011.19234193 Redazione 

La Chiesa respira con due polmoni

Il Papa e Il Patriarca insieme a Cuba: un incontro inseguito da sempre. Perché a Cuba, perché adesso? Lo chiediamo a don Ermis Segatti, grande esperto di relazioni mondiali della Chiesa con le altre religioni, uno dei primi ad aprire canali con il Patriarcato di Mosca

 

giovanni paolo IIOgni tentativo di riallacciare rapporti leali e fedeli è buono. Il passato delle relazioni tra cattolici ed ortodossi è pieno di incomprensioni, fragilità, gelate. Quanti Papi ci hanno provato e lavorato con ambasciatori inviati in tutte le occasioni. Qui c’è un fatto nuovo: l’imprevedibilità alla quale ci dobbiamo abituare, l’imprevedibilità di Francesco che trasforma spesso l’inusuale in ordinario. Certo per capire l’abbraccio ai fratelli ortodossi bisognerebbe conoscere i particolari dei due anni   del lavoro preparatorio: i contatti, i documenti, le telefonate, gli incontri. È un fatto storico straordinario che però, attenzione, avviene in un momento mondiale diversissimo dal passato. Ci sono stati secoli di garbati (a volte neppure tanto) rifiuti e reciproche diffidenze. L’attenzione va puntata non tanto sul prima, quanto sul dopo. Tutti gli appuntamenti storici di Papa Francesco hanno smentito i dubbi e le previsioni, anche funeste, della vigilia.

Dallo scisma della Chiesa d’Oriente e Occidente, è la prima volta. Quanti Papi ci hanno sperato. Più di tutti Giovanni Paolo II. E il tentativo di ricucitura diplomatica è passato anche da Bose. Ricordo una storica visita di Kirill a Bose e  le difficoltà per far incontrare il Papa con Alessio II. Una storia lunga.

Sì, certo, è la prima volta. Ma se vogliamo fare un’analisi storica, l’avance più interessante anche dal punto di vista teologico, avanzata nel passato, è quella di Giovanni Paolo II quando dice che la Chiesa Universale respira con due polmoni. Un discorso più che favorevole ad un abbraccio con gli ortodossi. E quando dice che il magistero della Chiesa sul primato del Papa, con tutti i condizionamenti che ne conseguono, va affrontato anche dal punto di vista storico. Sono passaggi delicati, ma fondamentali. La preparazione dunque era stata ottima. Ma c’è un particolare: Giovanni Paolo II era polacco e storicamente i rapporti tra il patriarcato di Mosca e la Polonia erano stati perlomeno difficili.

Ma Kirill e tanti alti prelati ortodossi sono passati dalla comunità di Enzo Bianchi a Bose.

Non c’è dubbio che la comunità di Bose abbia continuamente lavorato per tenere viva o ravvivare la respirazione a due polmoni della Chiesa. In particolare i convegni di settembre da anni canalizzano sensibilità diverse delle varie chiese cristiane, e non solo. In questo versante Bose ha contribuito a creare ponti importanti.

Cosa divide i cattolici da questi ortodossi?

È una storia lunga certamente. Quando si muove la Chiesa Ortodossa Russa in modo particolarmente eclatante, qui nella persona del suo Patriarca, bisogna tenere un occhio aperto alla politica internazionale che sta tessendo la Russia, in quanto stato. Questa apertura inaspettata si potrebbe colorare di un alone sinfonico con quanto la Russia vuole ora: cioè uscire dall’isolamento. Allora l’apertura potrebbe essere un tentativo di cercare d’agganciare l’Europa anche per uscire dalle attuali difficoltà mondiali e accelerare la fine delle sanzioni. E poi non conosciamo la posizione del Santo Sinodo cioè l’organismo cui Kirill fa riferimento e cui deve rispondere. Da sempre la diffidenza e le prese di distanza del Santo Sinodo nei confronti dei cattolici sono molte.  Inoltre occorre tener presenti i rapporti di Roma con la Chiesa di Costantinopoli. Altro argomento di cautela. Il patriarcato russo è quello che conta il maggior numero di fedeli, mentre quello di Costantinopoli è assai meno consistente, anche se dal punto di vista canonico rappresenta un punto di riferimento preminente. Costantinopoli e Roma da tempo condividono grandi reciproche aperture, spesso non recepite da Mosca.

Sta crescendo ovunque la voglia di unità nella diversità. Quest’incontro ne è una delle ragioni: stare insieme per difendere i cristiani perseguitati soprattutto nel Medioriente.

Una delle recriminazioni della Chiesa Ortodossa Russa nei confronti di Roma è di aver ceduto col Vaticano II alla modernità.  Eccessivo dialogo con la modernità. Avremmo poi dovuto mobilitarci più fermamente contro il non riconoscimento delle radici cristiani dell’Europa.

