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sognoIl privilegio più grande di tutti i fanciulli, di cui gli adulti non disdegnano d’occuparsi, abbassandosi al loro livello per addestrarli all’esercizio delle funzioni della vita spirituale, è lo sviluppo precoce dell’intelligenza. Ma troppo spesso, mancano di prudenza cotesti educatori, perché non conoscono la natura umana e la reciproca dipendenza delle nostre facoltà, o troppo facilmente le perdono di vista. Rivolgono ogni sforzo a sviluppare la facoltà di conoscere e quella di sentire, che, per triste errore, ma dolorosamente troppo comune, confondono con la facoltà di amare. E viceversa, trascurano completamente la facoltà sovrana, la volontà, unica sorgente del vero e puro amore, di cui la sensibilità non è che una falsa immagine.

Se si occupano, talora, di cotesta povera volontà, non è tanto per regolarla e fortificarla col ripetuto esercizio di piccoli atti di virtù chiesti all’affezione del fanciullo ed ottenuti facilmente dalle buone disposizioni del cuore; ma col pretesto di dover domare una natura ribelle, si ostinano a piegare la volontà con mezzi violenti, e, così, invece di raddrizzarla, la distruggono.

Per cotesto errore fatale, turbano l’armonia che deve presiedere allo sviluppo parallelo delle facoltà dell’anima e guastano i troppi delicati congegni, affidati alle loro mani inesperte.

L’intelligenza e la sensibilità, sovraeccitate da una coltura intensa, attraggono tutte le forze dell’anima, ne assorbono tutta la vita, ed acquistano ben presto una vivacità estrema, unita alla più squisita delicatezza. Il fanciullo concepisce prontamente; l’immaginazione sua è ardente e mobile; la memoria fedele, rintraccia senza sforzo e con scrupolosa esattezza i più piccoli dettagli; la sensibilità incanta quanti l’avvicinano.

Ma tutte coteste brillanti qualità nascondono, a stento, l’insufficienza più vergognosa, la debolezza più fatale. Il fanciullo – e più tardi, purtroppo, il giovane – trascinato dalla prontezza delle concezioni, non sa pensare né agire con criterio; manca affatto di buon senso, di tatto, di misura, insomma di “spirito pratico”. In lui non cercate né ordine, né metodo. Imbroglia tutto, confonde tutto, tanto nei discorsi, quanto nelle azioni; e vi sconcerta con mosse brusche ed impetuose e con strane incoerenze. Ieri vi affermava con entusiasmo una pretesa verità; domani, con eguale incrollabile convinzione, vi sosterrà precisamente il contrario. La ragione, offuscata dalla debolezza della volontà, non gli permette di pensare seriamente da sé, e riceve tutti i giudizi degli altri, e li fa suoi, unicamente per il motivo che seducono la sua immaginazione o ne lusingano la sensibilità, e con la stessa leggerezza li abbandona, perché non gli piacciono più, o perché altre teorie più seducenti hanno affascinato la sua volubile intelligenza.

Troppo agitato per leggere chiaramente in fondo all’anima, non ne conosce che la superficie, cioè le commozioni passeggere, e, pronto a coglierne i minimi moti, crede di aver deciso con fermezza tutto ciò che gli sembra di volere, e, incapace d’imporsi a se stesso, si affretta a metterlo in pratica.

Triste e ridicolo, zimbello dello spirito maligno, che non cessa d’ingannarlo destandogli nell’interno delle impressioni, che egli, povero cieco, crede propositi ben saldi e lungamente meditati! Né più né meno, come il suo pensiero ha la rapidità del lampo, così egli si piega ad ogni movimento, talora di mal animo, perché in fondo al cuore ha ancor un resto di rettitudine, ma infine si piega.

Far diversamente, gli sembrerebbe mancanza di sincerità; vuol essere al di fuori, qual è al di dentro; gli parrebbe un’ipocrisia frenare le proprie passioni.

E come crede di volere ciò che in realtà non vuole, così crede di non volere ciò che effettivamente vuole.

La virtù lo seduce, ma poiché ripugna alla debolezza della sua natura, interpreta questa interna ripugnanza come una volontà contraria.

Ingannato dalla propria stoltezza, l’infelice si dispera di non poter credere o volere, ciò che in fondo, crede, invece, e vuole.

Inutilmente le grazie più preziose cadono su quest’anima, perché non può raccoglierle. La sua coscienza è un mare in burrasca, sconvolto, a vicenda, dalle correnti le più contrarie.

