011.19234193 Redazione 

Ciò che resta alla fine.

Salvatore Capo

Il giudizio sulla propria vita e il legame con gli altri nelle esperienze di pre-morte.

 

Le esperienze di pre-morte, narrate e studiate in numerosi libri e articoli, sono quelle avute da persone ritenute clinicamente morte e poi tornate in vita, che raccontano di aver avuto la visione del proprio corpo dall’esterno, di un tunnel buio, di una luce crescente, di un ambiente bellissimo, una sensazione pervadente di pace, gioia e amore, e la visione di diverse altre cose.

 

Quello che segue è un elenco, parziale, di libri che parlano delle esperienze di pre-morte:

Moody R. A. jr., Life after Life, Mockingbird Books, Atlanta, 1975; trad. it., La vita oltre la vita, Mondadori, Milano, 1977;

Moody R. A. jr., Reflections on Life after Life, Stackpole Books, Harrisburg, PA, 1977; trad. it., Nuove ipotesi sulla vita oltre la vita, Mondadori, Milano, 1978;

Kübler-Ross E., About death and life after death, 1983; trad. it., La morte e la vita dopo la morte. “Morire è come nascere”, Edizioni Mediterranee, Roma, 2007;

Moody R. A. jr., The Light Beyond, Bantam Books, New York, 1988; trad. it., La luce oltre la vita, Mondadori, Milano, 1989;

Kübler-Ross E., Death Is of Vital Importance, 1995; trad. it., La morte è di vitale importanza, Armenia, Milano, 1997;

Fenwick P., Fenwick E., The Truth in the Light, Headline Book, London, 1995; trad. it., La verità nella luce. Una indagine su oltre 300 casi di “ritornati” dall’Aldilà, Hermes, Roma, 1999;

Ring K., Valarino E. E., Lessons from the Light. What we can learn from the Near-Death Experience, Insight Books, New York, 1998; trad. it., Insegnamenti dalla luce. Cosa possiamo imparare dalle esperienze in punto di morte, Edizioni Mediterranee, Roma, 2001;

Cariglia F., Territori oltre la vita, Mondadori, Milano, 2003, pag. 131;

Giovetti P., NDE Near-Death Experiences. Testimonianze di esperienze in punto di morte, Edizioni Mediterranee, Roma, 2007, pagg. 9.30-31.65-67.89-90.

 

Fin da quando sono stati pubblicati i primi studi di R. A. Moody e di E. Kübler-Ross, ci si è chiesti come fosse possibile che persone in coma o con arresto cardiaco e respiratorio e pupille già dilatate e fisse potessero poi riferire di aver visto o sentito qualcosa mentre erano in quello stato. Qualcuno ha pensato che fossero semplicemente invenzioni, o allucinazioni, o sogni, o desideri sull’aldilà, o l’effetto di una carenza di ossigeno o di un eccesso di anidride carbonica o di un aumento della produzione di endorfine. Ma il fatto è che vi sono alcuni dati che non si possono spiegare con nessuna di queste supposizioni. Vediamoli.

 

1.

In alcuni casi il soggetto vede cose e/o scene che sono lontane dal luogo in cui si trova il proprio corpo, e che non poteva assolutamente vedere attraverso gli occhi, che erano altrove. Le cose e/o le scene viste sono state confermate da testimoni indipendenti.

Questi casi sono riportati in: Moody, La vita oltre la vita, trad. it., pagg. 53.60.88; La luce oltre la vita, trad. it., pagg. 18.27.28.65.85.154; Fenwick e Fenwick, trad. it., pagg. 28.34.35.38.78.89.93.148.156.171; Ring e Valarino, trad. it., pagg. 28-29.71-72.73.80.82.

89.99.104.107; Giovetti, pagg. 8.34.36.38.46.90.127.129.

 

2.

In alcuni casi una persona cieca, spesso dalla nascita, vede oggetti e/o scene, confermate dai presenti, che non poteva certo vedere con gli occhi del corpo fisico.

Questi casi sono riportati in: Kübler-Ross, trad. it., pag. 41; Moody, La luce oltre la vita, trad. it., pagg. 154-155; Fenwick e Fenwick, trad. it., pag. 78; Ring e Valarino, trad. it., pagg. 79-80.82.84.85.89; Cariglia, pagg. 34.36.38.

 

3.

In alcuni casi il soggetto vede persone morte, ma della cui morte egli non poteva sapere, anche perché alcune volte era avvenuta solo qualche minuto prima. Queste visioni si possono avere sia mentre il corpo è clinicamente ritenuto morto, sia subito prima della morte (che avviene subito dopo aver raccontato la visione).

