011.19234193 Redazione 

Libro della vita

Libro della vita

 

 

 

 

 

 

PROLOGO

 

bernini1. Vorrei che, come mi hanno ordinato e concesso ampia facoltà di descrivere il mio modo di orazione e le grazie che il Signore mi ha fatto, mi avessero dato anche la libertà di parlare molto minutamente e con chiarezza dei miei grandi peccati e della mia spregevole vita: mi sarebbe stato di grande conforto; ma non l’hanno voluto, anzi mi hanno imposto molte restrizioni a questo riguardo. Chiedo, perciò, per amore del Signore, che chi leggerà questo scritto della mia vita tenga presente che essa è stata così miserabile che non ho trovato un santo, tra quelli che si convertirono a Dio, con cui consolarmi, perché vedo che, dopo la chiamata del Signore, essi non tornavano ad offenderlo. Io, invece, non solo diventavo peggiore, ma sembrava che facessi ogni sforzo per respingere le grazie che Sua Maestà mi faceva, come colei che si vedeva obbligata, poi, a servirlo in maggior grado, e capiva di non poter pagare neanche la minima parte di ciò che gli doveva.

 

2. Sia sempre benedetto, per avermi aspettato tanto, colui che con tutto il mio cuore supplico di darmi la grazia di fare con assoluta chiarezza e verità questa esposizione che i miei confessori mi hanno ordinato (anche il Signore io so che lo vuole da molto tempo, senonché finora non ho osato tanto); il mio scritto sia a gloria e lode sua e giovi a me, perché d’ora innanzi i miei superiori, conoscendomi meglio, aiutino la mia debolezza, così che io possa soddisfare in parte, con i miei servigi, il mio debito verso il Signore, cui sia sempre resa lode da tutte le creature. Amen.

 

 

CAPITOLO 1

In cui descrive come il Signore cominciò a indirizzare la sua anima alla virtù fin dall’infanzia, e dell’aiuto che a tal fine rappresenta il fatto che siano virtuosi i genitori.

 

1. L’aver genitori virtuosi e timorati di Dio, unitamente a tutto il favore che il Signore mi concedeva, mi sarebbe bastato per crescere buona, s’io non fossi stata tanto spregevole. Mio padre amava leggere buoni libri e ne teneva diversi in lingua volgare perché anche i suoi figli li leggessero. A causa di queste letture e della cura ...  LEGGI IL DOCUMENTO COMPLETO

Stampa

La democrazia deve chiedere l’esilio di Dio

ateismoLa laicità è diventata una questione di vita e di morte, alla lettera. Costituisce, non a caso, la questione cruciale della democrazia. Anche se lo avevamo dimenticato, se avevamo dato la laicità per acquisita, al punto che anche il pensiero “laico” prestigioso ne teorizzava il superamento come inveramento (l'immancabile Aufhebung hegeliano): la società post-secolare. Il 7 gennaio il terrorismo islamico ha riportato le democrazie alla realtà: la strage della redazione di Charlie Hebdo è una dichiarazione di guerra alla libertà d'espressione, alla laicità, al disincanto, alla modernità, cioè alle stratificazioni logiche e storiche via via più lontane e più profonde che fanno da fondamenta della democrazia. Che questa progressione di fondamenta fosse la posta in gioco lo ha capito la passione illuminista e repubblicana delle masse di Parigi e dell'intera Francia, con la più grande manifestazione di piazza mai registrata dai tempi eroici della Liberazione.

L’emozione popolare — ancora più significativamente se inconsciamente — ha rappresentato il massimo di lucidità e comprensione razionale dell'evento: i terroristi hanno voluto mirare al cuore delle libertà “occidentali” in quanto libertà tout court: la coerenza del disincanto. Uno scontro di civiltà che non contrappone islam a mondo giudaico-cristiano, ma che divide e mette in conflitto all'interno di entrambi e di ogni altra costellazione cultural-geo-politica. Non la guerra santa tra religioni, infatti, ma la guerra del Sacro contro l’autosnomos, il “darsi da sé la legge”, la sovranità di Homo sapiens su sé stesso, che sostituisce su questa terra l’eterosnomos, la sovranità di Dio, come fonte di legittimità nel dettare gli ordinamenti, i valori, i diritti e i doveri di ciascuno.

Una guerra che divide il laico intransigente dal laico accomodante assai più che il credente dal non credente, ed evidenzia i due grandi "partiti" storici che percorrono l'Occidente, quello della coerenza o dell'ipocrisia rispetto al disincanto e alla sua logica. La laicità è un corollario del disincanto, e la libertà fino all'irrisione di ogni potere è il corollario di entrambi, lo svolgimento pieno dell’autosnomos, il cui culmine è dunque quello libertario (e libertino) che proclama: ni Dieu ni maître.

 

Se la religione nella sfera pubblica è addirittura un valore aggiunto, come ripete da anni Habermas in un crescendo, l’“argomento Dio” deve avere piena legittimità nella discussione politica, nei comizi elettorali, nei dibattiti televisivi.

Di conseguenza, questo stesso argomento ha pieno titolo per risuonare nelle aule parlamentari quale motivazione per avanzare, approvare, rifiutare una proposta di legge. Sarebbe paradossale e incongruo che una giustificazione valida per decidere, nel dialogos tra cittadini, chi scegliere quali rappresentanti della propria sovranità, fosse poi bandita dal confronto con cui i “deputati” di quella stessa sovranità arrivano a decretare la legge. Se però la volontà di Dio costituisce una buona ragione democratica per statuire le misure normative che vincolano tutti i cittadini, a maggior ragione varrà come motivo da invocare nelle aule dei tribunali e nelle relative sentenze, con cui si applica la norma generale e astratta alle fattispecie concrete dei casi singoli.

Ma c’è qualcuno, che si proclami laico (e non importa con quali aggettivi limitativi), disposto ad ammettere che si condanni o assolva un imputato perché “Dio lo vuole”? Le pretese teocratiche ne sarebbero perfettamente soddisfatte. La sfera pubblica è una e indivisibile, anche e proprio per la ricchezza e la pluralità delle sue articolazioni, che la rendono una complessità circolare di ambiti comunicanti. Se il nomos di Dio è ammissibile in uno di essi non può essere escluso dagli altri. L'alternativa perciò è secca. O l'esilio di Dio dall'intera sfera pubblica, o l'irruzione del Suo volere sovrano — dettato come sharia o altrimenti decifrato — in ogni fibra della vita associata. Aut aut.

Ecco perché è inerente alla democrazia l'ostracismo di Dio, della sua parola e dei suoi simboli, da ogni luogo dove protagonista sia il cittadino: scuola compresa, e anzi scuola innanzitutto, poiché ambito della sua formazione. Al fedele restano chiese, moschee, sinagoghe, e la sfera privata “in interiore homine”.