Per anni s’è detto di un possibile incontro tra il Papa e il Patriarca, ma eventualmente in qualche monastero dell’Ucraina. Perché Cuba, bandiera di quel comunismo che ha significato comportamenti diversi per cattolici e ortodossi?

L’Ucraina oggi sarebbe sede improponibile proprio perché divisa in modo lacerante. E non solo. Resta insuperato il problema del cattolici di rito greco-orientale e del loro legame canonico con Roma fortemente contestato da Mosca. Invece l’incontro avviene a Cuba. Perché? Potrebbe essere il riconoscimento del grande ruolo di pace svolto da Giovanni XXXIII nella crisi della baia dei porci, un precedente che già negli anni 60 fu esaltato persino dalla allora stampa sovietica. Ma  potrebbe essere anche del tutto casuale.

Comunque vada, sarà un incontro storico. Questo vuol dire che muri di ghiaccio si stanno sciogliendo anche ad Est.

Credo di sì, ma aspettiamo. Vediamo come va, il tempo che impiegheranno, gli impegni che Kirill porterà al suo Santo Sinodo. Forse le sorprese del dopo saranno davvero grandi.

Intervista a cura di Gian Mario Ricciardi pubblicata su Il Nostro Tempo

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Dichiarazione comune di Papa Francesco e del Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia

«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi»(2 Cor 13, 13).

 

francesco e kirill 21. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L’Avana. Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella storia.

Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della civiltà umana.

2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all’incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze del “Nuovo Mondo” e degli eventi drammatici della storia del XX secolo, rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell’America Latina e degli altri Continenti.

Ci rallegriamo che la fede cristiana stia crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso dell’America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata nell’esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un grande futuro per questa regione.

3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”, sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispettoa rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt3, 15).

4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo del suo unico Figlio. Condividiamo la comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati “seme di cristiani”.

5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell’Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede in Dio, uno in tre Persone – Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita dell’unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).

6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà!

7. Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune.

8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre comunità religiose.

9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. Nell’elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di altre tradizioni religiose diventati anch’essi vittime della guerra civile, del caos e della violenza terroristica.

10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei paesi confinanti.

Chiediamo a tutti coloro che possono influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di aprile del 2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione.

11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è “il frutto della giustizia” (cfr Is 32, 17), affinché si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell’anima degli innocenti uccisi.

Ci rivolgiamo, con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l’aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinché agiscano in maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale. Affinché la pace sia durevole ed affidabile, sono necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.

12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si rivolge la parola dell’apostolo: «Carissimi, … nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare»(1 Pt 4, 12-13).

13. In quest’epoca inquietante, il dialogo interreligioso è indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e nell’armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14, 33).

14. Nell’affermare l’alto valore della libertà religiosa, rendiamo grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell’Europa orientale, dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene dell’ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane portano avanti un’importante attività caritativa e sociale, fornendo un’assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l’esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo.

15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica.

16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili contro un’integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità religiose. Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l’Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell’Europa orientale e occidentale di unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in modo che l’Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di tradizione cristiana.

17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali dell’umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il sentimento d’ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni internazionali che si è stabilito.

18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un’autentica solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti,Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono,perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio»(1 Cor 1, 27-29).

19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all’educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli.

20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.

21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere nel mondo. La  voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (cfr Gen 4, 10).

Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la società in generale.

Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell’esistenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia nostro dovere ricordare l’immutabilità dei principi morali cristiani, basati sul rispetto della dignità dell’uomo chiamato alla vita, secondo il disegno del Creatore.

22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (cfr Mt 25, 25), ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra vita i comandamenti evangelici dell’amore di Dio e del prossimo. Non abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità di Dio, alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre.

23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinché coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli(cfr Mt 5, 14, 16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosa della fede (cfr Mt 13, 46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6, 20), al costo della morte in croce dell’Uomo-Dio Gesù Cristo.

24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i membri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismo.

Non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore, e ad avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15, 5). Non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il precetto dell’apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15, 20).

25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dell’“uniatismo” del passato, inteso come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l’unità. Tuttavia, le comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il diritto di esistere e di intraprendere tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici hanno bisogno di riconciliarsi e di trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili.

26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto.

27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza cristiana.

28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente nell’annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché il mondo creda» (Gv 17, 21). Questo mondo, in cui scompaiono progressivamente i pilastri spirituali dell’esistenza umana, aspetta da noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell’umanità.

29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona Novella salvifica, ci sostenga l’Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la sua infallibile promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno» (Lc 12, 32)!

Cristo è fonte di gioia e di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole dell’apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2, 10).

