011.19234193 Redazione 

La Jetée, Chris Marker, la missione e il lockdown

 
Voce fuori campo: Era impaurito. Aveva sentito parlare dei Direttori degli esperimenti. Pensava di trovarsi di fronte allo Scienziato Pazzo, al dottor Frankenstein. Vide invece un uomo senza passione, che gli spiegò in modo posato che attualmente la razza umana era condannata, che lo Spazio le era precluso, che la sola speranza di salvezza stava nel Tempo. Un corridoio nel tempo e forse si sarebbe potuto arrivare al cibo, ai medicinali, alle fonti di energia.
Era questo lo scopo degli esperimenti: inviare degli emissari nel Tempo, chiedere al passato e al futuro l’aiuto per il presente.
Così udiamo, detto dalla straniata e matura voce maschile fuori campo quasi all’inizio di quel non film ma photo-roman che è la Jetée (1962). Un esperimento, breve, poco meno di mezz’ora, certamente così ben riuscito da essere considerato una pietra miliare di un genere, il cinema, di cui non può però dirsi esser parte.
Il fotoromanzo dell’enigmatico Chris Marker (di lui non sono state disponibili neppure delle fotografie, per lungo tempo) non si presenta formalmente come kinema, immagini in movimento, ma sono la trama e la fruizione dello spettatore ad essere sospinte in costante movimento, nel tentativo di compenetrare la narrazione data dalla successione scandita delle immagini fisse.
La trama - che c’è, eccome - si nasconde e rivela a tratti, non tessuta tra tre tempi - passato, presente, futuro - ma composta da essi in maniera indistinguibile, onirica, travalicando le coordinate temporali e spaziali con naturalezza, noi sospinti dalla voce narrante in una esperienza letteraria e interiore rara.
Christian François Bouche-Villeneuve, cioé Chris Marker - il suo nome di battaglia durante la Resistenza - in questo piccolo gioiello mette in scena un paradosso largamente filosofico più che fantascientifico, dall’impronta fortemente letteraria. Chris Marker, che era stato allievo di Jean Paul Sartre e con lui si era laureato, nel suo racconto si basa e rivela la natura atemporale dell’Essere e la ciclicità della vita, ritrovando anche nella dimensione del Tempo una angusta, beffarda clausura per l’essere umano, anche nel caso avesse la forza e le motivazioni per valicare i limiti tracciati dai sensi e dallo spazio.
Marker dice di essersi fortemente ispirato a Vertigo - La donna che visse due volte di Hitchcock, afferma anzi che la Jetée ne è stata la sua personale e libera reinterpretazione. Vertigo, che il regista afferma di aver visto diciannove volte a vent’anni, è in effetti molto citato nella Jetée, vi si possono trovare varie ispirazioni e intere sequenze, sublimate nelle istantanee. Una maniera anche questa geniale di pagare tributi e inserirsi nel filone alto del cinema e del suo lessico, pur esprimendosi sul piano di un paradosso filosofico-scientifico per fotogrammi e non in quello di una ‘comune’ narrazione cinematografica.
Ritrovare oggi la Jetée, nei giorni della clausura Covid, negli spazi oggi preclusi del nostro mondo, sentirla in qualche modo pertinente, non è solo una questione visiva, fatta di mascherine - là sugli occhi, oggi sulla bocca - e di occhiali: è piuttosto accoglierne il messaggio forte, racchiuso nell’istantanea di una umanità di fronte alla catastrofe avvenuta, che nella Jetée è quella nucleare. Ed è immedesimarsi in quella umanità in clausura nei sotterranei bui di Parigi alla ricerca del superamento del punto dove la sua Storia e la sua stupidità la hanno gettata. Ed è credere possibile l’emendamento della catastrofe dell’umanità all’interno della propria biografia.
Questa è la ricerca che la Jetée indica come necessaria, volenti o nolenti, e che spinge il protagonista dentro di sé, nel proprio essere, fino all’incontro con il paradosso della propria vita, il punto dove la propria felicità e la propria infelicità si incontrano e si intersecano drammaticamente in un solo luogo, un solo istante, sintesi del proprio karma individuale, con la cui forza e ciclicità il protagonista si scontra.
Ed è anche la capacità di trovare forza e determinazione all’interno del senso della propria missione per l’umanità e raggiungere comunque la meta.
Ognuno di noi, in questi giorni di chiusura ha affrontato certamente l’incontro con sé e la propria vicenda in modo diverso, magari cogliendo l’occasione per un libero approfondimento della propria condizione, scendendo nel profondo a osservare la propria natura e le proprie caratteristiche contraddizioni. Molti di noi hanno potuto ripensare alle vicende del proprio passato e comprenderle anche in funzione di differenti scelte per il futuro, svelando a sé la missione individuale di questa epoca: riconoscere e superare alcuni propri limiti per poter costruire, dopo, un futuro diverso.
Dove non si sia più spinti a gettarsi dalla Jetée sulla pista degli aerei in attesa.
Quasi in deroga a quegli strani guardiani del Tempo del finale e proiettandosi nel proprio futuro, la Jetée ha ispirato importanti altre opere cinematografiche, a sfondo filosofico: dall’Esercito delle 12 scimmie di Terry Gillian, che fin dai titoli omaggia l’opera di Chris Marker e che ne è di fatto la copia più elaborata ed estesa, con un’epidemia (sic) al posto della catastrofe nucleare, all’incredibile e dimenticato Je t’aime, Je t’aime di Alain Resnais, fino al più recente e folgorante, benché quasi artigianale Primer di Shane Carruth. Tutte riflessioni d’altissimo livello che l’attuale momento potrebbe riproporre per un ripensamento critico e ispirazionale allo stesso tempo di noi, delle nostre vite e del nostro tempo.
Ecco infine il link per la versione originale della Jetée di Chris Marker
In lingua originale e con sottotitoli inglesi
Ma segnaliamo anche un approfondimento ad opera dello Studio Korewen, molto interessante e ben fatto, in quattro parti, su Chris Marker, la Jetée e l’Esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, ecco la prima parte, le altre sono di seguito:
Segnaliamo anche questa pagina dell’ottimo Minimaetmoralia, dove insieme alla splendida recensione della Jetée del grande scrittore britannico, a sua volta surrealista e sperimentatore James G. Ballard, troverete anche tutto il testo tradotto in italiano della voce fuori campo:

