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buddhismoMolti amici ritengono che io esprima gli insegnamenti di Buddha attraverso la mia vita. Accetto la loro testimonianza e confesso che sto cercando di fare del mio meglio per seguire i suoi insegnamenti. Diversamente dai maestri buddhisti e da molti studenti indù – stavo dicendo filosofi – non faccio distinzioni tra gli insegnamenti principali del buddhismo e quelli dell’induismo. Secondo me, Buddha visse la sua vita da indù. Egli fu senza dubbio un riformatore del suo tempo, vale a dire fu un riformatore profondamente convinto e non tenne conto né del prezzo né della sofferenza pur di raggiungere la riforma che pensava indispensabile per la sua stessa crescita.

Se i rapporti storici sono veritieri, i ciechi bramini di quel periodo rifiutarono la sua riforma perché erano egoisti. Ma le masse non erano fatte di filosofi che ingannano il tempo filosofando. Esse erano composte da filosofi in azione, avevano uno spiccato buonsenso e ignorarono l’egoismo dei bramini non esitando a riconoscere in Buddha il vero esponente della loro fede. Ed essendo io stesso uno di loro, trovai che il buddhismo non era altro che l’induismo messo in pratica dalle masse. E perciò talvolta succede che gli intellettuali non siano soddisfatti dei semplici insegnamenti di Buddha. Essi cercano la soddisfazione del loro intelletto, e restano quindi delusi. La religione è principalmente una questione di cuore e un uomo che si avvicina ad essa con arroganza intellettuale resta profondamente insoddisfatto.

(…)

Sono orgoglioso di dire che Buddha non era un ateo. (…) Dio non si ferma alle apparenze. (…) E le masse, non conoscendo l’orgoglio, si avvicinano a Lui in tutta umiltà e diventano meravigliosi filosofi in azione, e noi possiamo seguirli liberamente. Quello è, secondo me, l’insegnamento principale del buddhismo. È principalmente la religione delle masse. E io non mi faccio ingannare. Non penso nemmeno per un istante che il buddhismo sia stato bandito dall’India.

Io vedo che ogni caratteristica essenziale del buddhismo si sta trasformando in azione in India, molto più che in Cina, a Ceylon e in Giappone, che di nome professano il buddhismo. Sono orgoglioso di dire che in India noi trasformiamo il buddhismo in azione molto più di quanto facciano i nostri amici birmani. È impossibile bandire Buddha. (egli vive oggi nelle vite di milioni di esseri umani. Che importa se ci rechiamo a un tempio a venerare la sua immagine, o se pronunciamo il suo nome? (…)

Lasciamo che ognuno parli per se stesso e dica in che misura il messaggio di grazia e di pietà che Buddha pronunciò sia stato tradotto nella propria vita, e più pratichiamo il suo messaggio più rendiamo omaggio a quel grande Signore, Padrone e Maestro dell’umanità. (…) Il buddhismo sta ancora germogliando, sebbene si possa ammettere che, come ogni altra religione, attualmente sia in decadenza. Ma sono abbastanza ottimista per pensare che un giorno tutte queste grandi religioni saranno ripulite da ogni inganno, da ogni ipocrisia, fandonia e incredulità e da tutto ciò che viene descritto con il termine degradazione. Saranno purificate dall’inganno e verrà un giorno in cui chi imparerà a vedere si accorgerà che verità e amore sono in definitiva le due facce di una stessa medaglia. Quella e solo quella sarà la moneta corrente, tutte le altre non saranno che monete false.

Che Dio possa aiutarci a realizzare il messaggio che Buddha rivelò all’umanità tanti secoli fa e che ognuno di noi possa sforzarsi di praticare quel messaggio nella propria vita…[1]

Voi forse non sapete che uno dei miei figli, il primogenito, mi ha accusato di essere un seguace di Buddha, e anche alcuni dei miei connazionali indù non esitano ad accusarmi di di ffondere l’insegnamento buddhista in guisa di induismo sanatan. Compatisco le accise di mio figlio e degli amici indù. Talvolta mi sento persino orgoglioso di essere accusato di essere un seguace di Buddha e non esito a dichiarare che devo molto all’ispirazione che ho tratto dalla vita dell’Illuminato. (…)

È mia ferma convinzione che la parte essenziale degli insegnamenti di Buddha sia ora parte integrante dell’induismo. Oggi è impossibile che l’India indù torni sui suoi passi e faccia a meno della grande riforma che Gautama effettuò sull’induismo. Con il suo immenso sacrificio, la sua grande rinuncia e l’immacolata purezza della sua vita egli lasciò un’impronta durevole sull’induismo, e l’induismo sarà sempre in debito verso questo grande maestro.

(…)

Egli senza dubbio rifiutò l’idea che un essere chiamato Dio fosse mosso da malizia, che potesse pentirsi delle sue azioni, e come i re della terra potesse essere vittima di tentazioni o inganni, e potesse avere dei prediletti. La sua anima si sentì profondamente indignata dalla credenza che un essere chiamato Dio desiderasse che il sangue degli animali, che peraltro erano sue creature, fosse versato per lui. Egli quindi ricollocò Dio al posto giusto e detronizzò l’usurpatore che in quel momento sembrava occupare il Trono Bianco. Egli ridichiarò enfaticamente l’eterna e inalterabile esistenza del governo morale di questo universo. Senza esitazione affermò che la legge era Dio stesso.

Le leggi di Dio sono eterne e inalterabili e non sono separabili da Dio stesso. Questa è la condizione indispensabile della Sua stessa perfezione. Da ciò la grande confusione sul fatto che Buddha non credesse in Dio, ma credesse semplicemente nella legge morale, e a causa di questa confusione su Dio stesso nacque la confusione sulla corretta comprensione del termine Nirvana. Nirvana non esprime certo un’estinzione. Per quanto ho potuto capire sulla caratteristica centrale della vita di Buddha, il Nirvana esprime il crollo di tutto ciò che di meschino, di depravato, di corrotto e di corruttibile c’è in noi. Il Nirvana non è la mera pace mortale della tomba, ma la pace vivente, la felicità vivente dell’anima che è cosciente di se stessa, e cosciente di aver trovato la sua dimora nel cuore dell’Eterno. [2]

 

[1] Discorso per l’anniversario della nascita di Buddha, Mahabody Society, «Amrita Bazar Patrika», 9 maggio 1925, Pubblicato in Mohandas Karamchand Gandhi, op. cit,vol. I, p. 429-430

[2] Discorso in risposta alla richiesta dei buddhisti, Vidyadaya College, Colombo, «Young India», 24 novembre 1927, pubblicato in Mohandas Karamchand Gandhi, La forza della verità. Scritti etici e politici, Edizioni Sonda, Torino 1991, vol. I, p. 438-440

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