30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica preghiera: “Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa Madre di Dio”. Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione, incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti, al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell’armonia in un solo popolo di Dio, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!

 

 

Francesco
Vescovo di Roma
Papa della Chiesa Cattolica

Kirill
Patriarca di Mosca
e di tutta la Russia

 

 

12 febbraio 2016, L’Avana (Cuba)

 

 

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Il fiore dell’ultimo Pasolini

pasolini 2Io abiuro dalla Trilogia della vita, benché non mi penta di averla fatta. Non posso infatti negare la sincerità e la necessità che mi hanno spinto alla rappresentazione dei corpi e del loro simbolo culminante, il sesso.

Tale sincerità e necessità hanno diverse giustificazioni storiche e ideologiche.

Prima di tutto esse si inseriscono in quella lotta per la democratizzazione del «diritto a esprimersi» e per la liberalizzazione sessuale, che erano due momenti fondamentali della tensione progressista degli anni Cinquanta e Sessanta.

In secondo luogo, nella prima fase della crisi culturale e antropologica cominciata verso la fine degli Anni Sessanta – in cui cominciava a trionfare l’irrealtà della sottocultura dei «mass media» e quindi della comunicazione di massa – l’ultimo baluardo della realtà parevano essere gli «innocenti» corpi con l’arcaica, fosca, vitale violenza dei loro organi sessuali.

Infine, la rappresentazione dell’eros, visto in un ambiente umano appena superato dalla storia, ma ancora fisicamente presente (a Napoli, nel Medio Oriente), era qualcosa che affascinava me personalmente, in quanto singolo autore e uomo.

Ora tutto si è rovesciato.

Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza.

Secondo: anche la «realtà» dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico: anzi, tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana.

Terzo: le vite sessuali private (come la mia) hanno subìto il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie sessuali era dolore e gioia, è diventato suicida delusione, informe accidia. [1]

 

Dirò subito, e l’avrete già intuito, che la mia tesi … ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto un’affermazione totalmente eretica o eterodossa. C’è già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia nei riguardi di determinati strati dele classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoprroletari o certe popolazioni coloniali. Oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori della storia – la storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese – hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e e alla qualità di vita della borghesia. [2]

 

Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi». Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata civiltà dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel fil di Naldini [Fascista] noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa… Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant’anni addietro, come prima del fascismo.

Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione superficiale, scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa «civiltà dei consumi» è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo. [3]

 

La criminalità italiana è un fenomeno imponente e primario della nuova condizione di vita italiana. Non solo i criminali veri e propri sono una «massa»: ma, ciò che più conta, la massa giovanile italiana tout court (eccettuate piccole élites, e in genere i giovani iscritti al Pci) è costituita ormai da criminaloidi: ossia da quelle centinaia di migliaia o milioni di giovani che patiscono la perdita dei valori di una «cultura» e non hanno ancora trovato intorno a sé i valori di una «nuova cultura» (come noi ce la configuriamo): oppure accettano, con ostentazione e violenza, da una parte i valori della «cultura del consumo» (che noi rifiutiamo), dall’altra i valori di un progressismo verbalistico.

Ebbene, per tutti questi giovani vale la figura o «modello» del «disobbediente». In realtà, semanticamente, le parole hanno rovesciato il loro senso scambiandoselo; in quanto consenziente all’ideologia «distruttrice» del nuovo modo di produzione, che si crede «disobbediente» (e come tale si esibisce) è in realtà «obbediente»; mentre chi dissente dalla suddetta ideologia distruttrice – e, in quanto crede nei valori che il nuovo capitalismo vuole distruggere, è «obbediente» - è dunque in realtà «disobbediente».

I giovani del ’68 hanno già fornito un modello di «disobbedienza» (mancanza di rispetto, irrisione, disprezzo della pietà, teppismo ideologico «somatizzato») che ora vale soltanto in realtà per i criminali comuni, che sono una massa, e per le masse di quei criminali potenziali che sono sempre coloro che, come dicevo, hanno subìto da poco una perdita di valori ((cfr. le truppe proletarie delle SS tedesche).

La «distruzione» è in definitiva il segno dominante di questo modello di falsa «disobbedienza» in cui consiste ormai la vecchia «obbedienza». [4]

 

  1. A)Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti.
  2. B)Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono, o addirittura ci rinunciano.
  3. C)Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli). [5]

 

 



[1] Pier Paolo Pasolini, ‘Lettere luterane’, Einaudi, Torino 1976, pp.71-72

[2] Pier Paolo Pasolini, ‘Scritti corsari’, Garzanti, Milano 1990, p. 226

3 Ibidem, p.233

[4] Pier Paolo Pasolini, ‘Lettere luterane’, op. cit., pp. 81-82

[5] Ibidem, p.186

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Accadde in America, non poi tanto tempo fa.

immigrati-italianiSotto molti punti di vista le sfide che la società americana ha affrontato alla fine del XIX secolo hanno anticipato quelle che la nostra epoca si trova a fronteggiare.

