011.19234193 Redazione 

Nella storia e nel mito

panikkar giovaneQuando, cent’anni fa, nasceva Raimon Panikkar, il mondo era ben diverso.
Erano i giorni in cui aveva termine la Grande Guerra. Non solo si riemergeva da uno scatenamento fino allora mai visto di forze distruttive, ma per l’ultima volta il dominio mondiale era stato conteso da potenze europee. Da quel momento, senza che lo si sapesse, i centri nevralgici del potere si sarebbero sempre più spostati al di fuori del vecchio continente. E, se a lungo si continuò a pensare che il mondo si stesse comunque occidentalizzando, allo scadere del secolo le cose apparivano diversamente. Le altre civiltà, per lo più sommerse dal colonialismo, si erano risvegliate e riprendevano il loro posto nel grande corso della vicenda umana.
Neppure si poteva sapere che quell’uomo, nato a Barcellona da madre catalana ma da padre indiano, sarebbe stato il simbolo vivente del dialogo tra le culture e le religioni.
Diventato sacerdote cattolico, sentì di doversi recare in India e immergersi profondamente nelle sue grandi correnti spirituali. Quel che ne emerse era una coscienza di tipo nuovo, dove le diverse identità, senza confondersi, potevano coesistere. Di se stesso disse: “Sono ‘partito’ cristiano, mi sono ‘scoperto’ indù e ‘ritorno’ buddhista, senza avere mai cessato di essere cristiano. Visse insomma quella che considerò “l’avventura mistica di vedere la verità dall’interno di più di una tradizione religiosa”.
Di tale esperienza, di per sé difficilmente comunicabile, fece una chiave di lettura per la condizione spirituale dell’uomo contemporaneo. Una condizione sotto certi aspetti nuova, non solo perché le diverse tradizioni interagiscono in modo sempre più fitto, ma anche perché nessuna può considerarsi ormai davvero autosufficiente, tanto più a fronte dei gravi pericoli che minacciano l’umanità e la vita stessa. Scrisse: “Nessuna cultura, nessuna religione può da sola risolvere il problema umano. (…) Da qui la necessità urgente di una mutua fecondazione fra le tradizioni umane... Siamo vicendevolmente relazionati e la soluzione non potrà mai essere unilaterale”.
In questa mutua fecondazione vide indubbiamente ciò che alimenta il grande mito del nostro tempo: quello della ricerca della pace. Intendendo il mito in senso del tutto positivo, come l’orizzonte di senso da cui siamo guidati e da cui la riflessione razionale trae spunto. Non si può negare che di questo mito egli sia stato una grande incarnazione. 

Tra le iniziative in occasione del centesimo anniversario della nascita di Panikkar, vogliamo segnalarne in particolare due, a Torino e a Roma. E riportiamo due testi dal libro Raimon Panikkar, filosofo e teologo del dialogo (Aracne, Roma 2013).

 

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Fu vera gloria?

sessantottoPuò sembrare strano che, di fronte agli sconvolgimenti nazionali e mondiali in corso, si ricordi il cinquantenario del Sessantotto. I malevoli potrebbero pensare al narcisismo di una generazione, ormai anziana o vicina ad esserlo, la quale, non paga della sua ingombrante presenza sociale, ancora indugia ad autocelebrarsi.

Eppure quegli eventi, collocabili grosso modo intorno all’anno fatidico, segnarono effettivamente uno spartiacque. Ci fu davvero una svolta, il cui senso non è facilmente afferrabile, da cui gli eventi attuali ancora dipendono. Le idee che da allora hanno avuto corso sono diverse da quelle precedenti. E non si comprende quel che sta accadendo ora, in Italia e nel mondo, se non anche come un logoramento e un almeno parziale rigetto di quelle idee. Del resto, considerando i vertici del potere mondiale, già un presidente americano, Clinton, si è formato in quegli anni, e un altro, Obama, nel clima che ne è scaturito; mentre è abbastanza chiaro che l’attuale, Trump, opera in senso contrario.

Detto ciò, davvero il senso quel che allora accadde non è chiaro, e questo non aiuta nella comprensione dell’oggi.

Cosa era davvero in gioco?  E cosa lo è oggi?

Quel che è certo è che il giudizio intorno a quegli eventi, se vi fosse vera gloria o meno nel prendervi parte, e quale assetto realmente abbiano scosso, non possiamo lasciarlo ai posteri. Più di quanto non appaia, ci interpellano. Forse perché vi si trova la chiave del presente, e ancor più di quel futuro a cui tanto poco oggi si pensa.