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L'arpa birmana

 
Può essere significativo rivedere oggi questo film del 1956: un film di un autore, Kon Ichikawa, della grande cinematografia giapponese, a suo tempo premiato a Venezia.
La trama è presto detta. Sta finendo la seconda guerra mondiale, siamo tra i soldato giapponesi che si arrendono agli inglesi in Birmania. Uno di essi, Mizushima, non tornerà in patria, perché si sente chiamato a dare sepoltura ai cadaveri dei suoi commilitoni lasciati abbandonati sul terreno. Un atto di pietà che vuole riparare le ferite della guerra.
È naturalmente un film che si lascia immediatamente leggere come un grande inno alla pace. Da uno dei Paesi sconfitti, nel quale l’etica militare era stata condotta alle estreme conseguenze e la cui resa fu ottenuta solo con la bomba atomica, prende forma un sentimento di amore profondo per l’umanità, che rende la guerra non più concepibile.
Sotto un altro aspetto, tutt’altro che incompatibile col primo, può essere inteso come un film religioso. Il protagonista prende a indossare abiti monastici: dapprima in modo strumentale, per dissimularsi sul territorio e potersi ricongiungere coi suoi compagni, poi sempre più identificandovisi. Entrato in Birmania con un esercito invasore, guidato dall’intento di strapparla agli inglesi, vi rimane compenetrandosi con essa. Il tramite che lo consente è la comune impronta buddhista. E sotto questo aspetto L’arpa birmana è un manifesto struggente di ciò che del Dharma è sul piano etico il frutto più prezioso: la compassione. Mizushima avverte intensamente in quei soldati morti una sofferenza universale di cui sente di doversi prendere cura.
Sotto questo stesso aspetto, a un altro livello, il film può essere dunque letto come una vivida rappresentazione della vocazione spirituale. Il protagonista avverte con certezza di essere chiamato a un compito che mai avrebbe immaginato, che lo separa dai suoi compagni e dalla sua stessa patria. Si incammina su una strada solitaria, difficilmente comprensibile dall’esterno, che tuttavia lo ricongiunge con un piano più profondo delle relazioni umane e cosmiche.
Sotto un altro aspetto ancora, nuovamente tutt’altro che incompatibile coi primi due, si potrebbe oggi vedere nell’Arpa birmana una metafora di questi nostri giorni. Così come i compagni di Mizushima tornano in Giappone con l’umanamente comprensibile scopo di ricostruirlo dalle devastazioni della guerra, anche oggi, nei giorni della pandemia, per lo più si attende che la pandemia cessi e consenta di tornare come prima. Come Mizushima dovremmo però avvertire che le forze distruttive di cui il contagio odierno è manifestazione, non meno devastanti di una guerra e in qualche modo apparentate a essa, richiedono di essere placate da atti riparativi paragonabili ai suoi. Anche oggi vi sono del resto morti, non proprio insepolti ma che si congedano in solitudine e le cui esequie sono frettolose e asettiche. E poi comunque masse di feriti gravi da soccorrere, tra quanti la crisi economica lascerà per strada senza realistiche prospettive di riassorbimento.
Riusciremo, come Mizushima, ad avvertire la chiamata?

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