011.19234193 Redazione 

Un più ampio orizzonte culturale

albaPur sapendo che l’attenzione generale è rivolta ad altro, vogliamo insistere a parlare di quel piano da cui in fondo gli eventi geopolitici per lo più dipendono: ovvero quello culturale. Intendendo con cultura non solo la prerogativa e il privilegio di pochi specialisti, mentre gli altri hanno altro a cui pensare; bensì ciò a cui la vita di tutti si ispira: le visioni, i valori e le motivazioni profonde che ci fanno agire. È in quella sfera che un cambiamento epocale sta avvenendo, e sarà decisivo per le sorti mondiali.

Scriveva Raimon Panikkar:

Nessuna cultura, nessuna religione può da sola risolvere il problema umano. (…) Da qui la necessità urgente di una mutua fecondazione fra le tradizioni umane, fecondazione che da vari decenni vado difendendo.[1]

Si tratta di parole che ben possono descrivere la situazione odierna.
Anche sul piano dei rapporti di forza, l’Occidente non è più in grado di imporre sul pianeta un dominio incontrastato. Deve consentire che altri mondi - più popolosi, talora più antichi e forse più vitali – facciano la loro parte. L’alternativa è la china pericolosa della guerra.

A trent’anni dall’incontro di Assisi, pericoli ancora maggiori di allora incombono sull’umanità. Ma il seme gettato sta germogliando, e le religioni sono il più efficace argine alle forze del male.
Per questo si tratta di guardare - nelle scuole, nelle università e nel sociale – a un più ampio orizzonte culturale. Occorre una cultura che, senza dissolvere le identità, riconosca il pluralismo delle tradizioni umane. E, in ultimo, il valore fondante della dimensione religiosa.
Nessuno può farcela da solo. Non un individuo, non un popolo, non una cultura, non una religione. Nessuno è autosufficiente - innanzitutto rispetto alla trascendenza.

Questo è stato il senso, a Torino, di Philosophia pacis. Forniamo ampia documentazione delle riflessioni svolte.


[1] Raimon Panikkar, Il silenzio del Buddha. Un a-teismo religioso, Mondadori, Milano 2006, p. 31 

 

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Philosophia pacis 2016


panikar 5 “Philosophia pacis” è un’espressione con cui Panikkar qualificava un impegno, intellettuale e spirituale insieme, al servizio della più grande aspirazione dell’umanità odierna: la pace.

Lo scorso anno a Torino venne usata come titolo per un dibattito interreligioso intorno alla Laudato si’. Quest’anno è riproposta per un convegno di due giorni sullo stesso Panikkar: Filosofia e spiritualità dopo Raimon Panikkar.

L’idea è che il suo pensiero costituisca uno spartiacque. Dopo di lui si apre uno scenario nuovo, ancora tutto da esplorare. 

Da un lato la filosofia smette di essere un fatto occidentale. Dall’altro si ricongiunge a quello che, nell’Occidente stesso, si trova alle sue origini: la ricerca spirituale.

Un lungo percorso attraverso le culture dell’Oriente può condurre l’uomo occidentale a comprendere più profondamente se stesso e gli altri.

Dice Panikkar che  bisogna fare i conti con seimila anni di vicenda umana. Cioè riconsiderare quel che chiamiamo storia nel suo complesso, fin dalle origini degli antichi imperi.

Le religioni e le culture sono sotto questo aspetto radici che affondano lontano, in una terra da cui però tuttora il futuro dipende. 

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Guerra e pace

bombardamentiC’è un senso nella guerra spietata che distrugge la Siria e l’Iraq, insanguina vari altri luoghi dell’Asia e dell’Africa e miete le sue vittime anche in Europa? Secondo la coscienza umana più profonda, no senz’altro, quali che siano le giustificazioni.

Eppure su un altro piano, quello che comunemente si identifica con la storia, un senso c’è: quello come sempre della lotta per il potere.

Stanno riorganizzandosi gli equilibri mondiali, e si è scatenata una guerra spesso subdola, che non lascia chiaramente capire chi stia combattendo contro chi. Il pericolo è grande, forse più che in qualsiasi altra epoca.

Cosa si può fare? Protestare? E contro chi?

Eppure più che mai c’è da lottare per la pace. In modi diversi dal passato, perché diversa è ormai la guerra. Bisogna andare al nucleo più profondo delle cose, alle motivazioni per cui gli uomini tuttora vivono: che è un nucleo spirituale. Quanti proclamano che nelle religioni è la radice del problema, non sanno quel che dicono.

Al tempo stesso è indubbio che alle religioni spetti un compito non facile: lottare contro un lato oscuro che si annida in esse, che prende forma in luoghi ambigui in cui la vocazione spirituale si confonde con l’ideologia e col potere.

È un compito che ci coinvolge tutti. Le radici del male affondano in profondità nella società e nella cultura, fino a impregnare la vita di ciascuno. Occorrono cammini personali autentici, i cui semi agiscano più profondamente di quelli del male. Ma occorre anche una philosophia pacis, una cultura comune attraverso cui le tradizioni, pur restando differenti, possano incontrarsi e aiutarsi.

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La via dell’interdipendenza

lago di monasteroRipensando a una recente riunione associativa, precisamente il 14 maggio scorso, che ha fatto seguito a varie altre precedenti, è forse inevitabile un bilancio.

