011.19234193 Redazione 

Senza macchia

È una singolare circostanza che la festa cattolica dell’Immacolata Concezione di Maria coincida con quello che nei Paesi buddhisti di tradizione Mahayana è il Giorno del Risveglio.
Apparentemente i significati sono del tutto diversi. Da un lato c’è la convinzione che la donna dal cui grembo sarebbe nato il Salvatore debba essere a sua volta venuta al mondo senza la macchia del peccato; dall’altro si trova invece una ricerca delle radici della sofferenza che culmina con una comprensione tanto profonda da determinare la liberazione dalla sofferenza stessa. E però, secondo la tradizione biblica, l’essere senza peccato rinvia a una condizione originaria, rappresentata dal racconto dell’Eden, nella quale il peccato non esisteva: una condizione da cui ci si è allontanati, ma che non può essere davvero venuta meno, altrimenti non sarebbe possibile la Salvezza. E, d’altra parte, l’esperienza del Risveglio non è un trovare qualcosa che già non si conoscesse: era già presente, ma come nascosto, essendo la mente macchiata da una visione distorta della realtà.  
In diversi modi i cammini spirituali riconducono a ciò che è originario, che i nostri errori hanno deturpato ma può essere ritrovato nella sua purezza.

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Seguir le stelle

C’è stato un tempo che ai naviganti
era per guida il lume delle stelle
e i disegni che formavano nel cielo
si riflettevano nel mare scintillante.
Pareva ovvio pensare che tra gli astri
e le vicende umane ci fosse analogia
e ovvio era che il cammino umano
fosse un procedere a seguir le stelle.

Oggi che la terra pare senza cielo
perché viviamo nel disincantamento,
c’è una ferita dentro il nostro cuore
e nella terra che giace desolata.
Ma se lo sguardo riesce a sollevarsi
il cielo è ancora là che ci sovrasta,
la terra è pur comunque ancora viva
e il nostro cuore vuol seguir le stelle

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Rumi

I sufi sono la corrente mistica dell’Islam. E una delle figure più belle è Jalal al-Din Rumi, sapiente e poeta persiano del tredicesimo secolo.
È soprattutto noto come il poeta dell’amore. Dell’amore umano e dell’amore verso Dio: dove l’uno rinvia all’altro ed è metafora dell’altro. Quel che conta è che le identità non rimangano separate, ma si compenetrino e si fondano: ed è al di là della ragione calcolante che si apre lo spazio dell’incontro.
Comprendiamo così che tutto ciò di cui facciamo esperienza è segno di una verità profonda, che solo l’anima può cogliere, e che noi siamo come gocce, in cui tutto l’oceano divino è presente. Quel che pensiamo di essere diventa a questo punto irrilevante, perché tanto il compito è andare oltre.
Come sostiene Raimon Panikkar, l’esperienza mistica non è che la capacità di cogliere la vita nella sua pienezza, al di là di separatezze che la sviliscono. Ed è questa la religiosità di cui c’è bisogno, che davvero nutre l’anima: perché è amore, perché è vita.

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Perché

Quel che forse più ci turba è la sofferenza dell’innocente, anzi del giusto, che non pare avere alcuna spiegazione in una fede nell’ordine morale del mondo. Ci sembra ragionevole pensare che ciascuno raccolga quel che semina, e quindi non ci stupisce se il malvagio va incontro alla sventura: pensiamo che se lo sia meritato, oppure, se siamo saggi, che è l’unico modo perché capisca e si ravveda. Ci tormenta invece se a soffrire è chi non ha fatto nulla di male, o addirittura ha sparso il bene intorno a sé. E allora? A chiunque viene da chiedersi: perché?
Naturalmente non mancano le spiegazioni. In una certa visione si può dire che sia il frutto di atti negativi di cui non siamo più consapevole, magari perché compiuti in vite precedenti; in un’altra che Dio mette severamente alla prova chi più ama. Nessuna spiegazione ci soddisfa però mai completamente. Ci sembra un’ingiustizia insanabile, vorremmo qualcuno a cui attribuire la colpa: e qualche volta ci pare di trovarlo, e ci illudiamo che sia dato un risarcimento; qualche altra volta no, e rimaniamo con tutta la nostra angoscia. Come accettare allora quel che è inaccettabile?
Forse bisogna ammettere che una risposta non c’è. Ci sono situazioni in cui non ci si può sottrarre all’abisso di dolore in cui si è immersi, e l’unica cosa che è forse onesto accettare è che sia così. Cioè accettare che nessuna parola ci possa consolare. Lo vorremmo in ogni modo, ma qualcosa in noi si ribella. Come se quel dolore fosse più importante di qualsiasi consolazione, e paradossalmente non volessimo tradirlo.
Ma questo vuol dire allora che quel dolore ci attrae verso un centro più profondo di noi. In qualche modo si può dire che lo amiamo, e non per un tratto morboso, ma perché c’è in esso un’energia che non conoscevamo, che ci sconvolge e però insieme ci fa essere quel che non sospettavamo. Non è solo la luce a trasfigurare, può essere anche l’oscurità; o meglio, nell’oscurità può esserci una luce di cui ignoravamo l’esistenza. Lasciamo allora che questa luce ci attraversi e ci trasformi...

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L'eroe

Rimanendo ancora a Rama, egli è
ciò che in ogni epoca e cultura è l’eroe.
Ma chi è costui, che ci affascina e insieme ci respinge?
un modello irraggiungibile, rispetto a cui
misurare un’insanabile inadeguatezza?

O non piuttosto l’esperienza di ciascuno
quando infine riesce a vincere se stesso?
Non aver paura che la prova sia eccessiva,
abbi fede che sia invece a tua misura:
il nemico da combattere in fondo è il tuo io.

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