Tra il 1870 e il 1900 l’America si è rapidamente trasformata da società rurale, circoscritta, tradizionale in una nazione moderna, industrializzata, urbana. Alla fine della Guerra civile era ancora prevalentemente il paese di piccole fattorie, piccole città e scarsi affari dei tempi di Tocqueville. Sul finire del secolo stava velocemente diventando una nazione di metropoli, pullulante di immigrati nati in Europa o in America che faticavano in fabbriche gestite da grandi gruppi industriali.

Il cambiamento tecnologico è stato uno degli aspetti fondamentali di quest’evoluzione. Negli ottant’anni successivi al 1870 l’Ufficio brevetti degli Stati Uniti ha riconosciuto 118 mila invenzioni. Alcune di esse (come la mietitrebbia) hanno rivoluzionato la produzione agricola. Altre (come la macchina da cucire il cibo in scatola) hanno trasformato la casa. Più importanti di tutte, però, sono state le scoperte alla base della rivoluzione americana nell'industria, nei trasporti, nelle città - la macchina a vapore, l’acciaio, l’elettricità, il telegrafo, il telefono, l’ascensore, il freno ad aria compressa e molte altre.

Con la rivoluzione tecnologica si è modificata profondamente anche la dimensione dell’impresa. L’organizzazione aziendale ha reso obsoleti molti mestieri, come i piccoli commercianti e gli artigiani autonomi, mentre ne ha creati di nuovi, come manager delle imprese e operai non qualificati dell’industria. La prima grande ondata di fusioni nella storia americana spazzò Wall Street tra il 1897 e il 1904, lasciando sulla sua scia nuove enormi aziende. In effetti, in relazione alle dimensioni dell’economia, la grande quantità di fusioni della fine del XlX secolo non ha avuto paragoni fino agli anni ‘90.

La qualità della vita negli Stati Uniti è sostanzialmente migliorata nel mezzo secolo successivo alla fine della Guerra civile. La ricchezza pro capite crebbe di circa il 60%  e prodotto nazionale lordo reale salì del 133%, proprio mentre la popolazione aumentava in seguito all'afflusso degli immigrati poveri. Tra il 1871 e il 1913 l’espansione dell’economia è stata in media del 4,3% ogni anno.

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I decenni tra la Guerra civile e la Prima guerra mondiale sono stati anche un'epoca di rapido incremento demografico e di urbanizzazione. La maggior parte dei nuovi residenti nelle città abitavano anche una nuova nazione. Nei trent’anni compresi tra il 1870 e il 1900 sono immigrati negli Stati Uniti circa 12 milioni di persone, più di quanti siano giunti alle nostre coste nei due secoli e mezzo precedenti. Nei successivi quattordici anni ne sarebbero arrivati all’incirca altri 13 milioni. Nel 1870 un terzo dei lavoratori dell’industria era nato all’estero. Nel 1900 sarebbero stati la metà.  

Gli immigrati provenivano da molti paesi europei , così come dal Canada e dall’Asia orientale. Tedeschi, irlandesi, canadesi, britannici e scandinavi furono i più numerosi fino al 1890 ma, come evidenzia lo storico Steven Diner, nei successivi vent'anni

Gli immigrati, in maggioranza cattolici ed ebrei, provenienti da paesi sconosciuti del Su e dell’Est europeo, si riversarono in enorme quantità in America per lavorare nella sua economia industriale in espansione. Vivevano spesso in fitti quartieri cittadini nei quali prevalevano le lingue straniere e lì hanno costruito chiese, sinagoghe e istituzioni comunitarie. [1]

Che il suo viaggio fosse iniziato nel rurale Iowa o nella rurale Slovacchia, il nuovo abitante di Chicago conduceva una vita e affrontava rischi abbastanza diversi da quelli cui era stato abituato. Era arrivato alla ricerca di opportunità economiche e spesso le aveva trovate, ma aveva anche incontrato una profonda insicurezza. I vecchi sistemi di «assistenza sociale esterna» - i programmi locali provvisori di assistenza pubblica – venivano travolti dalle nuove esigenze allo stesso modo dei più nuovi sistemi di «assistenza interna» - l’ospizio. Le tradizionali reti di sicurezza sociale della famiglia, degli amici e delle istituzioni della comunità non si adattavano più alle condizioni di vita dei nuovi lavoratori urbani.