Questi casi sono riportati in: Kübler-Ross, trad. it., pagg. 42-43.68.69; Moody, La luce oltre la vita, trad. it., pag. 156; Fenwick e Fenwick, trad. it., pag. 81; Ring e Valarino, trad. it., pag. 70; Cariglia, pag. 167; Giovetti, pagg. 86.87.

 

4.

In alcuni casi vengono viste persone mai conosciute, e che quindi non potevano essere immaginate o sognate o desiderate, che poi vengono identificate chiaramente da altri che le hanno conosciute.

Questi casi sono riportati in: Fenwick e Fenwick, trad. it., pag. 73; Giovetti, pagg. 77.80.87.91.

 

5.

In alcuni casi la persona vede scene o eventi dal proprio o altrui futuro, che il suo cervello fisico non poteva certo conoscere né ricordare, che poi si sono puntualmente verificati.

Questi casi sono riportati in: Moody, La luce oltre la vita, trad. it., pagg. 35.36; Fenwick e Fenwick, trad. it., pagg. 106.109; Ring e Valarino, trad. it., pagg. 48.142; Cariglia, pagg. 153-154; Giovetti, pag. 11.

 

Questi libri che ho citato sono quelli che io ho letto, ma ce ne sono numerosi altri nei quali si trovano gli stessi inspiegabili dati.

Non si tratta di storie inventate dai soggetti, perché ci sono riscontri esterni e indipendenti sulle cose viste; non si tratta di allucinazioni, sia perché ci sono riscontri esterni, sia perché nelle allucinazioni si è visto che c’è sempre un’attività elettrica del cervello, mentre in diversi casi di esperienze di pre-morte l’EEG era piatto; non si tratta di sogni, sia perché le percezioni sono straordinariamente precise e i fatti percepiti ben strutturati, al contrario di quanto avviene nei sogni, sia perché nei ciechi dalla nascita i sogni non contengono mai elementi visivi; non si tratta di desideri sull’aldilà che provengono dalla fede, sia perché le visioni, molto frequenti, del proprio corpo inerte o del tunnel buio non fanno parte di alcuna fede, sia perché alcune visioni di persone appena morte o di persone sconosciute o di eventi negativi del futuro non possono essere dovute a un precedente desiderio di vederle; non si tratta di esperienze dovute a carenza di ossigeno o ad eccesso di anidride carbonica, perché in alcuni casi questi valori sono stati misurati ed erano normali, e non ci sono le contrazioni muscolari tipiche dell’ipercapnia; e non sono dovute a un eccesso di produzione di endorfine, perché nei casi di attacchi epilettici si è visto che c’è sempre un aumento delle endorfine, ma non c’è mai una esperienza di pre-morte. E comunque, l’ipossia dovrebbe produrre visioni simili in tutti i casi; e così l’ipercapnia, o l’aumento delle endorfine, o l’alterazione organica di un’area cerebrale. Nessuna di queste ipotesi può mai spiegare le esperienze e visioni dei casi visti sopra, che sono individuali, diverse e specifiche di ogni singolo caso.

La spiegazione di questi dati, che per la loro frequenza e distribuzione in tutto il mondo non si possono negare né ignorare, può essere, ad avviso di molti, e anche mio, solo una: esiste una forma di percezione e di consapevolezza che prescinde dagli organi di senso del corpo e dal cervello. Se chi riceve queste visioni non può essere il cervello, allora dev’essere qualcos’altro. Se una percezione e una consapevolezza che riguarda la realtà effettiva, e indipendentemente esperita da altri, non si può attribuire a organi di senso e a elementi e componenti materiali e corporei, non si può evitare di pensare che sia dovuta all’esistenza di un elemento o sostanza di natura spirituale, che possiamo chiamare anima, che sussiste e vive indipendentemente dal corpo fisico, e anche separata da esso; e che dunque potrebbe sopravvivere ad esso.

 

Durante queste esperienze di pre-morte, molti raccontano anche di aver avuto una visione di tutte le azioni della propria vita; ma ognuna di esse veniva rivista e percepita dal punto di vista di chi l’ha subita, e veniva giudicata dal soggetto stesso positivamente se aveva causato sollievo o negativamente se aveva causato sofferenza.

Questi casi in cui c’è stata una visione panoramica delle   azioni   della   propria   vita

accompagnata da un giudizio su quelle di esse che hanno prodotto effetti sugli altri sono

riportati in: Moody, La vita oltre la vita, trad. it., pagg. 64.65.87; La luce oltre la vita, trad. it., pagg. 43.51; Ring e Valarino, trad. it., pagg. 26.34.40.146.148.149.150.154.155.159.

160; Cariglia, pag. 130; Giovetti, pagg. 64.66-67.126.

