenità e fiducia nel buio di momenti tragici. Bellissime e profetiche le parole di Nehru che comunica via radio la notizia dell’assassinio: “La luce ha abbandonato le nostre vite, c’è oscurità dappertutto [….] La luce ci ha abbandonato, così ho detto, ma in realtà non è vero. Poiché la luce che ha illuminato questo paese per molti anni non era una luce normale. La luce che ha illuminato questo paese continuerà a brillare per molto tempo ancora. Tra mille anni si continuerà a vedere questa luce nel paese, e tutto il mondo la vedrà, e questa luce darà conforto a una moltitudine di cuori[5]

 

È possibile che Gandhi negli ultimi mesi della sua vita abbia conosciuto momenti di sconforto e delusione, ma certo non la disperazione: non si è mai arreso. Accettare fino in fondo che il Regno di Dio non è di questo mondo richiede uno sforzo quasi sovrumano. Adoperarsi per una giustizia terrena comporta la consapevolezza che si intraprende un percorso infinito inevitabilmente destinato a scontrarsi con i limiti della condizione umana.

È un cammino che non può essere esaurito da una vita terrena per quanto grande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] (the collected works of Mahatma Gandhi, Delhi 1958)

 

[2] Jacques Attali “Gandhi. Il risveglio degli umiliati” Roma 2011

[3] Attali, op. cit.

[4] Eknath Easwaran “Gandhi” ed. Elliot, Roma 2011

[5] Attali, op. cit.

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