 

Il “darsi da sé la legge”, anziché obbedire a quella eterna di Dio, che fa di Homo sapiens il creatore e signore della norma, possiede una logica incontenibile. Una volta assunta, cioè scatenata dai ceppi dell’eteros divino, deve incarnarsi progressivamente nelle successive conquiste storiche di universalizzazione dell’autos umano: dalla laicità di “etsi Deus non daretur” per i sovrani, che per i sudditi suona “cuius regio, eius religio”, alla spartizione di sovranità con parlamenti rappresentativi censitari, alla “liberté” intrecciata a “égalité” e “fraternité” del primo suffragio “universale”, alla sua implementazione con il voto alle donne. Oppure regredire e dileguare nella restaurazione di etero-nomia del Sacro. Fino alla feccia, eventualmente: la teocrazia.

Ma quale eteros, se l'Unico Dio è diventato plurale? Dopo che i monoteismi hanno soppiantato i tolleranti pantheon “pagani”, ibridabili e interscambiabili, la volontà di Dio, per funzionare da ordinatore sociale, deve essere Una. Il Nomos cui si deve obbedienza, per essere da tutti riconosciuto quale fonte tranquillizzante di senso e di sicurezza, deve essere incontrovertibile, dunque necessariamente Uno. L’eresia, se non viene cancellata sul nascere dal rogo e si afferma come interpretazione alternativa, lo mina irrimediabilmente. L'Altro e Alto, se non resta Uno, se ormai scisso, diventa polemos, consegnato a un'ordalia interminabile.

Ma il giudizio di Dio è visibile solo come verdetto del campo di battaglia. Per non distruggere nelle guerre di religione le società che deve governare, la sovranità del Nomos divino deve dunque essere neutralizzata. L’istinto di sopravvivenza ha forzato l’Europa dei sovrani ad accogliere l'empia invasione della laicità, che vedrà infine i barbari — terzo stato e sanculotti — impadronirsi della sovranità tagliando la testa ai Sovrani.

Una volta istituita la sfera pubblica in forma democratica, rilegittimarvi Dio vuole dire inocularvi il virus che rende incombente e in agguato l'intero percorso a ritroso, fino alla guerra civile di religione, potenziale e permanente.

 

Perciò. La religione è compatibile con la democrazia solo se disponibile e assuefatta all’esilio di Dio dalle vicende e dai conflitti della cittadinanza, solo se pronta a praticare il primo comandamento della sovranità repubblicana: non pronunciare il nome di Dio in luogo pubblico.

La religione è compatibile con la democrazia solo se addomesticata, cioè convertita all’autonomia assoluta della norma civile rispetto alla legge religiosa. Solo se persuasa che la sanzione spirituale del peccato non può pretendere il soccorso del braccio secolare che lo renda reato. Di più, la religione deve accettare la libertà del peccato come diritto di ogni cittadino: il peccato mortale garantito e protetto dalla legge, se così ha deciso la sovranità dell’autosnomos. Accettare e interiorizzare.

Le religioni compatibili con la democrazia sono dunque religioni docili, che hanno rinunciato a ogni fede militante (di sharia e martiri o di legionari di Cristo e altre comunioni e liberazioni) che intenda far valere nel secolo la morale religiosa. Sono religioni sottomesse, che hanno interiorizzato l'inferiorità della “legge di Dio” rispetto alla volontà sovrana degli uomini su questa terra. Sono religioni riformate, perché avvezzano il fedele a una vita serenamente scissa tra l'ordinamento della salvezza e l'ordinamento della convivenza, tra l'obbedienza personale ai comandamenti divini e la doverosa promozione della libertà di ciascun altro di violarli.

 

Pubblicato su La Repubblica del 9/3/15

Stampa

Alle sorgenti del Gange

gangotriOgni anno il popolo d’Israele andava verso l’altura di Gerusalemme. Vi saliva per adorare Yawèh nel tempio che egli si era scelto per fissare la sua dimora terrestre.

Anche Gesù compì questo pellegrinaggio insieme ai figli del suo popolo. E la sua ultima ascesa a Gerusalemme lo condusse sul Calvario.

Allo stesso modo ogni anno le folle dell’India vanno in pellegrinaggio ai luoghi santi dell’Himalaya, al monte Kailāsa, alle sorgenti del Gange.

Ovunque la stessa risposta dell’uomo alla chiamata che gli viene dalle altezze dove, istintivamente, colloca la dimora di Dio, suo creatore. Irresistibilmente egli sale, quasi per ritornare alla sua “fonte”, lassù, da dove provengono tutte le acque: quelle che si diffondono su tutta la terra per fecondarla e quelle a cui misticamente possono ritornare le anime.

La stessa Gerusalemme non è forse una sorgente, come fu rivelato al profeta Ezechiele? Da sotto l’ingresso del suo tempio, a oriente, nasceva un fiume che subito si gonfiava; esso ricopriva presto la terra santa intera e portava dappertutto, fino al mare, le sue acque benedette e vivificanti (Ez 47, 1-12)

 

Le vette della catena dell’Himalaya, la cima dell’universo, lo sforzo supremo della terra per raggiungere il cielo.

Protese il più possibile verso l’alto, esse si slanciano verso il firmamento come per carpire le acque che sono sopra il cielo, come dice la Genesi.

Per captarle e farle cadere sulla terra: dapprima torrenti impetuosi che spaccheranno il fianco della montagna, più tardi fiumi tranquilli che attraverseranno la pianura e la renderanno fertile, per il benessere e la gioia degli uomini.

Perché le sorgenti del Gange non sono tanto quei ghiacciai dalle cui labbra filtrano le sue prime acque, quanto quelle grandi sommità stagliate in pieno cielo – luogo d’incontro del mondo di lassù, inaccessibile, dal quale pur tuttavia proviene l’uomo e al quale ritorna, e del mondo di quaggiù dove si svolge la sua provvisoria vita terrena.

Il mito hindū l’aveva ben compreso, poiché fece del Gange un fiume celeste. Shiva, il dio per eccellenza delle montagne, lo ricevette a nome degli uomini sul suo capo, e su tutto il suo corpo fece colare le acque della grazia.

Shiva è anche l’asceta che medita lungo le cascate e nelle gole dell’Himalaya, scavando sempre più profondamente dentro di sé, per giungere alla sorgente dell’Essere e accedere alla Presenza.

 

(…)

 

Il monte Kailāsa è ormai proibito ai pellegrini. I nuovi signori della Montagna non ne conoscono più il segreto. Essi vorrebbero estirparne persino il ricordo dal cuore degli uomini. Ma questi padroni di un giorno passeranno, e il Kailāsa resterà. I pellegrini torneranno ad immergersi nel lago Manasarovar e a compiere giri intorno alla montagna sacra fra tutte.

Le folle continuano a salire ad altri santuari, Gangotrī, Kedārnāth, Badrīnāth, i luoghi in cui hanno la loro sorgente i tre rami principali del Gange, il Bhāgīrathi, il Mandākinī, l’Alakānanda.

 

(…)

 

le saux panikkarEra ben giusto allora che anche il Cristo salisse sull’Himalaya, come un tempo era salito a Gerusalemme e al Calvario.