 

 

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Famiglia e dialogo interreligioso

mani familiaCi sono cose che non siamo abituati a pensare insieme.

Così la questione della famiglia appare collocata in un certo ambito: quello che, in Italia soprattutto, vede contrapporsi da tempo e su vari fronti il mondo cattolico e quello laico. Il primo a difesa di una dimensione comunitaria e tradizionale della vita sempre più erosa dalla modernizzazione incalzante, il secondo fautore invece dei diritti individuali come fondamento del progresso civile. In anni recenti poi in tutti i paesi occidentali la questione è diventata cruciale a seguito del contrasto sui matrimoni omosessuali, con il conseguente problema dell’adozione di figli. Se apparentemente tutti convergono nel riconoscere la famiglia come centro dei rapporti affettivi ed educativi, è ben diverso pensarla sulla base del modello finora trasmesso oppure come luogo di nuove sperimentazioni. Si è aperto insomma un confronto antropologico di grande portata.

In tutt’altro ambito sembra collocarsi il dialogo interreligioso. Lo si pensa in genere in funzione della pace e innanzitutto come prevenzione dell’intolleranza. La reciproca conoscenza e la fiducia che ne deriva si ritiene che siano il fondamento più sicuro di una pacifica convivenza. Ovviamente il dialogo interreligioso è diventato particolarmente importante nel contesto della “guerra mondiale a pezzi” in corso da vari anni nel mondo, che usa il fanatismo religioso come arma particolarmente insidiosa. Si può però pensare che, data soprattutto l’incidenza dei fenomeni migratori, stia ponendo le premesse per un nuovo e più ampio orizzonte culturale.

Due ambiti quindi ben diversi, che in genere coinvolgono soggetti diversi e mobilitano un diverso tipo di energia. L’idea di metterli in comunicazione scaturisce però da una duplice valutazione.

Da un lato neppure in Italia si può ormai pensare che, sulla famiglia e altro, le culture che si confrontano siano soltanto quella cattolica e quella laica. Proprio il fatto che sempre più si viva entro una società multiculturale e multireligiosa richiede di tener conto di una pluralità di posizioni. Dall’altro il dialogo interreligioso, se vuol davvero incidere nel corpo sociale e produrre cultura autentica, bisogna che entri nel vivo delle questioni valoriali, su cui tra l’altro si gioca una questione così importante come l’integrazione degli immigrati.

 

Sulla base di queste considerazioni, e con l’intervento di autorevoli esponenti della Chiesa di Torino, abbiamo avviato il ciclo Familia.

In un precedente incontro, il 2 dicembre alla Facoltà Teologica, è intervenuto un importante teologo ortodosso, Vladimir Zelinskij, oltre che un esponente della cultura laica, Pier Franco Quaglieni. Del primo riportiamo un testo sulla funzione della famiglia nell’educazione religiosa, insieme alla presentazione, che avvenne in quella sede, di un libro che ha ispirato questo ciclo.

Ora, in due nuove iniziative, a Lanzo Torinese e nuovamente a Torino al Cottolengo,si apre il confronto, oltre che con la Chiesa Ortodossa, con il mondo islamico. È superfluo dire quale importanza tale confronto rivesta.

Annunciamo anche la partecipazione a una nuova rassegna connessa al Salone del Libro con un video in onore della figura simbolo del dialogo interreligioso, Raimon Panikkar.