 

Durante questa visione panoramica delle azioni compiute nella propria vita, ogni umiliazione e ogni sofferenza inflitta agli altri verrà rivissuta. E verranno rivissute le azioni compiute nei confronti delle persone che per il soggetto sono le più insignificanti, o che egli aveva completamente dimenticato. Uno vedrà ogni sua azione attraverso gli occhi degli altri, e giudicherà ogni sua azione attraverso i sentimenti che ha prodotto negli altri. Senza alcuna distinzione tra genitori o figli ed estranei, parenti e non parenti.

Questo sembra dare un senso alla “regola d’oro” (fare agli altri ciò che si desidera per sé e non fare agli altri ciò che non si vuole per sé), presente nei testi di molte religioni: Ebraismo (Levitico19,18); Jainismo (Saman Suttam 2,24); Confucianesimo (Lun Yü, I Dialoghi, VI,280; VIII,402); Buddhismo (Sāntideva, Bodhicaryāvatāra, Introduzione alla pratica del risveglio, 8,140); Cristianesimo (Matteo 7,12; cfr. Luca 6,31; e anche Matteo 19,19; 22,39; Marco 12,31; Luca 10,27; Romani 13,9; Giacomo 2,8); Islamismo (Al-Buhārī, II, p. 85); Bahaismo (Bahá’u’lláh, Spigolature, LXVI,8).

Durante l’esame retrospettivo della nostra vita ogni sofferenza che abbiamo dato agli altri sarà vissuta da noi, sarà sentita da noi. La “regola d’oro”, allora, non è solo un’esortazione morale, ma è la rivelazione che subito dopo la morte rivivremo tutto quello che abbiamo fatto agli altri come fatto a noi stessi e sentiremo e proveremo tutto ciò che le nostre azioni hanno fatto sentire e provare agli altri.

L’esame retrospettivo delle azioni della propria vita viene compiuto alla presenza di un Essere di Luce. Ciò dà un nuovo e profondo significato a un passo evangelico: «Non vi è nulla di coperto che non sarà svelato, nulla di nascosto che non sarà conosciuto. Perciò, quello che avete detto nella tenebra sarà udito nella luce» (Luca 12,2-3; cfr. Matteo 10,26-27; Marco 4,22; Luca 8,17; Vangelo di Tommaso 4.5).

E in un altro passo evangelico si legge: «Non giudicate, perché non siate giudicati. Infatti, con il giudizio con cui giudicate sarete giudicati» (Matteo 7,1-2). Significa che ogni sofferenza e ogni ferita che un nostro giudizio ha prodotto sugli altri è una sofferenza e una ferita che vivremo su noi stessi. E quante volte nella nostra vita quotidiana giudichiamo e feriamo gli altri!

A questo Essere di Luce molti di quanti hanno avuto un’esperienza di pre-morte retrospettivamente attribuiscono un’identificazione sulla base della loro religione. Ma mi ha colpito una frase di uno di questi “ritornati”, riportata in Moody, La luce oltre la vita, trad. it., pag. 53: «In realtà, non era affatto interessato alla mia religione: voleva sapere cosa avessi in cuore, non in testa».

Le esperienze di pre-morte le considero rivelazioni importanti e sconvolgenti. Non solo ci dimostrano, con un’evidenza quasi scientifica, che siamo dotati di un’anima di natura spirituale che non muore con il corpo, ma ci dicono che alla morte ci sarà per ognuno di noi un giudizio sulle azioni compiute durante la propria vita; e ciò che resterà alla fine non saranno né le nostre credenze, né le nostre capacità intellettive, né i nostri successi, ma solo le azioni che hanno prodotto un sollievo o una gioia o un sorriso negli altri o che hanno ridotto le loro sofferenze; anche quelle azioni che oggi ci possono apparire come piccole e insignificanti.

Riceveremo tutto ciò che abbiamo dato agli altri e come lo abbiamo dato. E così cominceremo a capire che noi siamo una parte degli altri e gli altri sono una parte di noi; che c’è un legame reciproco indissolubile tra noi e gli altri. Per iniziare un cammino nuovo e gioioso di comunione con gli altri e col tutto.

Un cammino che, se volessimo, potremmo iniziare anche durante questa nostra vita terrena. Se nell’aldilà vivremo i pensieri e i sentimenti degli altri come se fossero i nostri, perché non cercare di farlo anche nell’aldiqua? Forse la vita diventerebbe più serena e più gioiosa e, se molti lo facessero, il mondo in cui viviamo diventerebbe migliore.

 

 

Salvatore Capo, medico e teologo, è autore de ‘La Chiesa luogo dell’incontro con i non cristiani’, Gribaudi, 2007

 

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