Parliamo spesso con leggerezza della velocita ciel cambiamento ai giorni nostri. Tuttavia, nulla nell’esperienza dell’americano medio alla fine dei XX secolo uguaglia la violenza della trasformazione sperimentata all’inizio dello stesso secolo da un contadino cresciuto in un villaggio polacco, rimasto pressoché immutato dal XVI secolo, che nel giro di pochi anni si trovava a costruire i grattacieli d’avanguardia di Louis Sullivan sul lago Michigan. Anche per i nativi la velocità del cambiamento negli ultimi decenni dell’Ottocento è stata straordinaria.

Molto del cambiamento è andato per il meglio, ma molto per il peggio. Le brulicanti città erano deserti industriali, centri di vizio, povertà e malattie dilaganti, bassifondi affollati e pieni di umidità, con amministrazioni corrotte. La mortalità infantile crebbe di due terzi tra il 1810 e il 1870. Il lavoro infantile era diffuso e la delinquenza si riversava nelle città com’era accaduto in molti altri paesi occidentali

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Come nell'America d’oggi, le fratture etniche rendevano a rafforzare quelle di classe. Gli ultimi anni del XIX secolo videro la nascita di un etnocentrismo difensivo, un’eterogenea alleanza di convenienza tra i sindacati (timorosi della competitività dei bassi salari degli immigrati), i conservatori protestanti (ostili verso la crescita dell'influenza degli ebrei e dei «papisti», provenienti dal Sud e dall'Est europeo) e persino alcuni riformatori sociali (preoccupati che l’immigrazione senza controlli esacerbasse i problemi delle città).

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Alla fine del XIX secolo gli americani erano dunque divisi per classe, etnia e razza più o meno come lo siamo oggi, anche se le attuali linee di divisione sono diverse rispetto a quelle di un secolo fa (asiatici e ispanici hanno, ad esempio, sostituito ebrei e italiani come bersagli di discriminazione). Altrettanto suggestivi, rispetto ai nostri problemi di oggi, sono stati i dibattiti sulle conseguenze della rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni sui tradizionali vincoli della comunità.

Le nuove tecnologie della comunicazione provocarono tra i filosofi sociali di fine secolo un dibattito animato che anticipava l’accesa controversia, nell’America contemporanea, a proposito degli effetti di Internet. Da una parte gli ottimisti, entusiasti perché le nuove tecnologie della comunicazione avrebbero consentito un più vasto raggio «lazione alle relazioni umane. L’altruismo si sarebbe diffuso in una società da poco unificata dalla ferrovia, dalla corrente elettrica e dal telegrafo.

Dall'altra parte, osservatori sociali più cauti, come John Dewey e Mary Parker Follett, si sono occupati di far convivere la nuova tecnologia con i rapporti faccia a faccia. Pur riconoscendo e tessendo le lodi della nuova società più ampia, tenevano in grande considerazione anche le piccole vecchie reti sociali dei quartieri.

 Al di là di questi dibattiti, molti americani alla fine dell’Ottocento avvertivano l'erosione della moralità e la frattura della comunità. L’ideologia collettiva dominante nell'Età dell’oro è stato il darwinismo sociale. I suoi fautori sostenevano che il progresso sociale esige la sopravvivenza dei più adatti - con poca o nessuna interferenza del governo nelle «leggi naturali del mercato». In una società così organizzata, i più capaci avrebbero avuto successo, gli inetti sarebbero falliti e questo libero processo di eliminazioni avrebbe garantito il progresso sociale. Sotto importanti punti di vista tale filosofia anticipava il culto del mercato senza vincoli, tornato popolare nell'America d’oggi. Alla fine del XIX secolo, i critici del darwinismo sociale hanno tuttavia lentamente guadagnato il vertice intellettuale e (sempre più) politico.

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I riformatori sociali dell’Epoca progressista cominciarono a individuare dietro le malattie della società – la povertà e tutto il resto – cause sociali ed economiche, non debolezze morali individuali. L’individualismo ruggente sembrava sempre più irrealistico nelle nuove circostanze, sempre più complesse e interdipendenti, e venne gradualmente soppiantato da una concezione più organica della società. I progressisti non negavano l’importanza dell’interesse individuale, ma aggiungevano che gli uomini e le donne sono mossi anche da valori non materiali – affetto, reputazione e anche altruismo.

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Era, insomma, un’epoca assai simile alla nostra, piena di promesse di progresso tecnologico e di prosperità senza precedenti, ma attaccata al ricordo di una comunità più integrata. Allora come ora nuove modalità di comunicazione sembravano promettere nuove forme di comunità, ma uomini e donne accorti si domandavano se non si trattasse di oro falso. Allora come ora l’ottimismo nutrito dai recenti progressi economici lottava con il pessimismo dovuto alle difficili realtà di malattie sociali apparentemente in solubili.