Che vi salisse non più soltanto nella persona di coloro che gli appartengono senza saperlo e che lo adorano e lo servono sotto immagini e segni di cui non percepiscono il senso  ultimo – ma ora anche nella persona di coloro la cui fronte fu segnata con la santa croce e portano il suo nome impresso nel più profondo del cuore.

Che in questi loro corpi stremati dalla fatica egli offrisse al Padre il prezzo del riscatto degli uomini; che nei loro occhi rapiti dalla bellezza delle cime dicesse al Padre la gioia raggiante dei redenti; che attraverso le loro labbra avide abbeverasse la sua chiesa alle meravigliose sorgenti…

Che in essi realizzasse tutti i simboli e colmasse tutte le attese; che in essi infine conducesse tutti i segni alla Realtà che lui è!

Poiché anche Cristo è il Dio delle altezze. Fu sul monte che egli trasmise ai discepoli la charta del vangelo; sul monte si manifestò loro nella sua gloria; sul monte infine li condusse per benedirli un’ultima volta e sparire ai loro occhi di carne – quest’ultima trasfigurazione, più misteriosa ancora di quella del Tabor, annunziava il suo darshana definitivo, la sua epifania nello Spirito, nel più profondo delle anime.

Prima di morire non aveva forse detto a coloro che lo cercavano: quando sarò innalzato da terra – prima sulla croce, poi nell’ascensione – attirerò tutto a me?

Egli verrà sulle nubi, quando ritornerà, avvolto egli stesso, dice la scrittura, dalle nuvole che avvolgono le cime.

È Cristo la “vetta” che ogni cima rappresenta: è la sommità che si eleva in pieno cielo per captare l’essere e la vita. Con il suo capo egli penetra il vertice più alto del mistero del Padre. La terra è lo sgabello dei suoi piedi, anzi la solida base in cui egli si radica toccando la più densa profondità della nostra umanità.

Egli è colui che il mito di Shiva, l’asceta dell’Himalaya, significava, ricevendo la grazia sul suo capo e attraverso il suo corpo la faceva scorrere sugli uomini. Egli è il mediatore, nel quale Dio si fa conoscere all’uomo e gli dà la gioia di contemplare il suo volto.

Egli è quella colonna di luce e di fuoco che il mito di Shiva-Arunācala celebrava, che penetrava i cieli, s’immergeva nella terra, e nessun uomo, nessun dio poté mai sapere fin dove essa salisse, più alta di tutti i cieli, né fin dove discendesse, più profonda del centro stesso della terra…

 

(…)

 

Alcuni anni dopo, salii a Gangotrī.

Con i pellegrini, questa volta – era infatti il mese di giugno, in piena stagione dei pellegrinaggi -, seguii il Bhāgīrathī attraverso i sentieri rocciosi e scoscesi, con la bisaccia in spallee il bastone di bambù i mano, scambiando con i passanti il saluto tradizionale in onore del Gange, l’Alma mater, più spesso però rispondendo loro con l’OM, che sulla montagna è il saluto abituale rivolto al sādhu e che si attende da lui in risposta.

OM non è infatti il mantra per eccellenza, se non l’unico, del vero sādhu, soprattutto del sādhu pellegrino? Lungo tutta la strada non è forse l’OM che scaturisce dal suo core come scaturisce dal fiume, dalla montagna, dalla foresta, come scaturisce da ogni essere vivente incontrato sul cammino? L’OM che aleggia sopra il fragore del Gange, sul fremito delle foglie, il cinguettio degli uccelli; che si ripercuote senza limiti sulle rocce a picco, e che trova ne cuore del sādhu come un’eco infinita, dove si congiunge con l’OM primordiale nel cui silenzio tutto è detto?

 

(…)

 

Quando fu compiuto il tempo del mio silenzio, un amico venne a raggiungermi. Egli era sacerdote dell’Altissimo, dell’ordine del Signore Gesù Cristo.

 

(…)

 

Durante le nostra conversazioni, parlavamo molto del mistero hindū e del mistero cristiano: quest’ultimo così profondamente presente nel nostro cuore dall’infanzia, l’altro così intenso in luoghi come questi, così evocatore, al fondo delle nostre anime, di esperienze uniche…

«Sono hindū», affermava egli con forza, «E ne sono fiero. Mio padre era hindū e, col sangue, mi ha trasmesso tutta l’eredità dei santi e dei profeti di Bharat. Il battesimo non mi ha fatto rinnegare la mia discendenza hindū  più di quanto abbia fatto rinnegare a Paolo, a Pietro e a Giovanni l’origine ebrea. L’India e le sue scritture fanno parte dell’immenso testamento cosmico che precedette l’alleanza del Sinai e quella che Dio concluse con Abramo – l’alleanza stabilita con Noè, se vuoi, secondo la Bibbia. È così all’interno di questo testamento, di questa alleanza originaria, che lo Spirito prepara la pienezza dei tempi, la venuta e la rivelazione della gloria del Verbo incarnato, attraverso tutti i popoli, tutti i luoghi, tutti i tempi dell’universo. Senza dubbio fu per Israele dapprima, e anche in Israele, che suonò l’ora di Dio. Ma, come disse Gesù alla samaritana, si avvicina l’ora – ed è già venuta – in cui non sarà più sul monte Garizim né a Gerusalemme che i popoli andranno ad adorare Dio. In seno a ciascuno di essi sorgeranno gli adoratori «in spirito e in veità» che il Padre attende – ciascuno allora porterà alla chiesa i tesori di verità e di grazia che lo Spirito sviluppò in lui con i suoi tempi di preparazione. (…) Questo passaggio implica la pasqua, e la pasqua è il grano che non germina se non morendo. Questa pasqua siamo noi, cristiani e hindū  insieme, che dobbiamo viverla sia nel nome dell’India sia in quello della chiesa. Se in effetti è gioia indicibile per l’una e per l’altra, essa è ugualmente per entrambe un parto. Ora, dopo l’Eden, non c’è parto sulla terra che sia senza dolore… È in vista di questa pasqua che sono venuto qui, pellegrino della chiesa e dell’India. Sono venuto seguendo i miei antenati, che vi salirono un tempo, portando sulla loro fronte le tre strisce di cenere, segno di Shiva. Vengo a mia volta con la fronte segnata dalla croce di Cristo».

 

(…)

 

È necessario che ci siano a Gangotrī dei monaci cristiani che raccolgano l’OM fluente dal Gange e dalla montagna, e lo raccolgano alla sua sorgente, per cantarlo nel nome di Cristo, attraverso lo Spirito, nella chiesa. Per mormorare l’OM, per meditare l’OM, per penetrare fin nel più profondo di sé nell’OM.

Ed è necessario che ci siano monaci profondamente umani, nelle città e nelle campagne in cui vivono gli uomini – per raccogliere l’OM che sale da auto e da treni, dalla folla di quanti corrono a piaceri e affari. Per raccoglierlo, mondarlo e dargli compimento nel silenzio dell’anima.

Poiché il compito del monaco è quello di ricondurre tutto dal temporale all’eterno, dal divenire all’essere, dall’esterno all’interno.