Quando, circa quindici anni fa, ebbe inizio il percorso che avrebbe qualche tempo dopo assunto il nome di Interdependence, il dialogo interreligioso si mostrava come la più grande urgenza. Dopo la fine della Guerra Fredda e il dissolversi delle ideologie laiche, le religioni venivano investite di immense aspettative, a cui erano in gran parte culturalmente impreparate. La tentazione di farne un uso strumentale, nel ridisegnare conflittualmente le mappe geopolitiche del pianeta, era evidente, ma altrettanto il fatto che ciò ne avrebbe snaturato il senso. Perché esse fossero quel che era lecito chiedere, cioè sorgenti di pace per il pianeta, occorreva che trasformazioni immense si ponessero in atto al loro interno, affinché il patrimonio di tradizioni millenarie fosse reso disponibile all’intelligenza e ai bisogni dell’umanità odierna.

In quella condizione dunque il nostro percorso prendeva forma, e per molti anni il lavoro svolto è stato essenzialmente culturale. Anno dopo anno abbiamo recato il nostro contributo a un’impresa di cui non certo noi, ma neppure alcun altro, poteva pensare di tenere le fila. In cui noi stessi ci mettevamo in gioco per essere a nostra volta trasformati.

 

Voltandoci indietro oggi, ci sembra che, non certo per nostro merito, una parte di quel lavoro sia compiuto.

Sia perché le basi poste ci consentono di vedere in una luce almeno in parte nuova problemi da cui le nostre società sono coinvolte: dai profughi alla famiglia all’educazione. Prossimamente bisognerà che ne parliamo apertamente, essendovi per di più azioni sociali che stiamo intraprendendo. Di recente addirittura abbiamo avviato un laboratorio di cultura politica, a cui intendiamo dare seguito.

Ma soprattutto perché abbiamo l’impressione che il nostro lavoro si sia visibilmente congiunto a quelle immense trasformazioni di cui si diceva. Il segno più eloquente ci è stato dato un anno fa dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’. Se dovessimo indicare un testo - della massima autorevolezza immaginabile - in cui tranquillamente possiamo rispecchiarci, non ci sarebbe da indicare che quello.  

 

Ci sono dunque valide ragioni per tornare, a un anno dalla pubblicazione, sulla Laudato si’.

Anche se in apparenza se ne è parlato molto, c’è qualcosa che non è stato detto, ed è forse la cosa più importante. Proviamo a dirla in due modi, attraverso due proposte di lettura.

La prima è di impronta laica, ed è dovuta, perché Papa Francesco ha voluto parlare oltre i confini della Chiesa e della stessa coscienza religiosa. La forza di un messaggio spirituale è  nella sua capacità di sorprendere le aspettative, entrando in risonanza con mondi in apparenza estranei. I quali a loro volta restituiscono qualcosa in più di quanto non fosse nelle originarie intenzioni.

La seconda proposta è di impronta religiosa, seppure di una religiosità che si mette interamente in gioco nei processi in corso. Suggerisce di intendere in tutta la sua portata la conversione ecologica di cui parla Francesco. Potrebbe trattarsi di una via spirituale a cui l’uomo d’oggi è particolarmente affine.

Avendo osato pensare – ed è la cosa a cui teniamo di più – che il nostro fosse un percorso in ultima istanza spirituale, non possiamo che sentirci in profondo accordo con quella via.

 

 

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Una politica di dovere e compassione

socrateDa tempo in Occidente la politica pare avere rinunciato al confronto sui principi che sono a fondamento della vita comune. Eppure i grandi cambiamenti in corso, e gli stessi pericoli che ci minacciano, richiedono che si torni a farlo. Non si può solo navigare a vista: bisogna che si sappia dove siamo e dove andiamo. E anche il pluralismo culturale non vuol dire che ciascuno sia un mondo a sé. Occorre ripensare ciò che unisce, e che va universalmente riconosciuto.

 

Questo è l’intento che ha ispirato a Torino un convegno insolito, tanto più in un contesto di dialogo interreligioso.

Per quanto quest’ultimo da tempo occupi la scena, pare essere sfuggito qualcosa di essenziale: cioè le sue vaste implicazioni politiche. Una reticenza non casuale ha impedito di osservarle: tale è il timore che suscitano i fenomeni in cui religione e politica si intrecciano. Si vedano gli attuali fondamentalismi, si veda in genere un’idea della religione, anche artificiosamente coltivata, come mezzo di controllo sociale.

Eppure è un dato difficilmente confutabile che nella società globalizzata, tanto più dopo la crisi delle ideologie laiche, le religioni siano tornate a essere veicolo di identità sociale. Esigenze non solo strettamente spirituali, ma di riscatto, di riconoscimento o in genere di fondamento della comunità, nelle religioni trovano espressione. Anche perché le religioni sono fenomeni complessi: non solo forme di rapporto col trascendente, ma anche assetti di vita sociale.

Quel che in tutto ciò inquieta non è altro che un pericolo insito in ogni cosa: il pervertimento degli scopi, cioè in fondo il male. Ma è quel che d’altra parte inquieta nella politica: non il potere in sé, ma il suo abuso, la sua distorsione a scopi impropri.

Chi sostiene che bisognerebbe abolire le religioni, non sa quel che dice. Come anche chi si accanisce a denigrare la politica, come se davvero si potesse farne a meno.

 

Tanto vale allora affrontare il nodo, e non rimuoverlo.

C’è una cattiva politica, che da principi apparentemente buoni ricava conseguenze disumane, opprimendo i popoli sotto gioghi gravosi.

C’è una politica non meno cattiva, che abolendo i principi – e abdicando quindi a se stessa – lascia i popoli in preda a forze anonime, come la tecnica e i mercati.

C’è, o deve esserci, una politica buona. Cioè una politica che si assume il dovere come principio, e che del popolo si prende cura. Una politica compassionevole. Una politica di dovere e di compassione.

 

 

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