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hinduismoLa cosa strana è che quasi tutti i fedeli delle grandi religioni del mondo mi ritengono come uno dei loro. I giaina mi prendono per un giaina. Molti amici buddhisti mi prendono per un buddhista. Centinaia di amici cristiani mi considerano tuttora un cristiano e alcuni amici cristiani non esitano a definirmi implicitamente codardo e mi dicono: «Noi sappiamo che lei è cristiano, ma non vuole ammetterlo. Perché non ha il coraggio di dire che crede in Cristo e nella salvezza?». Molti dei miei amici musulmani pensano che, sebbene io non mi dica un musulmano, io sia uno di loro in tutti i miei intenti ed i miei scopi; e alcuni amici musulmani pensano che io sia su quella strada, molto vicino, ma ancora un po’ distante dalla meta.

Tutto questo è molto lusinghiero per me e lo considero un segno del loro affetto e della loro stima. Io mi considero comunque il più umile degli indù, ma più studio l’induismo più forte cresce in me la convinzione che l’induismo è vasto quanto l’universo e che abbraccia tutto ciò che c’è di buono al mondo. E così mi accorgo che con i musulmani posso apprezzare le bellezze dell’islam e canto le sue preghiere. E la stessa cosa accade con maestri di altre religioni, ma c’è comunque sempre qualcosa dentro di me che mi dice che, nonostante la profonda venerazione che mostro per tutte queste religioni, sono profondamente un indù.[1]

Il valore supremo dell’induismo è credere veramente che tutta la vita (non solo gli esseri umani ma tutti gli esseri sensibili) sia una, cioè che tutta la vita derivi dall’Uno, fonte universale, che si chiami Allah, Dio oppure Parameshwara. Vi è nell’induismo una scrittura chiamata Vishnusahasranama la quale significa semplicemente «mille nomi di Dio». Questi «mille nomi di Dio» non significano che Dio è limitato a questi mille nomi, ma che Egli ha tanti nomi quanti Gliene si può attribuire. Voi potete darGli tanti nomi quanti vi pare, considerato che state evocando il nome di un Dio che è unico. Ciò vuole anche dire che Lui non ha neppure nome.

Questa unità di tutta la vita è una caratteristica dell’induismo, il quale non limita la salvezza ai soli esseri umani, ma afferma che è possibile per tutte le creature di Dio. E se poi nei fatti non è possibile se non per la razza umana, ciò non fa dell’uomo il Signore del creato. Al contrario, ciò lo rende il servo del creato di Dio. Ora, quando parliamo della fratellanza tra gli uomini, ci arrestiamo lì e pensiamo che ogni altra forma di vita esista per essere sfruttata dall’uomo per i suoi scopi. Tuttavia l’induismo non ammette alcuno sfruttamento. Non esiste alcun genere di limite alla misura del sacrificio che ciascuno potrebbe compiere al fine di realizzare questa unità con tutta la vita, ma certamente l’immensità dell’ideale pone un limite ai vostri bisogni. Ciò, capite, è l’antitesi della posizione della civiltà moderna la quale afferma: «Aumenta i tuoi bisogni». Tutti coloro che fanno proprio questo credo pensano che aumentare i propri bisogni significhi allargare la propria conoscenza per cui si comprenderà meglio l’Infinito. L’induismo, al contrario, esclude l’indulgenza e la moltiplicazione dei bisogni poiché questi ostacolano la crescita di ciascuno verso l’identificazione ultima nell’Anima Universale. [2]

 

[1] Discorso per l’anniversario della nascita di Buddha, Mahabody Society, «Amrita Bazar Patrika», 9 maggio 1925. Pubblicato in Mohandas Karamchand Gandhi, La forza della verità. Scritti etici e politici, Edizioni Sonda, Torino 1991, vol. I, p. 428

[2] Intervista con la signorina Fitch, «Harijan», 26 dicembre 1936. Pubblicato in op. cit., vol. I, p. 456-457

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