Schiavo del proprio umore, il disgraziato vede ogni cosa attraverso la passione che lo domina in quell’istante. Si tratta di decidere se deve fare o non un’azione importante? Invece di considerare l’azione in se stessa, e di esaminarne i motivi, le circostanze, il fine, interroga l’oracolo: la sua sciocca sensibilità.

In balia alle proprie impressioni, chiede a se stesso: “Che me ne pare?”; e, secondo l’attrattiva o la ripugnanza che sente nell’anima, opera o meno. E, cotesto, per lui è riflettere!

E se si sbaglia, guardatevi dal rinfacciarglielo: non riconoscerà mai di aver sbagliato, e dirà sempre di aver agito come doveva agire: “Ho dovuto fare ciò che mi diceva la coscienza: ero in buona fede!”.

Più tardi, se, in circostanze difficili, dovrà dar saggio di carattere ben temprato, non aspettatevi nulla. Capace degli slanci più generosi, è, invece, soggetto alle più strane debolezze. La violenza e l’ostinazione saranno le uniche manifestazioni di una volontà debole; e, per giunta, le vedrete, sempre, praticate a rovescio.

Ma almeno le qualità del cuore compenseranno tanti difetti! E la sensibilità, tanto coltivata nei primi anni, l’avrà reso il più tenero e amorevole dei cuori!

Ahimè! Anche qui troviamo lo stesso vuoto che abbiamo riscontrato nelle altre facoltà. Si affeziona facilmente, ma con ala stessa facilità dimentica. Il suo amore non ha stabilità. Senz’essere realmente cattivo, non conosce altra legge che il capriccio. Non ha mai saputo conservarsi degli amici, perché non è mai stato capace d’imporsi qualche riguardo verso di loro, ma li ha sempre feriti, o con un’allusione crudele, o con una trascuratezza sprezzante, o con una punta amara, o con una frecciata insolente, o con un sospetto, infondato e ingiurioso. E con tutto ciò egli stupisce che l’amicizia, misconosciuta e ferita in quello che ha di più delicato, si ritiri da lui! ... Povero essere incompleto, si lagna d’essere sempre incompreso!

“Precipitazione ed incostanza” ecco le linee più marcate di questo carattere. Se ne voleva fare un uomo, e non si è riusciti che a farne un essere intelligente ed amante, ma debole e irragionevole, in breve, una specie di animale perfezionato.

Non si dica che cotesto ritratto è esagerato! Guardiamoci attorno, e, purtroppo, vedremo che ve ne sono tanti! Quante ne abbiamo incontrate anche noi di coteste nature attraenti ma incomplete, che la nostra pittura ritrae perfettamente!

Andiamo al fondo delle cose e riconosceremo che cotesto vuoto lacrimevole è frutto della prima educazione.

Dappertutto si deplora l’indebolimento dei caratteri; ma la causa della decadenza, almeno in gran parte, non sarebbe da ricercarsi nella dimenticanza, anzi nel disprezzo dei principii più elementari di educazione cristiana?

E donde cotesto disprezzo? Donde cotesta educazione falsa e monca? Senza dubbio dall’ignoranza, ma anche, e soprattutto, dall’egoismo e da una tenerezza male intesa.

Si cerca di godere il fanciullo, invece di sacrificarsi per lui. Ciò che un’affezione sincera, se si vuole, ma limitata, e imprevidente nel suo incosciente egoismo, domanda ad un bimbo così teneramente ma ciecamente amato, è innanzitutto un trionfo dell’amor proprio, una soddisfazione della propria sensibilità.

Si gode di fare sfoggio, dappertutto, delle qualità precoci del fanciullo “prodigio!”. Si bevono avidamente gli elogi che gli son fatti; lo si loda persino quando è presente, senza punto accorgersi dei rapidi progressi della sua vanità nascente, che diviene ben presto presunzione, vanagloria ed orgoglio insopportabili!

Comunemente si trova diletto e ci si culla nelle dimostrazioni affettuose, proprie dell’indole del fanciullo. Si è rapiti nell’ammirare le sue grazie native. Si ricevono e si provocano i suoi vezzi, come si farebbe delle carezze di un cagnolino. Lo si adula precisamente come si fa con questo animale, e lo si castiga, per malumore per collera, quando annoia o si rifiuta di obbedire o di star quieto. Lo si vuole assai carezzevole, bene educato, istruito, … e basta.

 

 

Don Giovanni Bosco, Il metodo educativo, La Nuova Italia, Firenze 1967 (settima edizione), pp. 69-75. Il brano è ricavato dal II capitolo del testo Biographie du jeune Louis Fleury Antoine Colle, Imprimerie Salèsienne, Turin 1882. 

 

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