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Una grande filosofia

pareysonIn questi giorni – era per la precisione il 4 febbraio – ricorre il centesimo anniversario della nascita di uno dei grandi filosofi del Novecento: Luigi Pareyson. Per una singolare circostanza quest’anno si celebra anche il centenario di Panikkar.
Superficialmente si ritiene che la filosofia riguardi alcuni specialisti, e sia ben lontana dal pensiero comune. Si è peraltro generalmente inconsapevoli di come quest’ultimo sia plasmato da ben precise visioni, che hanno un’origine spesso remota: cioè per l’appunto da filosofie. E soprattutto non si tiene in conto che la filosofia interpella tutti rispetto a ciò con cui ciascuno deve confrontarsi: la verità. A condizione ovviamente che la filosofia non tradisca la sua originaria vocazione.
La grandezza di Luigi Pareyson sta per l’appunto nell’aver riproposto l’orizzonte della verità in un contesto culturale in cui era ovvio rimuoverlo. La verità non trovava spazio nell’analisi delle dinamiche sociali, oppure addirittura appariva autoritaria. Gli stessi suoi allievi più famosi, Umberto Eco e Gianni Vattimo, intrapresero queste vie. Per questo il pensiero di Pareyson è ancora tutto da scoprire. Mai come oggi abbiamo modo di vedere come la rinuncia alla verità non renda affatto liberi. Il punto è se la libertà sia quella fittizia, che imprigiona in catene invisibili, oppure quella autentica, che solo la verità può dare.
Nella visione di Pareyson la filosofia si ricollega alla religione, infrangendo il paradigma dominante che le vuole irrimediabilmente scisse. Non si insegna forse nelle nostre scuole che la ragione è in contrasto con la fede, e che sorge il logos quando cessa il mito? È ancora tutto da scoprire come verità e libertà viaggino insieme, così come ragione e fede.
La verità libera, anziché vincolare, perché nessuno se ne può appropriare. Chi cerca di farlo, la tradisce. Ci si può votare a essa, e in questo modo farsene interpreti e testimoni. Il che implica il pluralismo delle interpretazioni. La verità è fonte inesauribile a cui ogni pensiero ed esperienza autentica attingono.

Per celebrare il centenario di Pareyson non abbiamo di meglio che ripubblicare tre testi già pubblicati, a cui possiamo guardare oggi con maggiore consapevolezza. Il primo è di Pareyson stesso, tratto dalla sua opera più importante, Verità e interpretazione, uno degli ultimi grandi testi della filosofia occidentale. Gli altri due sono importanti per la genesi del gruppo di Interdependence, le cui radici sono certo propriamente religiose ma insieme anche filosofiche.
In un convegno del 2005 a Torino, quando il concetto di interdipendenza era già emerso come centrale nel nostro percorso, ci fu un confronto con l’erede più autentico di Pareyson, Giuseppe Riconda. Il quale accettò, come si coglie dal suo testo, che l’idea pareysoniana dell’unicità della verità e del pluralismo delle interpretazioni possa venire applicato alla condizione del pluralismo religioso odierno. Il suo testo, di una straordinaria profondità e bellezza, va letto nella prospettiva in cui probabilmente oggi ci troviamo: nel passaggio dalla filosofia occidentale a una filosofia dell’umanità intera.

Il nostro percorso, ben prima dell’incontro con Panikkar, aveva insomma trovato un saldo fondamento.

 

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L’enigma del pluralismo

vivek dharmapTanto comune oggi è l’esperienza del pluralismo religioso che sfugge la sua enigmaticità sotto l’aspetto spirituale. Si può anche adottare l’immagine di diverse vie per un’unica meta; nondimeno è sempre da una di esse che l’immagine è colta, con maggiore o minore facilità. A meno che la si colga dall’esterno, ma in questo caso non c’è più né via né meta, né soprattutto esperienza religiosa.

Finché tale esperienza è viva, facilmente la via altrui può indurre in confusione. Per questo spesso viene combattuta: per difendere la coerenza di un percorso che, soprattutto per i più semplici, necessita di poche idee ma chiare.

Cionondimeno, a un livello di maggior consapevolezza, la via altrui non è sempre ugualmente sbagliata. Tra le vie intercorre un’ampia gamma di relazioni, che disegnano affinità e parentele, e ciascuna, interpretando l’altra, la include in qualche modo in sé. Così ad esempio il Cristianesimo, reinterpretando l’Ebraismo, lo include come propria premessa. Lo stesso fa l’Islam con Ebraismo e Cristianesimo. Più difficile è il rapporto delle religioni abramitiche con quelle dell’Oriente: cosa vedere in esse, se non l’equivalente di quel paganesimo che hanno soppiantato?

 

Il problema è certo acuto oggi, che la convivenza delle tradizioni è più che mai ravvicinata. Come ciascuna di esse interpreta le altre, e quale valore di verità riconosce loro?

Una soluzione di notevole efficacia è fornita dalla fede Bahai, che concepisce se stessa come la forma attuale di una progressiva rivelazione del divino che include tutte le religioni precedenti. Ciascuna epoca è caratterizzata da una particolare manifestazione – da Krishna a Mosè a Zoroastro a Buddha a Gesù Cristo a Muhammad - e l’intero percorso può venire inteso come il cammino educativo dell’umanità.

Sorta in Iran nell’Ottocento, mentre in Europa trionfava la religione laica del progresso, la fede Bahai, che proprio nel 2017 celebra il bicentenario del suo fondatore, costituisce per tutti un termine di confronto ineludibile.

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