Allora, come ai nostri giorni, nuove concentrazioni di ricchezza e di potere aziendale sollevavano domande sul reale significato della democrazia. Allora, come adesso, enormi concentrazioni urbane di minoranze etniche impoverite ponevano questioni fondamentali di giustizia e di stabilità sociale. Allora, come ora, la classe media agiata era divisa tra l’allettante prospettiva della fuga e le più profonde esigenze di riscatto attraverso la solidarietà sociale.

Allora, come oggi,  nuove forme di commercio, la trasformazione dei luoghi di lavoro e una nuova organizzazione spaziale degli insediamenti umani minacciavano forme più antiche di solidarietà. Allora come ora ondate di immigrati mutavano l’aspetto dell’America e sembravano dissolvere l’unum nel pluribus. Allora, come ora, il materialismo, il cinismo e la prevalenza dello stare a guardare sull’azione, sembravano ostacolare il riformismo idealistico.

Soprattutto, allora come ora, i fili conduttori più vecchi della connessione sociale subirono un’abrasione - o vennero addirittura distrutti – da cambiamenti tecnologici, economici e sociali.

Attenti studiosi compresero che il sentiero del passato non poteva essere ripercorso, ma pochi vedevano chiaramente la via per un futuro migliore. Mentre i reazionari romantici meditavano sul ritorno a un’età pastorale, più limitata e più semplice, i progressisti erano troppo pratici per subire il fascino di questo richiamo. Ammiravano le virtù del passato ma capivano che indietro non si poteva tornare. L’età industriale, nonostante i suoi limiti, aveva reso possibile una prosperità materiale che rappresentava una precondizione indispensabile per il progresso civico. La questione non era: «Modernità: sì o no?»; piuttosto come riformare le nostre istituzioni e adattare i nostri comportamenti nel mondo nuovo, al fine di garantire i valori imperituri della tradizione.

La loro visione era attiva e ottimista, non rassegnata e scoraggiata. Un aspetto caratteristico dei progressisti era la convinzione che i mali sociali non si sarebbero risolti da soli e che era avventato attendere la cura del tempo.

Un’interessante caratteristica della rivitalizzazione della vita civica americana negli ultimi decenni del XIX secolo è stata la vera e propria esplosione nella nascita di associazioni.

Tra il 1870 e il 1920 la creatività civica ha raggiunto un crescendo mai toccato nella storia americana, non solo in termini numerici ma anche per quanto attiene alla sfera d'azione e alla durata delle organizzazioni appena fondate. Theda Skocpol e i suoi collaboratori hanno evidenziato che in due secoli di storia americana la metà delle maggiori organizzazioni di massa sono state fondate nei decenni compresi tra il 1870 e il 1920.

Non è esagerato affermare che la in maggioranza delle istituzioni civiche oggi più apprezzate nella vita americana siano state fondate in quei pochi decenni di eccezionale creatività sociale.

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Sebbene la cultura dell’America industriale fosse diventata in un certo senso più laica, la religione ha giocato un ruolo notevole  nella rivitalizzazione civica dell’epoca, al di là delle attività parrocchiali locali e delle confessioni religiose. È stato in quel periodo che parecchie chiese hanno assunto l’aspetto di ciò che lo storico della religione E. Brooks Holifield ha chiamato «congregazione sociale».

In quel periodo ispirazione religiosa, autoperfezionamento e impegno civico erano strettamente interconnessi. I cattolici avevano la tendenza a essere ancora più solidali dei protestanti verso le difficili condizioni dei poveri, non da ultimo perché molti di essi appartenevano alle classi lavoratrici.

Una delle invenzioni sociali più considerevoli dell’Epoca progressista è rappresentata dai centri di servizio alla comunità, un’idea importata dall’Inghilterra vittoriana. Essi ospitavano uomini e donne idealisti della classe media che vivevano per alcuni anni nei quartieri poveri della città con l’intento di favorire l’istruzione e l’«edificazione morale» dei poveri immigrati. All’inizio l’obiettivo principale era insegnare l’inglese e le conoscenze civiche necessarie per esercitare la cittadinanza, ma l’ambito di attività si allargò rapidamente.  

Dal nostro punto di vista l’Epoca progressista ha rappresentato una reazione della comunità contro l’individualismo ideologico dell’Età dell’oro. Sebbene culminata in un movimento specificamente politico, ebbe inizio da obiettivi sociali più ampi e più immediati. Uno degli scopi fondamentali degli sforzi profusi nell’istituire parchi giochi, musei civici, asili infantili, giardini pubblici, era rafforzare l’abitudine a cooperare, pur senza soffocare l’individualismo.

Ricordiamo che il termine stesso di capitale sociale è stato coniato dall’educatore dell’Epoca progressista L. J. Hanifan, nell’esporre il valore dei centri della comunità.

