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cristianesimoLe Sacre Scritture delle grandi tradizioni abramiche, ebraismo cristianesimo islam, trasmettono il loro messaggio correntemente attraverso il linguaggio del comando a sottolinearne l’importanza e il valore. Così pure il rapporto del credente con questi comandi non rimarca tanto la libertà di scelta quanto invece l’obbligo. Sotto questa primo, approssimativo approccio, il linguaggio di queste Sacre Scritture entrerebbe in collisione frontale con quel tratto caratteristico dell’occidente che viene di solito riassunto sotto la voce ‘mondo libero’, dove la aderenza ad una fede non solo è garantita e difesa dalle istituzioni, ma in linea di principio riceve la sua convalida più autentica precisamente quando passa attraverso una scelta libera.
Si potrebbe pensare che tra la modernità e la loro visione esista uno stacco tale da giustificare solo un rapporto di reciproca diffidenza, se non di ostilità aperta. Come del resto anche si verifica. Ma non è l’unica e forse non la migliore soluzione.

La particolarissima condizione della modernità avviata dall’occidente e in espansione altrove con diverse varianti è comunque una spada che trapassa l’anima delle tradizioni religiose. Non comporta però la loro fine. Piuttosto genera un travaglio che impone loro di riprendersi alla radice, come in parte sta avvenendo, e persino di rivitalizzare la loro millenaria tradizione. Infatti, la istanza della libertà, per la fede, si configura non tanto e non soprattutto come una insidia esterna, bensì come una provocazione al cuore intimo proprio della fede.
Intanto la spoglia dell’ammanto pericoloso del comando quando si fa sostenere e privilegiare da forze estranee alla sua ispirazione. Così il comando può rivolgersi in modo più netto direttamente al primo e più autentico interlocutore della fede, cioè la coscienza. Ne segue che si potrà meglio percepire la sua finalità e la sua motivazione religiosa.
Non si rivelò né si rivela semplice il percorso di emancipazione dalla tenace consuetudine di una ispirazione religiosa in condizione ‘sinfonica’ e privilegiata nella società in quanto lungo la storia parve spesso scontato che tale riconoscimento fosse un atto dovuto - da parte dei vari poteri - al valore intrinseco della religione. Non di rado si sostenne che non c’era valore più alto e non c’era scopo più nobile per uno stato se non quello di proporsi come prima finalità, appunto, la difesa e la propagazione della fede. Del resto una delle maggiori difficoltà che si presentò alla coscienza di non pochi cristiani, intransigenti, al sorgere della società democratica era rappresentato dall’idea che in democrazia tale importante missione non fosse più assunta come impegno prioritario dello stato. Perché dovrebbe impegnarmi in coscienza uno stato che non si prefigge la fede?

Eppure la condizione di modernità ha consentito di riconsiderare quale fosse la natura della fede e quali le vie più convenienti per comunicare le sue proposte fondamentali. In effetti, stando al cristianesimo, né l’amore né le beatitudini possono essere imposte, pur essendo comandate alla coscienza con assoluta priorità e fermezza. È dato storico, ampiamente verificabile, che là dove la fede non ha più goduto di protezioni esterne non ha perso la sua possibilità di esprimersi e di trasmettersi; mentre là dove si reggeva per via di imposizione e non accompagnati da altri fattori che generassero convinzione, della fede stessa si è consegnato un messaggio di solo comando senza attingere il suo vero cuore, è rimasto del cristianesimo tutto tranne il suo autore. Questa infausta impressione spiacevolmente si riceve nei confronti della Chiesa quando in modo improprio viene assimilata ad una agenzia di precetti senza il suo vero Precettore.
Per contro si stanno individuando nel contesto della modernità visioni e prassi diverse, rinnovate, di trasmissione rispetto alla modalità tanto praticata delle precettazione e del comando, nella convinzione che i valori più alti del cristianesimo fin dalle origini sono passati soprattutto attraverso la via per eccellenza della testimonianza di vita.
Del resto già la lettura della Torah, la Legge per antonomasia, al di là di come può suonare il termine non presenta affatto un panorama di nudo comando e ancor meno fine a se stesso. Il suo vettore di forza è il bene dell’uomo a cui tende, al giusto vivere, all’indicazione di senso autentico e profondo. Le proibizioni intendono far scoprire ciò che è bene attraverso l’indicazione del male: è una pedagogia la quale presuppone che il bene si apprende anche con l’avvertenza che il suo contrario è male. La proibizione di forte richiamo simbolico a non mangiare i frutti dell’albero della scienza del bene e del male suona suggerisce una scommessa e nello stesso tempo una sfida alla libertà dell’uomo a verificare nelle conseguenze che cosa comporti violare la legge. Per questo ritorna insistente nella Torah il richiamo a fissare nella mente e nel cuore. Attraverso modalità diverse di linguaggio e accettando il limite di ciascuno a seconda dei tempi, un tema fondamentale si fa strada con forza lungo tutta la Bibbia e con particolare insistenza nel Corano. È la promessa e la sfida di fondo all’uomo, che non si può dissociare il bene dal volere di Dio e che il suo volere è bene. L’autonomia assoluta della coscienza, la morale dettata solo dalla libera coscienza dell’uomo in tutte le tradizioni abramiche è apertamente contestata e stigmatizzata con il concetto di idolatria, cioè come indebita adozione di ciò che non è come se fosse Dio.

Resta da chiedersi perché tanta rilevanza in passato ebbe il linguaggio del comando e poi fino a che punto il linguaggio della libertà, per come si pensa e si pratica in occidente, possa esprimere adeguatamente valori che riescano a convincere e vincolare il profondo dell’anima sia individuale sia collettiva. La libertà a sua volta può tradursi in ambiguo comando.

 

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