011.19234193 Redazione 

Noi siamo con le vittime di Teheran

mausoleo di khomeiniNoi siamo con le vittime di Teheran, non meno che con quelle di Londra.

Se qualcuno ancora avesse avuto dubbi sul fatto che gli attentati in corso siano parte di una vera e propria strategia bellica, potrebbe senz’altro abbandonarli.

Dovrebbe poi esser chiaro che il conflitto non è tra Islam e Occidente, e neppure tra Sunniti e Sciiti, benché senz’altro nella coscienza di chi è coinvolto possa essere così vissuto. Ben altri interessi sono palesemente in gioco, e si servono di ogni cosa, tra cui anche la coscienza religiosa.

Quest’ultima è in ogni caso messa a dura prova. In particolare la religione islamica si trova di fronte al difficile compito di estirpare le radici di quel che dell’Islam è una mostruosa deformazione.

Bisogna anzitutto distinguere, nella comunicazione più diffusa, tra Islam e islamismo: cioè tra la religione e l’ideologia politica che a quella si richiama. Non che quest’ultima necessariamente inclini alla violenza, ma facilmente a rapporti strumentali: a usare e a farsi usare.

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Noi siamo con le vittime di Manchester e di Minya

manchesterNoi siamo con le vittime di Manchester, come ora con quelle di Minya. Ma poiché in questa guerra in gran parte occulta ogni evento è un preciso messaggio, che ridefinisce in una certa forma la realtà, bisogna capire come è stato costruito.

Se dunque, pensando in particolare a Manchester, diciamo: stanno attaccando i nostri valori e il nostro modo di vivere, cadiamo in una trappola. Diamo infatti per scontato di sapere chi siamo noi e chi loro, oltre a quello che rispettivamente ci caratterizza. Ma proprio questo è l’intento dei mandanti: far sì che nella nostra società, a partire dalla carne e dal sangue delle vittime, si incida una visione di quel tipo; indurci a pensare che quei nostri figli, colti dalla morte in un istante di ingenua adesione ai miti dello spettacolo, paghino le colpe di una civiltà che si è resa odiosa perché ha rifiutato Dio.

Il punto è che una simile visione, a cui sicuramente l’attentatore aderiva, è una mistificazione; uno spettacolo di secondo livello di cui egli è stato sciagurato attore e che a noi tutti viene allestito. Uno spettacolo i cui registi e soprattutto produttori hanno intenti di tutt’altro tipo da quelli fatti credere, che han più attinenza con la geopolitica che con Dio. Quanto denaro e quanta intelligence c’è dietro un kolossal come Daesh?

Il punto è che l’attentatore, così come gli altri potenziali che vivono tra noi, o i foreign fighters in Medio Oriente, ovvero le comparse ingaggiate a basso costo, in verità non vengono da un altro mondo. Sono anch’essi a pieno titolo figli nostri, cresciuti nello stesso vuoto valoriale e nel deserto educativo in cui crescono pressoché tutti. La loro vuol essere una protesta disperata, ma è soprattutto il venire allo scoperto di quel male che da tempo si è insinuato in noi: quello che in filosofia si chiama nichilismo.   

Come del resto potrebbe non avere un fascino la morte – data a sé e ad altri – in un mondo in cui con tanta leggerezza si maneggiano arsenali capaci di porre fine alla vita sulla terra?

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