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Il Papa e Il Patriarca insieme a Cuba: un incontro inseguito da sempre. Perché a Cuba, perché adesso? Lo chiediamo a don Ermis Segatti, grande esperto di relazioni mondiali della Chiesa con le altre religioni, uno dei primi ad aprire canali con il Patriarcato di Mosca

 

giovanni paolo IIOgni tentativo di riallacciare rapporti leali e fedeli è buono. Il passato delle relazioni tra cattolici ed ortodossi è pieno di incomprensioni, fragilità, gelate. Quanti Papi ci hanno provato e lavorato con ambasciatori inviati in tutte le occasioni. Qui c’è un fatto nuovo: l’imprevedibilità alla quale ci dobbiamo abituare, l’imprevedibilità di Francesco che trasforma spesso l’inusuale in ordinario. Certo per capire l’abbraccio ai fratelli ortodossi bisognerebbe conoscere i particolari dei due anni   del lavoro preparatorio: i contatti, i documenti, le telefonate, gli incontri. È un fatto storico straordinario che però, attenzione, avviene in un momento mondiale diversissimo dal passato. Ci sono stati secoli di garbati (a volte neppure tanto) rifiuti e reciproche diffidenze. L’attenzione va puntata non tanto sul prima, quanto sul dopo. Tutti gli appuntamenti storici di Papa Francesco hanno smentito i dubbi e le previsioni, anche funeste, della vigilia.

Dallo scisma della Chiesa d’Oriente e Occidente, è la prima volta. Quanti Papi ci hanno sperato. Più di tutti Giovanni Paolo II. E il tentativo di ricucitura diplomatica è passato anche da Bose. Ricordo una storica visita di Kirill a Bose e  le difficoltà per far incontrare il Papa con Alessio II. Una storia lunga.

Sì, certo, è la prima volta. Ma se vogliamo fare un’analisi storica, l’avance più interessante anche dal punto di vista teologico, avanzata nel passato, è quella di Giovanni Paolo II quando dice che la Chiesa Universale respira con due polmoni. Un discorso più che favorevole ad un abbraccio con gli ortodossi. E quando dice che il magistero della Chiesa sul primato del Papa, con tutti i condizionamenti che ne conseguono, va affrontato anche dal punto di vista storico. Sono passaggi delicati, ma fondamentali. La preparazione dunque era stata ottima. Ma c’è un particolare: Giovanni Paolo II era polacco e storicamente i rapporti tra il patriarcato di Mosca e la Polonia erano stati perlomeno difficili.

Ma Kirill e tanti alti prelati ortodossi sono passati dalla comunità di Enzo Bianchi a Bose.

Non c’è dubbio che la comunità di Bose abbia continuamente lavorato per tenere viva o ravvivare la respirazione a due polmoni della Chiesa. In particolare i convegni di settembre da anni canalizzano sensibilità diverse delle varie chiese cristiane, e non solo. In questo versante Bose ha contribuito a creare ponti importanti.

Cosa divide i cattolici da questi ortodossi?

È una storia lunga certamente. Quando si muove la Chiesa Ortodossa Russa in modo particolarmente eclatante, qui nella persona del suo Patriarca, bisogna tenere un occhio aperto alla politica internazionale che sta tessendo la Russia, in quanto stato. Questa apertura inaspettata si potrebbe colorare di un alone sinfonico con quanto la Russia vuole ora: cioè uscire dall’isolamento. Allora l’apertura potrebbe essere un tentativo di cercare d’agganciare l’Europa anche per uscire dalle attuali difficoltà mondiali e accelerare la fine delle sanzioni. E poi non conosciamo la posizione del Santo Sinodo cioè l’organismo cui Kirill fa riferimento e cui deve rispondere. Da sempre la diffidenza e le prese di distanza del Santo Sinodo nei confronti dei cattolici sono molte.  Inoltre occorre tener presenti i rapporti di Roma con la Chiesa di Costantinopoli. Altro argomento di cautela. Il patriarcato russo è quello che conta il maggior numero di fedeli, mentre quello di Costantinopoli è assai meno consistente, anche se dal punto di vista canonico rappresenta un punto di riferimento preminente. Costantinopoli e Roma da tempo condividono grandi reciproche aperture, spesso non recepite da Mosca.

Sta crescendo ovunque la voglia di unità nella diversità. Quest’incontro ne è una delle ragioni: stare insieme per difendere i cristiani perseguitati soprattutto nel Medioriente.

Una delle recriminazioni della Chiesa Ortodossa Russa nei confronti di Roma è di aver ceduto col Vaticano II alla modernità.  Eccessivo dialogo con la modernità. Avremmo poi dovuto mobilitarci più fermamente contro il non riconoscimento delle radici cristiani dell’Europa.

Per anni s’è detto di un possibile incontro tra il Papa e il Patriarca, ma eventualmente in qualche monastero dell’Ucraina. Perché Cuba, bandiera di quel comunismo che ha significato comportamenti diversi per cattolici e ortodossi?

L’Ucraina oggi sarebbe sede improponibile proprio perché divisa in modo lacerante. E non solo. Resta insuperato il problema del cattolici di rito greco-orientale e del loro legame canonico con Roma fortemente contestato da Mosca. Invece l’incontro avviene a Cuba. Perché? Potrebbe essere il riconoscimento del grande ruolo di pace svolto da Giovanni XXXIII nella crisi della baia dei porci, un precedente che già negli anni 60 fu esaltato persino dalla allora stampa sovietica. Ma  potrebbe essere anche del tutto casuale.

Comunque vada, sarà un incontro storico. Questo vuol dire che muri di ghiaccio si stanno sciogliendo anche ad Est.

Credo di sì, ma aspettiamo. Vediamo come va, il tempo che impiegheranno, gli impegni che Kirill porterà al suo Santo Sinodo. Forse le sorprese del dopo saranno davvero grandi.

Intervista a cura di Gian Mario Ricciardi pubblicata su Il Nostro Tempo

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