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nietzscheUna ragione più che sufficiente per spiegare l’attuale crisi in cui versa la politica sta nel cambiamento vorticoso da cui il mondo in cui viviamo è interessato. I ritmi impressi dalla tecnica e dall’economia, soprattutto da che quest’ultima si è fatta sempre più virtuale, paiono infatti escludere quella guida consapevole in cui la politica consiste, con un risultato quanto meno ambiguo. Da un lato si vive l’euforia di una libertà finora sconosciuta, per cui nessun sistema normativo pare da anteporre alla riuscita personale; dall’altro questa stessa condizione è fonte d’angoscia, in quanto gli individui non trovano più alcun riferimento al di sopra di sé con cui confrontarsi, se non l’anonimo e ormai imprevedibile funzionamento del sistema. Considerata l’immensa dotazione di mezzi materiali di cui la nostra società è corredata, può essere oltremodo inquietante percepirla come una nave che nessuno governa.

Dato un orizzonte di questo tipo, può essere preziosa l’occasione offerta dal confronto in atto in Italia sulle cosiddette unioni civili.

 

Coloro che se ne fanno promotori paiono pensare che il cambiamento sia un valore in sé, e che la dignità di un contesto sociale stia nel farlo proprio. In questo modo ridanno corso a un’ideologia, quella del progresso, da tempo caduta in discredito ai piani alti della cultura occidentale. E soprattutto la politica torna per essi a rivestire un compito tipicamente rivoluzionario: combinando abilmente l’azione legislativa con la mobilitazione di massa, deve scardinare le istituzioni da cui il cambiamento è ostacolato. Sullo sfondo, come in altre rivoluzioni del passato, è un’idea di rigenerazione dell’umanità, il suo affrancamento da strutture che hanno finora impedito la piena espressione delle sue facoltà.

Si potrebbe osservare, nel confronto col passato, che forse mai una rivoluzione è stata così scopertamente guidata dall’alto. Ovvero i suoi fautori, più che protesi alla conquista del potere, si mostrano invece saldamente già insediati in esso, disponendo di mezzi comunicativi tali da far apparire maggioranza quel che è minoranza; ma forse la differenza non è poi così rilevante. Forse sempre una rivoluzione rende esplicito un ordinamento che è già dominante nei fatti, pur non essendo ancora accolto dalla popolazione nel suo insieme. Forse sempre, quello che nel mito che la rivoluzione produce di se stessa è il rovesciamento di un’élite da parte delle masse, è nella realtà la conquista delle masse da parte di un’élite.   

Non costituirebbe insomma una novità se a dirigere le cose fosse ben altro da quel che le persone mobilitate pensano; se i diritti che rivendicano fossero in realtà il modo in cui sono aggiogate al cambiamento; il quale ha la sua ragione in altro da quel che viene dichiarato: in un assetto della tecnica e dell’economia emergente, che ha bisogno di creare condizioni favorevoli al suo sviluppo. Se ciò fosse, e ci sono ottime ragioni perché sia così, davvero la politica sarebbe levatrice della storia, ma al tempo stesso poca cosa, perché subordinata ad altro di cui si fa strumento. In senso morale sarebbe produttrice di menzogna, o quanto meno complice di una menzogna che non può essere smascherata come tale.

In ogni caso, poiché il cambiamento in sé non è un valore, inducendo a intendere che lo sia, la politica assume un carattere nichilistico. Cioè contribuisce a imporre una visione della vita in cui nessun valore interferisca con la fattualità.

 

Altra cosa è prendere atto che il cambiamento, ben lungi dall’essere un valore, generalmente addirittura è un problema. Ovvero induce a ripensare, nel contesto delle nuove condizioni, i riferimenti precedenti.

Non è insomma il cambiamento a generare un nuovo orizzonte morale, come purtroppo viene fatto intendere, bensì la risposta a esso: la capacità di ritrovare su un piano più profondo quei principi che nella superficie degli eventi vengono negati, col proposito di conferire ad essi nuova vita. Ad esempio, il fatto che la famiglia venga oggi così radicalmente fatta oggetto di un assalto ideologico, costringe a ricercarne il senso molto più profondamente di quanto non accadesse nel periodo precedente, quando, pur non essendo apertamente messa in discussione, si disponevano le condizioni che ne avrebbero determinato la crisi.

Un atteggiamento di questo tipo non è volto alla semplice conservazione, bensì piuttosto al rinnovamento. È ben vero che la famiglia non va ridotta alle forme storiche e culturali finora conosciute, ma nemmeno può essere qualsiasi cosa. Prima che una definizione giuridica, essa è una realtà, naturale e culturale insieme, operante nel profondo della vicenda umana, senza la quale tale vicenda sarebbe impensabile. Quella realtà, irriducibile all’arbitrio dei singoli, alle mode ideologiche e alle esigenze del mercato, oggi si tratta di ritrovare e tutelare: questo è il compito di una politica non nichilista, cioè una politica davvero degna di questo nome. Ovvero l’arte di difendere la comunità nelle sue esigenze profonde dalla pressione degli interessi che di volta in volta la mettono in pericolo.

Sotto questo aspetto “rinnovamento” è ben altra cosa che “cambiamento”. Cioè non s’intende il puro e semplice mutare delle circostanze, che generalmente la pressione degli interessi viene a determinare. S’intende invece la sua rielaborazione culturale.

 

Non a caso da tempo la politica è oggetto, su quel piano mediatico da cui l’opinione pubblica in così larga misura dipende, di un pesante screditamento. E non a caso parallelamente viviamo un pauroso abbassamento dei livelli culturali. Tutto ciò avviene affinché il cambiamento possa liberamente irrompere, senza nulla che lo rielabori e lo incanali.

Si pensa che nella vicenda in corso sia pesantemente messo in discussione il concetto di natura, fagocitato da quello di cultura. Non è del tutto vero. In discussione è anche il concetto di cultura, oltre che quello di politica. La politica, qualora sia culturalmente consapevole, mai come oggi deve essere tutela dell’umano. 

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