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gandhiQuesto 2 ottobre ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita del Mahatma Gandhi.
Vorremmo ricordarlo alla luce di una questione che si avverte oggi di interesse vitale: quella del rapporto tra politica e religione.

Si tratta in realtà di un nodo intricato da sempre, da che almeno si costituirono i grandi imperi antichi e il culto religioso divenne affare di stato; quando le figure a esso più legate dovettero confrontarsi con un potere che non era quello spirituale, ma aveva bisogno di quest’ultimo per legittimarsi. Un nodo davvero intricato, che nei diversi contesti ha dato luogo a varie soluzioni - anche critiche nei confronti dell’autorità statale: da quella monastica, in cui ci si ritrae da un diretto coinvolgimento salvaguardando l’autonomia della ricerca spirituale, a quella profetica, che talora mette apertamente in discussione gli indirizzi degli assetti costituiti.

La storia naturalmente è complessa. Una soluzione a parte è quella della visione laica moderna, il cui senso autentico sarebbe la distinzione tra le due sfere; ma, siccome l’equilibrio è fragile, si è spesso manifestata nella tendenza a emarginare o addirittura distruggere la religione. Siccome infatti quest’ultima è potente nella coscienza collettiva, generalmente ben più dell’osservanza della legge statale, da parte dei poteri costituiti la tentazione è di strumentalizzarla o invece sradicarla, ponendo se stessi al suo posto. Questo infatti è il senso della almeno implicita tendenza totalitaria delle ideologie moderne. È chiaro ad esempio come il comunismo e il nazismo non siano stati solo movimenti politici ma sistemi culturali capaci di radicarsi nella coscienza collettiva con la forza della religione, di cui hanno cercato invece di estirpare le radici.

Non è necessario dimostrare quanto la questione sia attuale oggi. La crisi delle ideologie moderne ha determinato una rinascita del sentimento religioso, che però si accompagna a una forte esigenza identitaria, con risvolti spesso più politici che non strettamente spirituali. Ragion per cui riflettere su Gandhi potrebbe essere più che mai utile.

Diciamo che egli pare clamorosamente aver violato il principio della moderna laicità.

La sua è una figura politica, in quanto leader che porta l’India all’indipendenza dal dominio inglese; ma al tempo stesso il carisma con cui guida le masse indiane è di tipo spirituale. L’immagine di cui si riveste è tale da toccare i tasti che più risuonano nella coscienza profonda, poiché si presenta allo sguardo pubblico come un rinunciante, ovvero una figura avvolta in un’aura di santità. E il principio che è al centro della sua azione politica – la nonviolenza – si connette a uno degli aspetti più profondi dell’etica spirituale indiana. La sua stessa visione sociale è assai critica verso il mondo moderno, e potrebbe facilmente dirsi di tipo tradizionale.

Al tempo stesso però Gandhi non appartiene a quel filone della cultura indiana che ha voluto basare l’emancipazione dal colonialismo e in genere il confronto con la cultura occidentale sul presupposto di un’alterità spirituale della cultura indiana, identificata in ultima istanza con la religione hindu. Un filone che prende forma nell’Ottocento e giunge fino ai giorni nostri, essendo la matrice del partito politico attualmente al governo. Tanto poco Gandhi vi appartiene che anzi ne è vittima, mentre il suo assassino ne rappresenta una tendenza estrema. Il che getta una luce sul Mahatma che più che mai può oggi rischiarare i nostri passi.

Per capire occorre ricordare che da giovane Gandhi era stato un indiano molto occidentalizzato, che poco sapeva e riteneva di dover sapere della sua cultura. Addirittura fu negli ambienti teosofici di Londra che entrò in contatto con i testi hindu, in particolare quella Bhagavad Gita che tanta importanza avrebbe avuto per lui. Ebbe così inizio un cammino di riscoperta delle radici, che Gandhi compì ben più autenticamente di quelli che oggi chiameremmo fondamentalisti.

Ciò a cui questi ultimi si limitano è infatti assumere una identità desunta dalla tradizione da contrapporre a quella dominante: un’identità che consenta di uscire dal senso di inferiorità e riprendere in mano la propria storia. Non che questo non sia importante, ma non può essere lo scopo ultimo, almeno se si pensa che il proprio agire, anche politico, debba venire rischiarato da una luce spirituale.

E Gandhi infatti tanto profondamente è entrato nella propria identità da  dissolverne gli aspetti oppositivi. Il che si vede con particolare chiarezza proprio nell’atteggiamento religioso.

In fondo i movimenti nazionalisti, facendo della religione hindu il fondamento della coscienza nazionale indiana, con esclusione quindi dei musulmani e dei cristiani, inavvertitamente sminuivano ciò che intendevano esaltare, riducendolo in ultimo a fenomeno particolare, la cui superiorità è dunque in fondo ben poco giustificata.

Diversamente accade a Gandhi. Egli vede nella propria religione un’ampiezza e una profondità che non ammette più contrapposizioni: un’universalità entro cui le altre religioni diventano non meno preziose della propria. Significativo è che i membri di più di una di esse lo abbiano avvertito come dei loro, vedendolo incarnare le proprie virtù tipiche. E altrettanto lo è che egli abbia corrisposto quei sentimenti, facendosi personalmente garante di un’unità da cui nessuno fosse escluso.

È noto come Gandhi abbia cercato invano di impedire la divisione tra India e Pakistan, finendo col pagare con la vita il suo tentativo di conciliazione coi musulmani. Ciò è stato nell’immediato una sconfitta, che però contiene una vittoria che sul lungo periodo produce frutti immensi, di cui noi stessi oggi abbiamo più che mai bisogno di gustare il sapore.

Inconsapevolmente Gandhi aveva posto i fondamenti dell’India moderna collegandosi a colui a cui si attribuiscono quelli dell’India antica: l’imperatore Ashoka. Ovvero colui che, dopo una sanguinosa guerra di conquista, si era convertito al Dharma dei seguaci del Buddha inaugurando un regno compassionevole. E su grandi steli di pietra aveva fatto incidere i suoi principi, tra cui l’assoluto reciproco rispetto tra i diversi sistemi religiosi. “Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo di esaltarlo”.

Ad Ashoka venne attribuito l’epiteto di Chakravartin, che potremmo tradurre come “sovrano universale”. Cioè colui la cui sovranità non si fonda su principi che, opponendosi ad altri, si mostrino in fondo particolari. Il che non significa che non vadano riconosciuti, accolti e realmente tutelati: ma non possono in quanto tali pretendere valore universale.

Oggi l’alternativa sembra essere tra universalismi a buon mercato, che sono in realtà al servizio di ciò che è meno universale - cioè il mercato per l’appunto - e un’affannosa ricerca di identità, in cui popoli, culture e gruppi vari si ritagliano ambiti di realtà in cui consistere davvero. Una ricerca che però non può più di tanto dare frutto se ciò a cui ci si richiama è un valore per sé e un disvalore per altri. Vale anche per le religioni, e anzi in primo luogo per esse: ciò che avviene sul piano più intimo della coscienza personale varrà di conseguenza nelle relazioni sociali. 

Riusciremo a trovare quel che non è né l’uno né l’altro, ovvero l’autentica universalità, capace di regolare le sorti mondiali nel rispetto e nella tutela di ciascuno, nonché dell’ambiente naturale? Un’universalità che non si costruisce a tavolino, ma che sgorga dal profondo della coscienza spirituale umana?

Possa la figura di Gandhi esserci di ispirazione.

 

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