Egli è il grande sacerdote della solitudine e anche il grande sacerdote della folla, che libera questa dalla solitudine che porta nel suo seno.

Presente a tutto, libero da tutto.

 

 

(…)

 

… era la festa del sacro Cuore.         

 

Quando il sole apparve sopra le montagne dell’est, partimmo, (…) risalendo lungo il fiume nella direzione del ghiacciaio da cui esso ha principio.

Camminammo così per parecchi chilometri sui sassi, sulle rocce, attraversando i ruscelli che di continuo confluivano nel Gange. Passammo accanto a molti eremitaggi nascosti negli anfratti delle rocce. Alcuni sādhu ci fecero cenno di fermarci e di andare nelle loro capanne. Ma quel mattino non avevamo tempo. Un’opera preziosa da compiere ci attendeva.

Continuammo così ad andare avanti cercando un luogo idoneo, vicino al fiume ma al riparo dal vento; al riparo inoltre dagli sguardi curiosi di pellegrini che senza saperlo si fossero spinti verso quel luogo. Quella prima eucaristia alle sorgenti del Gange doveva essere offerta in segreto, perché nessuno lì ancora era preparato a capirla, tranne coloro che erano venuti come primizie della chiesa.

Infine scoprimmo un posto che ci parve adatto. Il sole era già alto all’orizzonte e scaldava forte.

Per prima cosa gettammo i nostri vestiti sulla sabbie, e, nudi come quando si nasce, ci immergemmo nell’acqua gelida, compiendo innanzitutto, in quel luogo predestinato, una specie di rito cosmico del ritorno alla matrice originante, alla sorgente dell’essere – rievocazione anche del rito battesimale che, riprendendo e compiendo il rito cosmico, simbolizza con tanta efficacia il mistero della nostra rigenerazione.

Poi, quando venne l’ora, ci sistemammo nel cavo della roccia prescelta. Sulla pietra pareggiata con un po’ di sabbia, deponemmo le “tovaglie” di lino, il messale e il calice d’argento. Trasportammo in una coppa dell’acqua attinta dove scaturiva il fiume. Per offrire e consacrare, ci eravamo forniti, oltre al vino, di uno di quei pani azzimi di frumento (chapatti) che qui sono nutrimento comune dei pellegrini.       Tentammo invano di accendere dei ceri: il vento li spegneva subito. Li sostituimmo allora con bastoncini d’incenso incandescente. E lassù, allo zenit, c’era il grande luminare celeste, il cui splendore faceva brillare le nevi tutt’intorno: il sole, che vede tutto ciò che accade sulla superficie della terra, che illuminò gli occhi del primo uomo e che gli occhi di Gesù morente sulla croce contemplarono; il sole presente a tutto e testimone di tutto ciò che è, fu o sarà.

 

Ci sedemmo l’uno di fronte all’altro, e, prima di iniziare la celebrazione liturgica, cantammo qualche versetto delle Upanishad, poi una litania in sanscrito al Cristo salvatore, Figlio di Dio, Figlio dell’uomo, unico Signore.

L’eucaristia è il rito cosmico per eccellenza. Questo doveva essere ricordato qui. L’albero della croce portava la salvezza al mondo. Con la sua sommità si elevava verso il cielo, con le sue braccia si rivolgeva al mondo, ma in piena terra era piantato. Anche il pane e il vino eucaristico provengono dalla terra. Allo stesso modo, in piena terra, si radica il rito cristiano, nel rito primordiale che è quello dell’uomo e della terra.

Di ciò il nostro “introito” vedico voleva esser segno, come lo sarebbe stato all’offertorio l’offerta dell’incenso, dei fiori e della fiamma d’olio.

 

Il rito eucaristico si svolse lento e discreto. Per quanto alzassimo la voce per sentirci e risponderci, la voce del fiume copriva le nostre, come l’accompagnamento di un ripieno d’organo. Mistero pure della voce dello Spirito che tutto riempie e nella quale è detto tutto ciò che di Dio o a Dio si dice…

Insieme cantammo il Pater. Le nostre labbra si accostarono per il bacio di rito. Dividemmo il pane. Insieme bevemmo alla coppa sacra.

 

Il sacrificio era consumato. Sulle rive del Gange, alla sua sorgente, l’offerta escatologica era stata celebrata. Tutto ciò che in quei luoghi era stato pregato e cantato, tutto ciò che era stato offerto simbolicamente nel tempio o presso le acque del fiume, tutta la sofferenza dei duri pellegrinaggi, tutto il silenzio e l’austerità degli asceti, tutto ciò era stato infine compiuto nel Sacrificio.

 

Dalle sorgenti il Gange continuava a scendere verso la pianura, all’inizio torrente tumultuoso, trasportando con le sua acque tutto quello che aveva strappato dalle alte cime, e ben presto fiume largo e tranquillo, portatore di fecondità e di grazia…

 

Era la festa del sacro Cuore, la Sorgente.

 

 

Henri Le Saux (Abhishiktānanda), ‘Alle sorgenti del Gange. Pellegrinaggio spirituale’, Servitium, Sotto il Monte 2005, passim

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                   

Stampa

Il cammino spirituale di Henri Le Saux

Cifrondi Elia sul carro di fuocoIl messaggio di padre Le Saux è il suo stesso cammino.

Svāmijī, com’era chiamato in India, è una voce che grida nel deserto incitando ciascuno a prendere alla lettera le parole di Sant’Agostino: «Non andare al di fuori, rientra in te stesso. Nell’uomo interiore dimora la verità», che fanno eco a quelle della Upanishad: «Cerca di scoprire chi risiede nella caverna del cuore».

 

   (…)

 

È importante sottolineare che è attraverso i padri greci, e in particolare Gregorio di Nissa, che Henri Le Saux scopre l’approccio apofatico al mistero divino:

 

O Tu, l’al-di-là di tutto,

che nome bisogna darti?

Nessun nome ti esprime,

Tu hai tutti i nomi, e come ti chiamerò io?

Tu il solo che non si può nominare.

 

Quest’intuizione dell’ineffabilità di Dio accompagnerà tutta la sua vita. Dio, l’Assoluto, è al di là di ogni categoria, di ogni forma. La vocazione di Le Saux per l’India risale al periodo in cui quest’intuizione scaturisce nel suo spirito, all’epoca in cui era bibliotecario nell’abbazia di Kergonan; si cristallizzerà in modo folgorante quando, giunto in India, incontrerà Ramana Maharshi, un grande saggio hindū, e scoprirà la via eremitica negli anfratti del monte Arunācala.

 

Nel 1952 si stabilisce a sua volta per diversi mesi in una delle grotte della montagna. Da là egli annota nel suo Diario:

 

Ciò che l’India apporta al cristianesimo, in fondo, è essenzialmente una profonda purificazione dell’idea di Dio, del nostro modo di pensare e delle forme con le quali identifichiamo il cristianesimo.