Robert D. Putnam, ‘Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community’, Simon & Schuster, New York, 2000; trad. it. ‘Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America’, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 449-461



[1] S. J. Diner, A Very Different Age: Americans of the Progressive Era, New York, Hill & Wang, 1998, p. 5

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Educare la volontà.

 

sognoIl privilegio più grande di tutti i fanciulli, di cui gli adulti non disdegnano d’occuparsi, abbassandosi al loro livello per addestrarli all’esercizio delle funzioni della vita spirituale, è lo sviluppo precoce dell’intelligenza. Ma troppo spesso, mancano di prudenza cotesti educatori, perché non conoscono la natura umana e la reciproca dipendenza delle nostre facoltà, o troppo facilmente le perdono di vista. Rivolgono ogni sforzo a sviluppare la facoltà di conoscere e quella di sentire, che, per triste errore, ma dolorosamente troppo comune, confondono con la facoltà di amare. E viceversa, trascurano completamente la facoltà sovrana, la volontà, unica sorgente del vero e puro amore, di cui la sensibilità non è che una falsa immagine.

Se si occupano, talora, di cotesta povera volontà, non è tanto per regolarla e fortificarla col ripetuto esercizio di piccoli atti di virtù chiesti all’affezione del fanciullo ed ottenuti facilmente dalle buone disposizioni del cuore; ma col pretesto di dover domare una natura ribelle, si ostinano a piegare la volontà con mezzi violenti, e, così, invece di raddrizzarla, la distruggono.

Per cotesto errore fatale, turbano l’armonia che deve presiedere allo sviluppo parallelo delle facoltà dell’anima e guastano i troppi delicati congegni, affidati alle loro mani inesperte.

L’intelligenza e la sensibilità, sovraeccitate da una coltura intensa, attraggono tutte le forze dell’anima, ne assorbono tutta la vita, ed acquistano ben presto una vivacità estrema, unita alla più squisita delicatezza. Il fanciullo concepisce prontamente; l’immaginazione sua è ardente e mobile; la memoria fedele, rintraccia senza sforzo e con scrupolosa esattezza i più piccoli dettagli; la sensibilità incanta quanti l’avvicinano.

Ma tutte coteste brillanti qualità nascondono, a stento, l’insufficienza più vergognosa, la debolezza più fatale. Il fanciullo – e più tardi, purtroppo, il giovane – trascinato dalla prontezza delle concezioni, non sa pensare né agire con criterio; manca affatto di buon senso, di tatto, di misura, insomma di “spirito pratico”. In lui non cercate né ordine, né metodo. Imbroglia tutto, confonde tutto, tanto nei discorsi, quanto nelle azioni; e vi sconcerta con mosse brusche ed impetuose e con strane incoerenze. Ieri vi affermava con entusiasmo una pretesa verità; domani, con eguale incrollabile convinzione, vi sosterrà precisamente il contrario. La ragione, offuscata dalla debolezza della volontà, non gli permette di pensare seriamente da sé, e riceve tutti i giudizi degli altri, e li fa suoi, unicamente per il motivo che seducono la sua immaginazione o ne lusingano la sensibilità, e con la stessa leggerezza li abbandona, perché non gli piacciono più, o perché altre teorie più seducenti hanno affascinato la sua volubile intelligenza.

Troppo agitato per leggere chiaramente in fondo all’anima, non ne conosce che la superficie, cioè le commozioni passeggere, e, pronto a coglierne i minimi moti, crede di aver deciso con fermezza tutto ciò che gli sembra di volere, e, incapace d’imporsi a se stesso, si affretta a metterlo in pratica.

Triste e ridicolo, zimbello dello spirito maligno, che non cessa d’ingannarlo destandogli nell’interno delle impressioni, che egli, povero cieco, crede propositi ben saldi e lungamente meditati! Né più né meno, come il suo pensiero ha la rapidità del lampo, così egli si piega ad ogni movimento, talora di mal animo, perché in fondo al cuore ha ancor un resto di rettitudine, ma infine si piega.

Far diversamente, gli sembrerebbe mancanza di sincerità; vuol essere al di fuori, qual è al di dentro; gli parrebbe un’ipocrisia frenare le proprie passioni.

E come crede di volere ciò che in realtà non vuole, così crede di non volere ciò che effettivamente vuole.

La virtù lo seduce, ma poiché ripugna alla debolezza della sua natura, interpreta questa interna ripugnanza come una volontà contraria.

Ingannato dalla propria stoltezza, l’infelice si dispera di non poter credere o volere, ciò che in fondo, crede, invece, e vuole.

Inutilmente le grazie più preziose cadono su quest’anima, perché non può raccoglierle. La sua coscienza è un mare in burrasca, sconvolto, a vicenda, dalle correnti le più contrarie.

