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libroIl libro che vi presento e di cui sono autore, Famiglia culture e valori, contiene al suo interno almeno tre dimensioni diverse.

La prima è quella educativa. Essendo che racconta una ricerca effettivamente svolta nel contesto della scuola superiore, può essere anzitutto considerato un testo pedagogico. L’ambito in cui si colloca e su cui riflette è, sotto questo aspetto, la crisi della scuola e dell’educazione. Ciò di cui parla è un’esperienza realmente vissuta che costituisce un modello educativo e didattico su cui forse varrebbe la pena di confrontarsi.
Lascerò però questo sullo sfondo, soffermandomi sulle altre due dimensioni.
La seconda è quella interculturale. La società in cui viviamo, per effetto della globalizzazione e soprattutto delle dinamiche migratorie, è sempre più caratterizzata dalla presenza e dall’interazione di culture e religioni diverse. Ciò è anche fonte di preoccupazione, ma, piaccia o meno, questo è l’orizzonte in cui sempre più ci troveremo a vivere. La ricerca di cui il libro parla, come in genere tutte quelle che studiano i fenomeni migratori, ha dunque la finalità di promuovere integrazione. Lo fa però in un modo inconsueto, e qui incrociamo l’altra dimensione su cui vorrei soffermarmi: quella della famiglia.
È del tutto evidente che intorno alla famiglia nella nostra società sia in corso un confronto culturale, che talora assume anche le caratteristiche dello scontro. Ma abituati come siamo a pensare che le parti in causa siano da un lato il mondo cattolico e dall’altro quello laico, non prestiamo sufficiente attenzione al fatto che la nostra società è sempre più diversificata dal punto di vista dei riferimenti culturali e religiosi. Cosa pensano della famiglia, del rapporto uomo-donna e dell’educazione dei figli coloro che si immettono nella nostra società da tutt’altre provenienze? Si è mai pensato di interpellarli in merito, ritenendo che possano contribuire al dibattito?
Sull’immigrazione molto si discute. Chi sostiene il valore dell’accoglienza spesso dice che gli immigrati costituiscono una risorsa, senza però spesso poter dimostrare in modo inequivocabile in che senso lo siano. Ebbene, in questo libro si afferma che possono senz’altro esserlo, se la cosa ci interessa, dal punto di vista valoriale. Cioè possiamo vedere in loro, oltre che dei portatori di bisogni, nel caso migliore, o di problemi, in quello peggiore, anche dei portatori di valori. Ovvero possono interagire positivamente col confronto culturale in atto tra noi.
Poiché in verità di quel confronto non si può parlare se non assumendo una posizione, quel che penso è che la nostra società stia subendo gli effetti di un corso del pensiero occidentale iniziato molto tempo fa e che almeno sotto certi aspetti la sta conducendo in un vicolo cieco. L’idea che si debba comunque andare avanti su quella strada, senza domandarsi se sia giusta o meno, e che chi si mostra critico stia semplicemente ostacolando il progresso civile, potrebbe essere il grande pregiudizio del nostro tempo. Da notare che, quando si parla di pregiudizi, si pensa sempre a quelli altrui e difficilmente ai propri.
Ben vengano dunque altri percorsi culturali che ci inducono a vedere le cose da altre angolazioni. Al riguardo dovremmo deciderci: o le posizioni che gli immigrati quando interpellati esprimono, così spesso critiche verso gli indirizzi culturali da noi dominanti, sono semplicemente il segno di un’arretratezza - e allora tutto il rispetto dell’altro così spesso ostentato è ben poco sincero; oppure davvero segnalano altre prospettive con cui bisogna confrontarsi, senza presunzione di superiorità.  E non può essere la miglior forma di integrazione rendere gli immigrati partecipi e corresponsabili di un confronto culturale i cui esiti possono seriamente condizionare il futuro?
Non ho esitazione a dire che il libro è stato scritto innanzitutto con questo scopo: contribuire a una strada nuova, in cui si pongono le basi per un’alleanza tra culture e religioni sul piano valoriale, quale fondamento di un futuro comune.
In ogni caso possono esserci ben pochi dubbi che la nostra società stia vivendo una profonda crisi, in cui le famiglie, sempre più incerte su se stesse, hanno crescenti difficoltà ad assumersi un ruolo educativo. I frutti purtroppo si vedono nel disorientamento ogni giorno più evidente delle giovani generazioni.
Voglio precisare che al riguardo stiamo varando un programma formativo per creare gruppi di mutuo aiuto tra famiglie rispetto all’educazione dei figli. Si tratta di tentare di ricostruire in forma nuova quel tessuto sociale che è venuto meno col disgregarsi dei tradizionali contesti comunitari. Un tempo un genitore sapeva cosa fare coi propri figli, che era poi quello in cui a suo tempo era cresciuto. Poteva farlo bene o male, e i problemi comunque non mancavano, ma il modello era chiaro. Oggi non è più così, e in un certo senso bisogna imparare da capo.
Anche in vista di ciò il libro è stato scritto. E mi rendo conto che, anche senza volerlo, abbiamo parlato molto di educazione.

Intervento svolto il 2 dicembre 2017 al convegno Familia. Radice dell’umanità, presso la Facoltà Teologica di Torino

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