 

L’anno successivo, durante un altro soggiorno nella grotta fra gli eremiti hindū, egli scrive (marzo 1953:

 

Ieri sera finalmente ho compreso la posizione buddhista dell’anātman (non c’è un io di per sé). Non sono più io che raggiungo il reale in fondo a me. I miei sensi, così come il mio pensiero, sono impotenti. È solo nell’(eclissi) della coscienza che io ho di me che compare la coscienza pura del Sé. Non sono io che colgo il fondo, è il fondo stesso che si rivela nel dissolversi di questo io (periferico). Ciò che è essenziale per l’uomo è di rientrare nel fondo della sua anima, di ritrovare il suo fondo.

 

(…)

 

Nell’āshram di Shāntivanam, il 2 settembre 1955, egli scrive questa frase così penetrante:

 

Lo Spirito Santo è questa forza d’integrazione che ci porta dal Cristo storico – Gesù più la Chiesa – al Cristo ontologico presente alla fonte della coscienza personale, ultimo stadio prima di inabissarci nel Padre.

 

L’anno 1956 segna una svolta decisiva nel suo percorso; il 5 gennaio esclama:

 

Alla fine il mistero è accessibile solamente a colui che si lascia consumare al fuoco – fuoco della canfora -, che non lascia alcun residuo, come nell’arati (l’offerta rituale della fiamma).

 

Di fatto, Henri Le Saux è interiormente dilaniato tra l’esperienza hindū della non-dualità, l’identificazione con la profondità divina della sua anima, e l’esperienza cristiana del faccia a faccia con il Signore. Come lui stesso dice: «Un’agonia interiore che allo stesso tempo dilania e ricolma».

 

L’uomo ha costantemente oscillato e sempre oscillerà fra questi due poli della percezione dell’Assoluto: l’Altro e l’Io dell’io, il Sé del sé. Non v’è advaitino che un giorno o l’altro non dica: “tu” a Dio, e non v’è religione sociologica, per quanto dualista essa sia, in cui qualcuno dei suoi credenti non dica come Al Hallaj: «Togli questo “tu” che è fra te e me».

 

Dopo il suo soggiorno presso Shrī Gñanananda nel mese di marzo, a Tirukoylur, il 19 aprile riporta quest’osservazione che ci fa toccare con mano con quanta serietà egli s’impegni nella ricerca interiore:

 

C’è nel Vangelo molto più di quanto la pietà cristiana abbia mai scoperto. Allora che fare? Una cosa soltanto: se il mistero cristiano è vero, si ritroverà intatto al di là dell’esperienza advaitica.

 

(…)

 

… dal 1957 al 1971 i passi del Diario saranno raggruppati per temi, iniziando con gli archetipi, e in particolare quello dell’Uomo-Dio.

 

L’esperienza nel Cristo storico di quest’archetipo che ciascuno porta nel profondo di sé […]. Non può l’uomo essere chiamato, almeno qualche volta, a vivere dentro di sé l’esperienza diretta dell’archetipo Uomo-Dio? L’esperienza diretta fatta da Gesù lo porta alla croce […]. Non è uno scherzo calarsi nel mistero del proprio essere. È più semplice calarvisi sacramentalmente, mistericamente e attravrso le grandi acque nel simbolo battesimale […]. Sul piano psicologico questi due metodi non si escludono forse a vicenda? Ma bisogna pertanto che l’esperienza reale, diretta, in tutta la sua nudità sia fatta nella Chiesa. Perché mai quest’esperienza sarebbe fatta sempre fuori dalla Chiesa?

 

… occorre insistere sul fatto che l’esperienza vissuta da padre Le Saux nel campo del dialogo interreligioso rappresenta per lui una vera e propria “rivoluzione copernicana”, rivoluzione che è il cuore stesso della sua epopea, la radice e la fonte del suo cammino spirituale e dei suoi scritti. Egli vuole impegnarsi al di là del dialogo verbale, “vivere” in prima persona, come cristiano, l’esperienza upanishadica della non-dualità, dell’advaita.

Bisogna anche sottolineare che egli non s’impegna senza discernimento, come prova ciò che mi scriveva nel febbraio del 1967:

 

Credo che si debba risalire alle sorgenti hindū soprattutto per riuscire ad abbeverarsi alle sorgenti cristiane più profonde […] La non-dualità, il Vedanta, è meravigliosa, ma a chi non è preparato può dare alla testa. E l’advaita che non viene vissuta ma semplicemente pensata è luciferina. È una medicina che può risuscitare ma anche uccidere.

 

Più tardi, parlando di quest’esperienza, dirà:

 

Si tratta di una vera fissione di sé, l’esplosione nucleare dell’individuo e il passaggio al Tutt’altro, che non è un altro.

 

(…)

 

L’ultimo periodo della sua vita, dal 1971 al 1973, è segnato da tre avvenimenti importanti: 1. La venuta del discepolo; Svāmiji si rivela guru; 3. La scoperta del Graal.

 

Con la venuta di Marc Chaduc, allora seminarista a Lione, nel settembre del 1971, una folgorante avventura si delinea, tanto per il padre che per il discepolo. Tutto cominciò spontaneamente durante una camminata sulle rive del Gange a monte di Rishikesh. Marc vuole fare conoscere a padre Le Saux il piccolo āshrama di Phulchatti che egli ha scoperto lungo il suo vagabondare solitario nella giungla. Ecco il racconto che ne ha lasciato Marc:

 

Lungo questo cammino verso Pulchatti la grazia fa irruzione. In queste montagne che hanno ospitato tanti contemplativi, folgorato dalla visione interiore, il padre è catturato dal mistero del puro acosmico che lascia tutto sull’invito bruciante di Dio. «Il benedetto che riceve questa luce» mi dice il padre «è pietrificato, lacerato, non può più pensare, resta là, immobile, fuori dal tempo e dallo spazio, solo della solitudine stessa del Solo». Così assorbito, il padre rivive – vive di nuovo – l’irruzione improvvisa della colonna infinita di fuoco e di luce di Arunācala, questo mito sotto la cui forma il risveglio interiore lo aveva fulminato nel 1953. Per un breve istante egli barcolla sotto l’eccesso dell’ebbrezza interiore tanto che lo devo sostenere. Nello stesso istante si apre in me un abisso nascosto fino allora. Più tardi ci renderemo conto che quest’esperienza aveva inaugurato la mauna diksha, l’iniziazione attraverso il silenzio, che è opera del solo Spirito. Nessuno ha coscienza di essere guru, se nascono parole, scaturiscono dalla fonte […], una comunione di purezza infinita al mistero dello Spirito non-duale, uno sguardo che perfora dal fondo dell’anima dell’uno al fondo dell’altro.