Schiavo del proprio umore, il disgraziato vede ogni cosa attraverso la passione che lo domina in quell’istante. Si tratta di decidere se deve fare o non un’azione importante? Invece di considerare l’azione in se stessa, e di esaminarne i motivi, le circostanze, il fine, interroga l’oracolo: la sua sciocca sensibilità.

In balia alle proprie impressioni, chiede a se stesso: “Che me ne pare?”; e, secondo l’attrattiva o la ripugnanza che sente nell’anima, opera o meno. E, cotesto, per lui è riflettere!

E se si sbaglia, guardatevi dal rinfacciarglielo: non riconoscerà mai di aver sbagliato, e dirà sempre di aver agito come doveva agire: “Ho dovuto fare ciò che mi diceva la coscienza: ero in buona fede!”.

Più tardi, se, in circostanze difficili, dovrà dar saggio di carattere ben temprato, non aspettatevi nulla. Capace degli slanci più generosi, è, invece, soggetto alle più strane debolezze. La violenza e l’ostinazione saranno le uniche manifestazioni di una volontà debole; e, per giunta, le vedrete, sempre, praticate a rovescio.

Ma almeno le qualità del cuore compenseranno tanti difetti! E la sensibilità, tanto coltivata nei primi anni, l’avrà reso il più tenero e amorevole dei cuori!

Ahimè! Anche qui troviamo lo stesso vuoto che abbiamo riscontrato nelle altre facoltà. Si affeziona facilmente, ma con ala stessa facilità dimentica. Il suo amore non ha stabilità. Senz’essere realmente cattivo, non conosce altra legge che il capriccio. Non ha mai saputo conservarsi degli amici, perché non è mai stato capace d’imporsi qualche riguardo verso di loro, ma li ha sempre feriti, o con un’allusione crudele, o con una trascuratezza sprezzante, o con una punta amara, o con una frecciata insolente, o con un sospetto, infondato e ingiurioso. E con tutto ciò egli stupisce che l’amicizia, misconosciuta e ferita in quello che ha di più delicato, si ritiri da lui! ... Povero essere incompleto, si lagna d’essere sempre incompreso!

“Precipitazione ed incostanza” ecco le linee più marcate di questo carattere. Se ne voleva fare un uomo, e non si è riusciti che a farne un essere intelligente ed amante, ma debole e irragionevole, in breve, una specie di animale perfezionato.

Non si dica che cotesto ritratto è esagerato! Guardiamoci attorno, e, purtroppo, vedremo che ve ne sono tanti! Quante ne abbiamo incontrate anche noi di coteste nature attraenti ma incomplete, che la nostra pittura ritrae perfettamente!

Andiamo al fondo delle cose e riconosceremo che cotesto vuoto lacrimevole è frutto della prima educazione.

Dappertutto si deplora l’indebolimento dei caratteri; ma la causa della decadenza, almeno in gran parte, non sarebbe da ricercarsi nella dimenticanza, anzi nel disprezzo dei principii più elementari di educazione cristiana?

E donde cotesto disprezzo? Donde cotesta educazione falsa e monca? Senza dubbio dall’ignoranza, ma anche, e soprattutto, dall’egoismo e da una tenerezza male intesa.

Si cerca di godere il fanciullo, invece di sacrificarsi per lui. Ciò che un’affezione sincera, se si vuole, ma limitata, e imprevidente nel suo incosciente egoismo, domanda ad un bimbo così teneramente ma ciecamente amato, è innanzitutto un trionfo dell’amor proprio, una soddisfazione della propria sensibilità.

Si gode di fare sfoggio, dappertutto, delle qualità precoci del fanciullo “prodigio!”. Si bevono avidamente gli elogi che gli son fatti; lo si loda persino quando è presente, senza punto accorgersi dei rapidi progressi della sua vanità nascente, che diviene ben presto presunzione, vanagloria ed orgoglio insopportabili!

Comunemente si trova diletto e ci si culla nelle dimostrazioni affettuose, proprie dell’indole del fanciullo. Si è rapiti nell’ammirare le sue grazie native. Si ricevono e si provocano i suoi vezzi, come si farebbe delle carezze di un cagnolino. Lo si adula precisamente come si fa con questo animale, e lo si castiga, per malumore per collera, quando annoia o si rifiuta di obbedire o di star quieto. Lo si vuole assai carezzevole, bene educato, istruito, … e basta.

 

 

Don Giovanni Bosco, Il metodo educativo, La Nuova Italia, Firenze 1967 (settima edizione), pp. 69-75. Il brano è ricavato dal II capitolo del testo Biographie du jeune Louis Fleury Antoine Colle, Imprimerie Salèsienne, Turin 1882. 

 

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