 

(…)

 

L’anno seguente, nel maggio 1973, Henri Le Saux farà un ulteriore passo nel suo ruolo di guru. Durante un soggiorno di tre settimane con Marc nell’āshrama nella giungla, egli visse in simbiosi con lui una folgorante esperienza interiore, alla vigilia della festa dell’Ascensione. Eccone lo sconvolgente racconto di Marc:

 

Tre settimane intense, meravigliosamente luminose sulle Upanishad. Durante la “grande notte” del 10 maggio, il giorno dei miei 28 […]. Visione improvvisa e travolgente della param jyotir, della Grande Luce per tre ore; inabissamento nel profondo di me, nella luce ineffabile che io sono. Esperienza di morte annichilente, beatificante, risveglio al Sé! Allo stesso tempo ho la rivelazione definitiva che Henri (Le Saux) è il mio guru. Lo vedo nella sua gloria abbagliante, trasfigurato in questa luce. Ma lui vive l’angoscia terribile di non sapere se “ritornerò”, e se sì con tutta la mia ragione […]. Questa luce di “grande morte” ci ha travolti tanto l’uno quanto l’altro.

 

Ed ecco quanto Svāmiji mi scrive proprio il giorno dopo il suo ritorno a Rishikesh, il 22 maggio:

 

(…) Tre settimane tutte consacrate alla lettura delle Upanishad, colme di grazia. Là ho capito che l’Upanishad è un segreto che si rivela veramente solo nel segreto della comunicazione del guru al discepolo. (…)

 

Cinque giorni più tardi sente il bisogno di scrivermi di nuovo:

 

Sono stati giorni di straordinaria pienezza, anche se fisicamente mi hanno prostrato […]. Ora so che l’Upanishad è vera, satyam (verità).

 

Racconta quest’esperienza «sconvolgente della verità», ma in termini più velati, anche a sua sorella benedettina (29 maggio):

 

Più che mai desidero solitudine e silenzio. Ciò che c’è di buono nei miei libri scaturisce proprio da questo silenzio […]. La salvezza è nel puro approfondimento del senso della presenza intima di Dio. Questo lo so, e ardo dal desiderio di farlo sapere, di comunicare questo “fuoco” interiore, una presenza incoercibile, che brucia e che trasforma. E questa comunicazione avviene direttamente da spirito a spirito, nel silenzio dello Spirito.

 

Ormai Marc non ha che un pensiero: diventare samnyāsin-monaco secondo il modello hindū, in seno alla Chiesa. Riceve l’iniziazione monacale il 30 giugno 1973 nelle due tradizioni contemporaneamente, quella cristiana da padre Le Saux e quella hindū da Svāmī Chidānanda.

 

(…)

 

Come vuole la tradizione indiana, non appena ricevuta la dīkshā, Ajātānanda (Marc) partì, errante, per un periodo indeterminato. Dieci giorni più tardi, come per caso – se il caso esiste – incontra padre Le Saux a una quarantina di chilometri da Rishikesh, in un piccolo eremo che aveva deciso di acquistare perché le condizioni di vita a Gyamsu erano diventate troppo dure per la sua salute ormai debole. Tutti e due decidono di ritornare insieme a piedi a Rishiliesh. Sorpresi da un temporale nel mezzo della giungla, si rifugiano nel minuscolo tempio di Ranagal. È in questo luogo che si svolge quella che essi più tardi chiameranno la «grande settimana». Guru e discepolo qui vivono nuovamente giornate straordinarie. Ecco dei brani del racconto di Marc-Ajātānanda:

 

Durante questi giorni Svāmiji fu come invaso da una forza che lo superava. Furono vissuti attraverso alcuni grandi simboli come il rapimento del profeta Elia nel suo carro di fuoco, quello di Dakshinamuntri, la manifestazione di Shiva come giovane guru che insegna attraverso il suo silenzio, infine sotto il mito della colonna di fuoco senza base né sommità di Arunacala-Shiva.

 

L’11 luglio per opera dell’irruzione dello Spirito escono dalla bocca del padre, imprevedibilmente, delle parole che balbettano l’indicibile, suggerendo che colui che era dietro è passato avanti, senza dietro né davanti; che non c’è più né maestro né discepolo […]. Di ciò che si è detto, nessuno se ne ricorda.

 

(…)

 

Il giorno dopo Svāmiji mi parla del mistero della procreazione del Non-nato. Mi rendo sempre più conto che questo “mistero” è il mistero unico e non-duale che risiede nel cuore di ciascuno di noi due e che si è rivelato nel seno della nostra relazione da guru a discepolo, e più ancora da padre a figlio. Il mistero della comunione guru-discepolo giungeva al suo parossismo, questo mistero abissale del figlio che “genera” il padre, nell’atto stesso in cui il padre genera il figlio a se stesso, risvegliandosi entrambi Non-nato.

 

Svāmiji allora mi dice: «Tu dovrai trasmettere questo mistero attraverso e dentro lo Spirito. Tutto ciò che è donato viene ricevuto per essere donato di nuovo […]». Il 14 luglio al mattino, Svāmiji mi lascia per alcune ore per andare a Rishikesh in autobus (per prendere del cibo […], non ritornerà). […] Lasciandomi non può trattenersi dal pronunciare parole d’addio, e il suo viso è nuovamente trasfigurato. Mai dimenticherò le sue ultime parole: «Anche se parto, non ti lascio. Sono sempre con te». E quello stesso giorno, a mezzogiorno, il 14 luglio, cade a terra colpito da una crisi cardiaca, a Rishikesh. È il “risveglio” definitivo al di là di tutto, l’esplosione finale.

 

Nove giorni più tardi Svāmiji, ricoverato in ospedale, dettava a un giovane monaco hindū che lo vegliava una lettera in inglese indirizzata a me di cui riporto la parte più significativa:

 

È meraviglioso fare una tale esperienza che procura la pienezza della pace e della gioia, al di là di ogni circostanza, anche di morte e di vita. La vita non può più essere la stessa, ora che ho raggiunto il “risveglio”! Gioite con me […].

 

Con una scrittura tremante aveva terminato la lettera con queste parole scritte di suo pugno:

 

OM, questo dice tutto! Sarvam brahman – tutto è Dio.

 

La triste notizia mi giunse mentre preparavo un viaggio in India, durante il quale dovevo trascorrere dei giorni con Svāmiji sulle rive del Gange a Rishikesh. Era fuori questione, il padre doveva rimanere in ospedale per un periodo indeterminato. A metà agosto egli mi precisa:

 

Ignoro tutto del futuro. Poco importa, c’è la scoperta del Graal […], io resterò qui (Indore) il tempo che occorrerà.

 

È dunque alla Nursing Home di Indore che lo incontrerò in ottobre, circa sei settimane prima della sua mahā-prasthāna, la sua “grande dipartita”, come viene chiamata la morte in India. Mi parlò a lungo delle esperienze spirituali fatte in simbiosi con Marc durante i giorni precedenti al suo infarto, e della sua «scoperta del Graal». Tutto il suo essere non era che trasparenza al mistero interiore, gioia e pace si leggevano nel suo sguardo penetrante che riduceva al silenzio, un silenzio pieno di meraviglia.

Non sapendo cosa offrirgli, gli avevo portato un calendario per il 1974, la riproduzione di una celebre icona che rappresentava il rapimento di Elia sul suo carro di fuoco. Nel dargliela percepii come un lampo nei suoi occhi: «Anch’io dunque me ne andrò presto?».

 

(…)

 

Il racconto degli ultimi momenti di padre Le Saux ci è stato conservato in una lettera che madre Théophane, superiora nella Nursing Home, indirizzò a padre Dominique O.S.B., un amico molto intimo:

 

[…] Giovedì 6 dicembre celebrò la sua ultima messa – era sfinito; venerdì mattina, il 7, sembrava dormire, alle 8, una sorella mi chiama: Svāmiji chiede di voi. Arrivo di corsa e trovo il padre molto affaticato, che mi dice che non ha potuto dormire e che ha un dolore al petto. Faccio venire il dottore che dice che il cuore va bene, sono i polmoni che gli vanno male […]. Nel pomeriggio, all’improvviso, si sente come soffocare, rosso e rantolante, ho creduto che trapassasse […]. La crisi è durata due minuti. La sera nuovo attacco, meno forte questa volta, dopo di che il padre mi dice: «Che avventura, beh, abbiamo fatto tutto ciò che si poteva, sarà come Dio vorrà, io sono pronto». Con un bellissimo sorriso aggiunse: «Ora sarà più o meno sempre così! Ecco, come Dio vorrà! Che disturbo vi do!».

 

La sera, verso le 10.30, ha una nuova crisi. Gli venne data l’estrema unzione, breve, era ancora cosciente. Alle 11 si addormentò nel Signore per risvegliarsi lassù e festeggiare la santa Vergine. Noi (tutte le religiose) restammo al suo capezzale fino alle due del mattino. Era meraviglioso sul suo letto, una figura così piena di pace, sembrava sorridere, così bello!, ed è rimasto così fino alla sera del giorno dopo. Era vestito della sua tunica arancione di samniyasin. Così è ritornato alla casa del Padre.

 

 

 

Il testo è compreso in Henri Le Saux (Abhishiktānanda), ‘Alle sorgenti del Gange. Pellegrinaggio spirituale’, Servitium, Sotto il Monte, 1994, pp. 99-119

         

Stampa

Il vero messaggio dell’India

saccidananda-ashramL’interesse che l’occidente rivolge sempre più verso l’oriente è certamente una delle più grandi ragioni di speranza per la crisi attraverso la quale il mondo sta attualmente passando. L’uomo occidentale ha in realtà molto da imparare da questo mondo spirituale e culturale d’oriente, che si è evoluto attraverso vie così differenti dalle sue. E forse è proprio solo là che potrà scoprire quell’interiorità la cui mancanza è così evidente e potrà recuperare quell’identità che sembra essergli scappata, un’identità che gli rivelerà il fondo stesso del suo essere.

A ogni modo non è un qualunque contatto con l’oriente che permetterà all’occidentale di avere accesso alle sue vere ricchezze e sarebbe ancor più falso pensare che questo contatto agisca come una panacea che curi tutti i mali dei quali soffre la civiltà attuale. D’altronde oriente e occidente sono complementari; entrambi hanno molto da imparare l’uno dall’altro, in molte differenti sfere. Ma questo scambio potrà essere pienamente fecondo solo se avverrà sul piano giusto, l’unico piano sul quale l’oriente può essere scoperto nella sua verità. (…)

La cosa triste è che quando l’occidente avvicina l’oriente per chiedere il suo segreto, troppo spesso si approccia nel modo sbagliato. (…)

Anche quando l’occidente viene a mettersi alla scuola dell’oriente, apparentemente in tutta umiltà e semplicità, troppo spesso è ancora con un atteggiamento di falsa passività che gli fa attendere, se non esigere, dall’oriente una risposta immediata ai suoi problemi e addirittura una risposta che debba entrare nelle sue categorie. (…)

 

Gli uni, gli intellettuali, chiedono all’India le idee. Fin da Platone e specialmente da Aristotele, il mondo mediterraneo è vissuto sotto il predominio dell’eidos, del pensiero, del concepire. Esso conosce le cose solo attraverso i concetti che si è modellato. Ma, come è stato così chiaramente mostrato dalla psicanalisi e dallo strutturalismo moderni, tutti i concetti, per quanto astratti, così come un qualsiasi giudizio, sono inevitabilmente segnati dalle linee di forza che sono alla base del nostro pensare – i nostri archetipi, i nostri modi di parlare, tutto il nostro condizionamento dovuto all’eredità e all’ambiente -, senza le quali, certamente, nessuno può vivere o crescere umanamente o spiritualmente.

La grazia dell’India è precisamente di renderci coscienti, al livello più profondo, di questi condizionamenti – di quei “nodi del cuore”, come li chiamano le Upanishad – proiettando sull’intero processo mentale l’“ombra”, potremmo dire, dell’Incondizionato che ciascuno porta in sé, nel più intimo centro del proprio essere.

Senza dubbio la logica indiana non ha niente da invidiare alla scolastica medievale: per quanto riguarda i giochi di idee e le discussioni speculative tra le diverse scuole, qui non sono seconde a quelle delle teologie europee. Comunque, non appena si guarda un po’ più da vicino, ci si rende conto che queste discussioni non toccano ciò che è essenziale e che il conflitto di idee è sempre come le onde che giocano sulla superficie di un lago o di un oceano, che il fondo è là che sostiene tutto, al di là di ogni discussione e di ogni approccio verbale, non toccato e tuttavia fondamento di tutto. Qui non è mai stato tagliato il cordone ombelicale che unisce l’esperienza del fondo, unico, con la molteplicità delle forme nelle quali è riflesso ai vari piani della mente.

 

Finché l’occidente si affannerà a chiedere all’India le idee, le sue aspettative sono destinate a essere deluse. Di idee, l’India ne ha da vendere, proprio come l’occidente. Per quasi temila anni i suoi filosofi hanno esaminato il mistero della loro esperienza interiore alla luce delle Scritture e della tradizione. Ma queste idee – per quanto differenti possano essere da quelle dei filosofi occidentali – dipendono da un medesimo piano psichico. Non sono altro che mezzi di approccio al mistero: e in questo sta l’intero segreto dell’insegnamento del guru. Esse non contengono né racchiudono mai la verità nelle loro strutture, come l’occidente tende troppo spesso a pensare. Chi si arresta alle idee manca il loro messaggio. La Verità non può essere posseduta né utilizzata.

 

Il vero messaggio dell’oriente – vedānta, buddhismo e tao – è altrove. È essenziale che questo venga compreso, così che il dialogo e la comunicazione possano divenire possibili tra i mondi culturali e spirituali così differenti che coesistono sulla terra. Ma ora il momento per questo sembra essere giunto e questo è uno degli aspetti più preziosi del nostro kairós. Come la cristianità è vissuta negli ultimi duemila anni nel mondo chiuso della cultura mediterranea, plasmandola e venedone plasmata, così anche il mondo culturale e spirituale dell’estremo oriente si è sviluppato in un vaso chiuso. Alla fine è giunto il momento, sia per la cristianità sia per la saggezza orientale, di superare le loro frontiere culturali, non più solo nella persona di singoli iniziati o convertiti, ma in un modo ben più ampio eprofondo, proprio accettando che questo processo di universalizzazione o cattolicizzazione metta in discussione le forme in cui le particolari, e perciò limitate, culture hanno espresso le intuizioni originali.

Il vero messaggio dell’India, ci verrebbe da dire, è di liberare l’uomo da questi “nodi del cuore”, da questa falsa identificazione che porta l’uomo a confondere il suo reale sé con una o l’altra delle manifestazioni della sua personalità a livello mentale o sociale. Il contributo dell’India al mondo è prima di tutto quello di far comprendere all’uomo il mistero profondo e indefinibile del suo proprio essere, il mistero del Sé “unico e non duale”, rivelato comunque nella molteplicità delle conoscenze.

(…)

Questa è la ragione per cui gli studi fatti dagli occidentali sull’esperienza della saggezza vedantica, per esempio, sono spesso deludenti. Per quanto possano presentarsi come competenti e teoreticamente perfetti, rimangono quasi ineluttabilmente sul piano accademico e speculativo. Manca sempre qualcosa – spesso un “niente” che non si riesce a definire. Ma è precisamente questo “niente” che dona l’accesso alla fonte, proprio là dove essa scaturisce.

Qui in India non v’è conoscenza se non della salvezza. Ma questa salvezza attraverso la conoscenza non è gnosi; è il ritorno all’anima attraverso l’ascesi fino al suo fondo. Perciò non potrà mai “udire” veramente il messaggio dell’India chi non sarà posseduto nel più intimo di sé da questa sete di salvezza, mumukshutva, che sola può condurre alla conoscenza in verità.

 

All’opposto di coloro che approcciano l’India come impenitenti intellettuali, ci sono coloro che vengono in cerca di “esperienze interiori”. Basandosi su racconti più o meno romanzati o magari su fatti autentici, ma mal interpretati, si aspettano di incontrare al primo angolo della strada il guru che li porti a uno stato di estasi con un semplice sguardo o con il tocco della mano. Aspirano a quelle che chiamano visioni o audizioni mistiche, o più prosaicamente a quei “secondi stati” che consentano loro di dimenticare un reale sempre troppo pesante da portare, e dia loro la soddisfazione di potersi fregiare del nome di “spirituali”.

In realtà l’India non manca di queste persone che hanno potenzialità o anche effettivi poteri d’ordine metapsichico e il possesso di tali siddhi è responsabile, in misura non indifferente, dell’attrazione esercitata da alcuni famosi guru, per non parlare di quei ciarlatani che ne abusano per denaro o vanagloria.

Comunque i più grandi maestri costantemente ricordano che tutto ciò è assolutamente secondario e non ha niente a che fare con la genuina esperienza spirituale. Alcuni guru hanno fatto uso di questi poteri per guidare gradualmente i loro discepoli verso le realtà interiori, ma allora dovrebbe essere presa ogni precauzione per evitare che il discepolo confonda l’esca con la realtà, a gran discapito della sua vita spirituale. Capita anche che determinate strutture mentali reagiscano regolarmente all’esperienza del profondo con fenomeni di questo tipo, soprattutto quando la psiche è troppo debole per sostenere un tale colpo. Ma non bisogna mai dimenticare che questi fenomeni non hanno niente di spirituale, possono essere prodotti anche da droghe o shock mentali o anche dalla pratica opportunamente guidata del prānayāma o della concentrazione yogica.

(…)

L’esperienza del Sé è al di là di ogni possibilità di verbalizzazione e di sperimentazione. È un’esperienza di totalità che raggiunge il fondo dell’essere o, più precisamente, che scaturisce dal fondo stesso dell’essere e, sgorgando, rivela, per così dire, questo fondo stesso, trasformando l’intero essere poiché è stato toccato alla sua stessa sorgente.

Quando questa esperienza piomba su di un essere, si può dire che ormai per lui è finita, o almeno lo è per tutto ciò con cui fino ad allora aveva cercato di esprimersi e di prendere coscienza di sé.

L’“Io” della sua coscienza fenomenica è come svanito. Ora il suo “Io” si pronuncia a profondità di sé inaccessibili a ogni idea e che sfuggono a ogni definizione. Il suo limitato e introverso ego è stato consumato in questa fiamma divorante e implacabile. Non c’è più posto in alcuna parte di lui per la minima ricerca di sé o per il minimo egocentrismo.

Pertanto lo jñānī non si isola dal suo prossimo, né cerca di sfuggire ai suoi doveri familiari o sociali con il pretesto di dover preservare la sua solitudine interiore – a meno che non venga inesorabilmente gettato in questo silenzio, come per esempio Rāmana Mahārshi, solo per il tempo necessario alla psiche per adattarsi a questa luce troppo abbagliante. (…) libero e sovranamente indifferente, si lascerà condurre dallo Spirito, ovunque lo voglia portare, con assoluta disponibilità.

 

Nella tradizione spirituale dell’occidente l’equivalente più vicino a questa esperienza di liberazione è senza dubbio la metánoia o conversione che è la base stessa del messaggio evangelico.

In entrambi i casi si tratta di un’esperienza di totalità, un’esperienza che coglie l’uomo nel suo risveglio a sé; e, a partire da questa sorgente nel più profondo di sé, si estende fino agli estremi apparentemente più esteriori della personalità. La conversione evangelica e l’esperienza vedāntin strappano via l’uomo da tutto ciò che lo tiene legato, dal di dentro come dal di fuori. Questa è senza dubbio l’esperienza dello Spirito nella quale il cristiano, liberato dai condizionamenti egocentrici, viene elevato dentro di sé verso il Padre, la sorgente originaria, e all’esterno verso il prossimo, scoprendo se stesso nella sua pienezza attraverso questo superamento di sé unico e doppio – come Gesù, perfettamente obbediente al Padre, e pronto come lui, con lui, a dare la vita per il suo prossimo.

(…)

L’orgoglioso rifiuto del cristianesimo in nome di una cosiddetta superiore saggezza orientale è il più delle volte la prova che l’esperienza autentica, sia nel contesto cristiano sia nel contesto vedāntin, è ancora completamente sconosciuta. Chi si permette di giudicare e condannare non è ancora giunto fino al fondo. (…) Cristo stesso non ha mai avuto parole dure se non per gli ipocriti e per coloro che pretendevano di sapere tutto!

La mente naturalmente protesta perché vuole decidere su tutto. L’acqua pura è senza sapore per la persona cavillosa che non si può rassegnare semplicemente a gustare questo sapore di assoluta purezza. La chiama insipida perché non la può giudicare altro che in riferimento a un surrogato… «Chi ha orecchi per intendere intenda» ha detto Gesù nel Vangelo. Chi non comprende chieda al Signore che gli apra gli orecchi, come dice il Salmo (40,7). E che apra il suo cuore al di dentro, allo Spirito.

(…)

 

                                                                              Gyansu, Pentecoste 1970

 

 

 

Il testo costituisce una prefazione dell’autore a ‘Gñanananda’, ed. it. Servitium, Sotto il Monte 2009, pp. 87-102

 

 

Stampa